Reggina straripante: 7-0 alla Digiesse Praiatortora in Coppa Italia

La Reggina ha travolto l’avversario con un netto 7-0 al Granillo al termine di una gara a senso unico.

La prima occasione è degli avversari, ma Lagonigro si fa trovare pronto.

La partita si è sbloccata nel primo tempo, segnato dall’episodio chiave dell’espulsione di Popovic per un fallo a gioco fermo su Lancini. LaSfruttando la superiorità numerica, i amaranto hanno chiuso la prima frazione di gioco in vantaggio per 4-0 grazie alla rete di Reis (servito dal subentrato Toscano), alla doppietta di Mady Abonckelet sugli sviluppi di due calci d’angolo e all’azione personale conclusa da Rotulo dal limite dell’area.

Nel secondo tempo mister Marchionni ha sfruttato il largo vantaggio per testare il passaggio dalla difesa a tre al 4-3-3, trasformatosi poi in un 4-2-3-1 con i vari cambi. La squadra ha continuato a spingere, trovando altre tre reti: prima il gol di Guida, poi la splendida marcatura dalla distanza di Toscano (nominato migliore in campo) e infine la seconda rete personale di Reis nel finale, che ha fissato il punteggio definitivo sul 7-0.

CALCIO – Reggina travolgente al Granillo: 4-0 al PraiaTortora dopo i primi 45 minuti

Amaranto scatenati all’esordio stagionale in Coppa Italia Serie D. L’espulsione di Popovic cambia la gara, poi dilagano gli uomini di Marchionni: Reis apre, doppietta di Abonckelet e poker di Rotulo

REGGIO CALABRIA – Una Reggina straripante chiude il primo tempo della sfida contro il Digiesse PraiