GIOIA TAURO (RC) – Minacce di morte al sindaco Scarcella: «Ti scanniamo i figli»

GIOIA TAURO – Nuovo grave atto intimidatorio ai danni del sindaco di Gioia Tauro, Simona Scarcella. Dopo i proiettili di Kalashnikov fatti trovare nei mesi scorsi all’esterno della sua abitazione, la prima cittadina ha ricevuto una lettera anonima, consegnata a mano e imbucata nella cassetta della posta di casa.
Il contenuto della missiva è esplicitamente minaccioso: «Se scrivi ancora ti scanniamo i figli e il cane». Una minaccia che, secondo quanto riferito dalla stessa Scarcella, sarebbe particolarmente inquietante perché contiene un riferimento alle abitudini dei figli, elemento che fa ritenere che l’autore possa conoscere aspetti della vita privata della famiglia.

«Sono profondamente addolorata di avere ricevuto un attacco frontale diretto ai miei affetti più cari, i miei figli», ha dichiarato il sindaco, sottolineando come l’intimidazione sia legata alla sua attività istituzionale e alla sua volontà di continuare a denunciare fatti e circostanze nel rispetto della legalità.

Scarcella ha immediatamente denunciato l’accaduto ai Carabinieri, intervenuti sul posto per acquisire gli elementi utili alle indagini e le immagini delle telecamere di videosorveglianza. Gli accertamenti sono ora finalizzati a individuare il responsabile della grave intimidazione.

«Non mi faccio zittire da nessuno e vado avanti», ha ribadito Scarcella, esprimendo però tutta la preoccupazione per le conseguenze che la situazione sta avendo sulla sua famiglia.

La prima cittadina ha inoltre richiamato l’attenzione della Prefettura di Reggio Calabria sulle misure previste dalla normativa a tutela degli amministratori locali vittime di atti intimidatori, chiedendo che vengano valutati gli interventi necessari a garantire la sicurezza sua e dei suoi familiari.

L’episodio ha suscitato grave sdegno a Gioia Tauro e una ferma condanna da parte del Presidente del Consiglio comunale, che ha espresso solidarietà alla prima cittadina e alla sua famiglia, ribadendo la vicinanza delle istituzioni di fronte a un’intimidazione tanto grave.

Roberta Metsola a Reggio Calabria per la prima volta: visita privata e saluto del sindaco Cannizzaro

Per la prima volta Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, ha fatto tappa a Reggio Calabria. Una visita privata, lontana dagli appuntamenti istituzionali, ma che non è passata inosservata.

Al suo arrivo all’aeroporto, Metsola è stata accolta dal sindaco Francesco Cannizzaro, che le ha rivolto un caloroso messaggio di benvenuto: «Benvenuta nella città più bella del mondo!».

Un saluto speciale per la presidente del Parlamento europeo, alla sua prima presenza a Reggio Calabria e sulle sponde dello Stretto.

Save the date: il 28 agosto è “Festa Amaranto”, la Reggina si presenta alla città

REGGIO CALABRIA – Tutto pronto per la “Festa Amaranto”, l’appuntamento che venerdì 28 agosto 2026, a partire dalle 21:30, porterà all’Arena dello Stretto “Ciccio Franco” la presentazione ufficiale della Reggina 1914 per la stagione 2026/27.

Una serata pensata non soltanto per svelare la nuova formazione amaranto, ma per trasformare il Lungomare in una vera festa dedicata ai tifosi, alle famiglie e alla città.

A presentare l’evento saranno Leonardo Matelli, giornalista di TG1, e Alessio De Giuseppe, giornalista DAZN. Prevista inoltre la partecipazione di Gennaro Calabrese e Santo Palumbo, mentre la parte musicale sarà affidata a Raffaello & BB Band.

L’appuntamento è dunque fissato: venerdì 28 agosto, ore 21:30, Arena dello Stretto. Reggio si prepara ad abbracciare la nuova Reggina.

CALABRIA – Prezzo del carburante: Fedralog denuncia la crisi dell’autotrasporto

L’inarrestabile ascesa del costo del gasolio sta esercitando una pressione crescente sul settore dell’autotrasporto, infliggendo un impatto particolarmente negativo alle aziende calabresi. A denunciare questa criticità è Fedralog, la Federazione dell’autotrasporto e logistica, che invita il governo, la Regione Calabria e tutti i rappresentanti politici a porre attenzione su una condizione che sta diventando sempre più intollerabile.

In una nota ufficiale, l’organizzazione osserva che “ogni giorno assistiamo a nuovi incrementi, mentre le aziende sono costrette a far fronte a spese sempre più elevate senza poterle trasferire immediatamente ai clienti”. Mario Pansini di Fedralog avverte, però, che c’è un aspetto ancora più allarmante: “Gli operatori del settore sono esausti dopo anni di incrementi e difficoltà, con margini di profitto in continua diminuzione. La mancanza di proteste da parte degli autotrasportatori dovrebbe suscitare preoccupazione; il timore è che, alla fine, essi non riescano nemmeno più a difendere i propri diritti, subendo passivamente il proprio destino.”

Pansini spiega anche che, per i professionisti del settore che recuperano le accise, una diminuzione del prezzo alla pompa non offre lo stesso vantaggio che si verifica per un automobilista. Le minori spese di oggi si traducono in un ridotto recupero futuro. Sebbene il credito d’imposta possa rappresentare un aiuto temporaneo, non affronta un problema di natura strutturale.

Un’altra questione urgente sollevata riguarda il futuro del settore: “Chi guiderà i camion tra qualche anno? Stiamo perdendo autisti e non stiamo creando condizioni favorevoli affinché una nuova generazione scelga questa professione. La Calabria rischia di pagare il prezzo più alto, data la sua posizione geografica, che comporta centinaia di chilometri per raggiungere i principali mercati e nodi logistici sul territorio nazionale.”

“Non stiamo chiedendo assistenzialismo – conclude Pansini – ma la possibilità di continuare a lavorare e di progettare un futuro per le nostre aziende. Non vogliamo vivere di aiuti temporanei, passando da un bonus all’altro. Ciò che desideriamo è tornare in condizioni di poter trarre sostentamento dal nostro lavoro”.

Fonte: ANSA

COSENZA – Bambini con febbre e vomito dopo una giornata al mare, scatta il divieto di balneazione

Un gruppo di venticinque minori, con età variabile tra i 2 e i 17 anni, è stato trasferito in ospedale dopo aver trascorso una giornata sulla spiaggia a Mandatoriccio, in provincia di Cosenza. I bambini, che stavano vivendo una vacanza in famiglia e non risiedono in Calabria, hanno cominciato a lamentare disturbi gastrointestinali, tra cui diarrea, vomito e febbre alta, arrivata fino a 39,5 °C in alcuni casi. I sintomi si sono sviluppati tra due giorni fa e ieri, a seguito di un bagno in mare.

Queste informazioni sono state fornite all’Adnkronos Salute da Rosalba Signorella, assistente sanitaria presso la Direzione medica di presidio Spoke Corigliano Rossano (Cosenza).

La maggior parte dei bambini è stata curata all’ospedale di Corigliano-Rossano, mentre alcuni sono stati inviati all’ospedale di Crotone. Sei di essi hanno già lasciato la nostra struttura, mentre gli altri sono sotto osservazione, con dimissioni progressive man mano che le loro condizioni migliorano”, ha spiegato.

L’Asp di Cosenza: “Situazione pienamente monitorata”

L’Asp di Cosenza ha tranquillizzato riguardo gli accessi pediatrici registrati al Presidio ‘Giannettasio’ di Rossano, riferendosi a minori provenienti da Mandatoriccio. Secondo le autorità, la situazione clinica “è pienamente monitorata” attraverso protocolli rigorosi. Tra ieri pomeriggio e oggi, 19 minori di età compresa tra 2 e 17 anni hanno mostrato sintomi gastroenterici acuti (febbre, vomito e, in parte, diarrea). La maggioranza di loro, affetta da forme lievi, è stata dimessa in buone condizioni dopo il trattamento di reidratazione. Cinque bambini sono stati ricoverati come misura precauzionale per monitoraggio e terapie di supporto, con parametri stabili e nessuno in condizioni critiche. Il direttore dell’UOC di Pediatria, Francesco Morrone, ha indicato che i sintomi possiedono connotati verosimilmente virali per la loro rapidità e caratteristiche. I laboratori sono attualmente impegnati nell’analisi di profili ematochimici ed esami coprocolturali per comprendere le cause del fenomeno. Il Dipartimento di Prevenzione ha avviato un’indagine epidemiologica, tracciando i casi e effettuando accertamenti tecnici sul territorio. Secondo Signorella, “i bambini alloggiavano con i genitori in un hotel e in alcune abitazioni vicino a un scarico fognario”.

Verifiche sulla qualità delle acque

Tuttavia, finora non è stata trovata alcuna relazione tra i disagi e la qualità delle acque marine. Il Servizio di Igiene pubblica sta conducendo verifiche in merito. I bambini ricoverati provengono dalle province di Latina, Napoli, Avellino e Lecce.

Le possibili cause

“Tra le possibili cause è stato evidenziato un problema al depuratore della zona. Pertanto, è stata emessa un’ordinanza che vieta temporaneamente la balneazione per 150 metri a destra e 150 metri a sinistra della foce del fiume Armirò, dove confluisce lo scarico dell’impianto”, ha dichiarato il vicesindaco di Mandatoriccio, Francesco Pugliese, all’Adnkronos.

“È prematuro stabilire se il guasto del depuratore possa essere la causa dei malesseri. Non possiamo escludere altre ipotesi.” Ha aggiunto Pugliese: “I bambini avrebbero fatto il bagno nella zona soggetta al divieto. Fino ad ora non risultano segnalazioni simili da parte di altre strutture ricettive. È un vero peccato che alcune famiglie abbiano scelto di tornare a casa, capisco il loro stato d’animo, essendo anche padre di tre figli. Questo è il primo incidente così grave nella nostra località. Come Amministrazione, arrivata da soli due mesi, ci impegneremo al massimo per risolvere il problema e prevenire in futuro episodi che possano mettere a rischio la salute pubblica”, ha concluso.

Fonte: Adnkronos

Domenico Papalia, ex membro della ‘Ndrangheta, è deceduto a 81 anni dopo essere stato scarcerato a luglio

All’età di 81 anni, Domenico Papalia si è spento presso l’ospedale San Paolo di Milano, dove si trovava in cura per un tumore. Il suo nome, emerso tra le ombre della criminalità organizzata, era noto per la sua lunga detenzione di 49 anni, interrotta solo lo scorso luglio.

Proveniente da Platì, Papalia, insieme ai fratelli Rocco e Antonio, aveva acquisito notorietà come uno dei capi della ‘ndrangheta nel Nord Italia, stabilendosi a Buccinasco.

Una vita nel carcere e le condanne ricevute

La sua avventura detentiva ebbe inizio nel 1976, con la condanna per l’omicidio del boss Antonio D’Agostino a Roma. Sebbene nel 2017 fosse stato assolto dal tribunale di Perugia, altre condanne lo attendevano. Tra queste, emergono l’omicidio dell’avvocato Pietro Labate a Milano nel 1983 e la responsabilità come mandante dell’omicidio dell’educatore di carcere Umberto Morbile avvenuto nel 1990. Malgrado le sue continue dichiarazioni di innocenza, Papalia è rimasto dietro le sbarre per quasi mezzo secolo, diventando l’ergastolano più longevo d’Italia.

La liberazione per motivi di salute

La sua detenzione è durata quasi cinquant’anni, fino a quando il tribunale di Sorveglianza di Bologna ha autorizzato la sua scarcerazione per motivi di salute. Negli ultimi anni, è stata avviata una fruttuosa campagna per la sua liberazione, durante la quale Papalia ha intrapreso un percorso di giustizia riparativa e ha dedicato il suo tempo allo studio.

Il ricordo di Zamparutti

Elisabetta Zamparutti, tesoriera dell’associazione Nessuno tocchi Caino, ha voluto rendere omaggio a Papalia con un post su Facebook: “Stanotte è venuto a mancare Domenico Papalia, condannato a una pena che, dopo decenni trascorsi in carcere, era diventata insostenibile. Ci conforta sapere che non è morto in quello che definiamo un cimitero dei vivi, ma in un ambiente circondato dall’amore dei suoi familiari”.

“Abbiamo sostenuto la sua liberazione non solo per le gravi condizioni di salute, ma anche e soprattutto per la sua per nulla trascurabile innocenza. La bontà dimostrata, non solo attraverso una buona condotta in carcere, ma anche tramite opere di bene destinate ai più vulnerabili, ne fanno un esempio da seguire”. Zamparutti ha inoltre annunciato che Papalia verrà ricordato il 1 settembre nel laboratorio Spes contra spem del carcere di Parma, insieme ai suoi ex compagni di pena.

 

Canale 57, cala il sipario: il Servizio Pubblico spegne la lavagna 

 Articolo di L.M. 

La migrazione sul web del canale 57 spegne la serendipità della TV in chiaro. Se la cultura diventa un lusso on-demand, il Servizio Pubblico rinuncia al suo ruolo più alto: garantire il diritto democratico e universale al sapere.

Il telecomando è lo scettro del nostro tempo, ma dal 1° ottobre 2026 la sua mappa perderà un pezzo di bussola. Schiacciare il tasto 57 non aprirà più una finestra sul laboratorio della conoscenza. Non ci saranno più lezioni di fisica spiegate con la pazienza degli artigiani del sapere, né formule matematiche trasformate in racconti, né frammenti di storia proiettati nel futuro. Al posto di Rai Scuola, lo storico avamposto della pedagogia televisiva italiana, sul canale 57 debutterà infatti “Italiana”: il nuovo progetto editoriale della Rai focalizzato sulla promozione del Made in Italy e del territorio.

Di fronte a questa svolta, torna alla mente la lezione più pura che Don Lorenzo Milani consegnò alla sua Lettera a una professoressa nel 1967: “È solo la lingua che fa eguali”. A Barbiana si insegnava che la povertà culturale è la madre di tutte le disuguaglianze, e smantellare un canale in chiaro significa tradire questa missione di equità, scivolando in quella che Paulo Freire definiva una “educazione depositaria”, nel suo testo manifesto del 1968. Per il pedagogista brasiliano, l’istruzione non è un archivio passivo da cui attingere contenuti su richiesta, ma un atto comunitario e democratico: spegnere la lavagna catodica per trasformarla in una bacheca di file isola il sapere e interrompe quel dialogo universale che il Servizio Pubblico avrebbe il dovere di garantire. La Rai ha provato a rassicurare l’opinione pubblica parlando di un’evoluzione digitale fluida e al passo con i tempi: i contenuti didattici non muoiono, si trasferiscono semplicemente online, su RaiPlay, per inseguire i ragazzi sulle piattaforme che frequentano ogni giorno.

Eppure, questa scelta assomiglia molto a un paradosso d’autunno: spegnere la scuola in TV proprio nel periodo che per generazioni ha simboleggiato la riapertura dei quaderni e l’inizio del viaggio verso il sapere.

Questo passaggio dal digitale terrestre al web non è una semplice migrazione tecnica. È una mutazione genetica del sapere. La televisione lineare possiede un superpotere antico che internet non ha: la serendipità. Il miracolo del bambino, del pensionato o del curioso che “fa zapping”, ci capita per caso e rimane folgorato da una spiegazione sull’universo o da una lezione di lingua straniera.

Il web, al contrario, richiede un’azione intenzionale. Su internet digiti ciò che cerchi già; in TV impari ciò che non sapevi nemmeno esistesse. Relegare la scuola a una bacheca di link on-demand significa trasformare un diritto universale in un lusso per navigatori consapevoli. Chi guiderà i ragazzi delle periferie sociali e digitali verso quei contenuti, se nessuno accenderà più una luce sul palinsesto nazionale?

Sostituire la scienza e la didattica con il racconto dei territori e delle tradizioni locali risponde a logiche di marketing e di consenso immediate, ma solleva un interrogativo profondo sul ruolo del Servizio Pubblico. Questa scelta nasconde il rischio strisciante di un’auto-ghettizzazione culturale: l’illusione che la celebrazione del proprio cortile possa sostituire la comprensione del mondo. Il campanilismo elevato a palinsesto rischia di trasformarsi in una gabbia dorata. Rintanarsi nel folklore locale, rinunciando ai linguaggi universali della scienza e del pensiero critico, significa condannare il Paese a una sterile autarchia intellettuale. Se ci si limita a guardare indietro con nostalgia, l’identità si ammala di provincialismo e smette di dialogare con la modernità. Le radici sono importanti, ma le ali lo sono di più: un Paese si salva se impara a guardare il domani attraverso il microscopio della ricerca, non solo se si specchia nel proprio passato. Mentre l’Europa investe sulle competenze scientifiche e sulla riduzione del divario educativo, l’Italia sceglie di “alleggerire” la sua offerta televisiva pubblica, smantellando l’unico presidio catodico interamente dedicato alla formazione. Non è una transizione ecologica del sapere; sembra piuttosto una ritirata strategica.

Il dibattito che ha infiammato i social, la politica e il mondo della scuola in queste settimane dimostra che il canale 57 non era solo una frequenza. Era un patto di cittadinanza. La Rai è nata per alfabetizzare un’Italia ferita nel dopoguerra con Telescuola nel 1958 e con l’indimenticabile epopea del Maestro Manzi in “Non è mai troppo tardi”; una missione che nel 2009 aveva trovato in Rai Scuola la sua naturale e moderna continuazione. Oggi, quel mandato ideale sembra sbiadire dietro la scusa della modernizzazione tecnologica.

La cultura ha bisogno di spazio, di tempo e di visibilità. Togliere Rai Scuola dal digitale terrestre rende il sapere un po’ più invisibile, un po’ più faticoso da raggiungere. Ed è un rischio enorme: perché quando si spegne una lavagna pubblica, l’oscurità che resta non è mai digitale, è solo culturale.

I Tredici No di Vignale: quando la coscienza di un singolo spezza la macchina della dittatura

Articolo di L.M.

A ottantadue anni dall’eccidio dei tredici ragazzi che si opposero alla leva fascista, la memoria della strage si trasforma in un manifesto etico contro il peso morto dell’indifferenza e ci costringe a guardare dentro lo specchio delle nostre responsabilità quotidiane.

«Non esiste futuro senza memoria». Questa celebre riflessione di Primo Levi definisce il senso profondo della ricorrenza odierna. Oggi, 26 agosto, l’Italia si risveglia davanti a una data che non appartiene semplicemente al calendario. L’Eccidio di Vignale consegna alla memoria una lezione potente. Non ha perso un solo milligrammo della sua forza. Ci sono giorni che tornano ogni anno per porre un interrogativo profondo. Non offrono risposte consolidate. Aprono ferite. Questa giornata ci ricorda una verità fondamentale. Anche dentro il meccanismo apparentemente perfetto di un regime totalitario, l’individuo mantiene il potere di decidere da che parte stare. Quando un sistema pretende obbedienza assoluta, la libertà comincia da un gesto apparentemente piccolo. Comincia da un rifiuto. Da una decisione individuale che ha la forza di cambiare il corso della storia. Esiste una simmetria quasi provocatoria in questo anniversario. Il 26 agosto 1789 l’umanità codificava a Parigi la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Centocinquantacinque anni dopo, su un prato della periferia novarese, tredici corpi dovettero difendere quegli stessi diritti astratti dall’asfissia di una dittatura. Non lo fecero con i trattati. Diedero la propria vita.

La forza più pericolosa di un regime autoritario non risiede tanto nelle armi. Risiede nella capacità di abituare le persone a obbedire senza pensare. Quando la sottomissione diventa un’abitudine quotidiana, l’essere umano smette di porsi domande. Si trasforma in un pezzo meccanico del sistema. Riceve un comando ed esegue ciecamente. Si volta dall’altra parte. Cancella la propria responsabilità di fronte al dolore altrui. È proprio in questa terra di mezzo tra l’azione complice e il silenzio che si inserisce la sferzata filosofica di Antonio Gramsci. Nel suo celebre scritto del 1917, Odio gli indifferenti, Gramsci definiva l’indifferenza come il vero «peso morto della storia». La considerava la materia prima di ogni parassitismo e di ogni dittatura. I regimi non si consolidano soltanto per la ferocia di chi comanda. Si nutrono dell’assenteismo dei molti. Vivono di quella massa che si adegua e lascia che si annodino i nodi che poi solo la spada potrà tagliare. Quando la maggioranza abdica alla propria coscienza, la storia sembra scritta da una fatalità inevitabile. Ma nessun ingranaggio è davvero invincibile. I dati d’archivio custoditi dall’Istituto Storico della Resistenza “Piero Fornara” documentano l’esatta frazione di secondo in cui questo automatismo e questo peso morto si sono rotti.

Nel cuore di quel tragico 1944, condotti a Vignale su due veicoli per aver rifiutato di indossare la divisa della Repubblica di Salò, i tredici ragazzi furono allineati e trucidati a raffiche di mitragliatrice davanti alla popolazione civile. L’esecuzione pubblica non fu un caso. Fu una precisa messinscena psicologica orchestrata dal prefetto Enrico Vezzalini. Costringere la comunità a guardare serviva a spezzare la resistenza emotiva del territorio. Il massacro doveva trasformarsi in un monito di puro terrore. Quella stessa violenza continuò subito dopo la scarica. Il regime impose un brutale divieto alle donne del posto, impedendo loro di avvicinarsi per raccogliere e ricomporre i cadaveri straziati sul prato. Questo blocco spietato spezzò persino il fondamentale diritto umano alla pietà per i morti. Solo il successivo e fermo intervento di monsignor Leone Ossola riuscì a rompere quel divieto. Permise finalmente alla crocerossina Rina Musso e al medico Piero Fornara di recuperare quei poveri resti. Questo evento rimane uno dei fatti più cruenti e dolorosi dell’intera storia di Novara. Quei tredici ragazzi, con il loro rifiuto, si tolsero di dosso l’indifferenza. Pagarono il prezzo di essere diventati, per un attimo, gli unici uomini liberi in un Paese occupato.

La ricerca scientifica sui comportamenti di massa dimostra che il cervello umano soffre di un limite intrinseco noto come “anestesia psichica”. Tendiamo a non provare vera empatia davanti ai grandi numeri astratti della macrostoria. La statistica anestetizza la mente. Il nome proprio, invece, risveglia la coscienza. Per questo, sottrarre la vicenda di Vignale alla retorica significa restituire un volto e una biografia a quella scelta. Significa leggere i loro nomi uno per uno: Angelo Saini, Antonio Denti, Giovanni Diotti, Natale Diotti. Fausto Gatti, Igino Mancini, Secondo Passera, Erminio Sara. Orione Berto, Spartaco Berto, Pietro Molinari, Giuseppe Schiorlini e Renato Crestanini.  Molti di loro non erano neppure maggiorenni. Furono falciati quando l’età della chiamata alla leva era scesa disperatamente a 17 anni. Non è una lezione comoda. Ci costringe a superare l’idea rassicurante secondo cui il male parli la lingua di mostri lontani. Ci ricorda che il bene non è una scelta facile per chiunque. Nei momenti estremi, scegliere significa esporsi. Significa rischiare. Rompere una catena di convenienze e paure. È proprio lì che la libertà acquista il suo peso specifico.

Ottandue anni sono abbastanza per trasformare i testimoni in una generazione sempre più rara. Ma non bastano a rendere il passato innocuo. La memoria non serve a congelare il tempo in un museo d’altri tempi. Serve a interrogarlo. Ricordare l’Eccidio di Vignale significa allora domandarsi che cosa accade quando l’obbedienza viene elevata a virtù suprema. Significa capire cosa succede quando la coscienza individuale viene considerata un ostacolo. La risposta della storia è chiara. Quando tutti smettono di scegliere, il potere non incontra più resistenza. Quando qualcuno sceglie, invece, l’ingranaggio può incepparsi. La democrazia non vive soltanto nei palazzi istituzionali. Vive nelle coscienze. Vive nella capacità di riconoscere l’ingiustizia e di non considerare normale l’abitudine all’orrore. Vive nel rifiuto di delegare sempre ad altri la responsabilità delle proprie decisioni. L’Eccidio di Vignale non si è chiuso tra le pagine della storia: da quel prato emerge una lezione nitida. Un regime può imporre ordini. Può costruire paura. Può tentare di trasformare delle vite in cifre e le persone in ingranaggi. Ma non può cancellare del tutto la libertà di scegliere. Quella scelta resta l’atto più elementare dell’essere umano. E il più tremendo. A volte basta una persona. A volte basta un “no”.

E se quel “no” riesce a sopravvivere per ottantadue anni, è perché la memoria non è un semplice archivio di fatti polverosi. È un dovere civile e un processo sociale vivo. Sopravvive perché il trauma di una ferita collettiva si tramanda di generazione in generazione come un’eredità culturale invisibile. Trasforma il sangue versato nel pilastro democratico di una comunità. Sopravvive perché la sottomissione invecchia e crolla insieme ai regimi che la impongono. Al contrario, la scelta etica di rimanere umani di fronte all’orrore risponde a un valore universale che non conosce scadenza. Quel rifiuto supera il tempo perché si è radicato nella coscienza collettiva, nella terra e nella lingua di chi è rimasto. È diventato un anticorpo sociale irrinunciabile contro l’indifferenza del presente. Rimane qui, sospeso sul nostro oggi, per obbligarci a rispondere a un’ultima, inevitabile domanda: «Cosa siamo disposti a fare quando obbedire è più facile che scegliere?»

CALABRIA – Broker della droga estradato, aveva modificato le impronte digitali

Smajlaj Fisnik, un albanese accusato di essere un broker nel traffico internazionale di droga, è stato condannato a 27 anni di reclusione. Per tentare di eludere le autorità, nel 2021 ha subito un intervento per alterare e invertire le sue impronte digitali. Tuttavia, i suoi sforzi si sono rivelati inutili. Fisnik è stato rimpatriato in Italia sotto scorta dall’Unità I-CAN (Interpol Cooperation Against ‘Ndrangheta), in esecuzione di un mandato di arresto europeo emesso dalla Procura della Repubblica di Catanzaro.

Di recente, il soggetto è stato coinvolto nell’operazione nota come “Gentleman II”. In questa indagine, il 2 maggio 2023, il gip del Tribunale di Catanzaro ha disposto la custodia cautelare per 25 persone — di cui 19 in carcere, quattro agli arresti domiciliari e due soggette a obbligo di dimora — ed ha disposto il sequestro preventivo di beni per un valore totale di circa 3,8 milioni di euro.

Il provvedimento, sollecitato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, segna la conclusione di un’operazione investigativa che ha richiesto un notevole impegno. Il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria/Gico di Catanzaro ha collaborato con il Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza. Le indagini, avviate nel 2020, hanno visto il lavoro congiunto della Squadra Investigativa Comune (SIC) composta da forze di polizia di Germania e Belgio, supportate dalla Direzione Centrale per i Servizi Antidroga e Europol, sotto la supervisione delle rispettive autorità giudiziarie e di Eurojust.

Fonte: ANSA

Furto al MuMe di Messina, allarmi attivi ma problemi nelle procedure di sicurezza dei custodi

Le recenti ispezioni svolte dalla Regione Siciliana presso il Museo di Messina hanno rivelato che, nonostante il furto delle opere di Antonello da Messina, gli allarmi hanno funzionato adeguatamente. Tuttavia, sono emerse problematiche relative all’applicazione delle norme di sicurezza da parte dei custodi.

Questa valutazione, avviata dal presidente della Regione Siciliana Renato Schifani, è stata diramata dal dirigente generale del dipartimento dei Beni culturali, Mario La Rocca, che ha visitato il museo per un controllo diretto.

Il dipartimento sta ora attendendo ulteriori informazioni supplementari alla relazione presentata dalla direttrice del museo. Solo dopo aver ricevuto questi aggiornamenti, si prenderanno decisioni riguardo l’eventuale procedere a un procedimento disciplinare nei confronti dei custodi in servizio durante il furto, un evento che ha visto sottratte opere dal valore milioni di euro.

Nel frattempo, i custodi sono stati temporaneamente trasferiti e posti in ferie in attesa delle decisioni ufficiali.

Fonte: ANSA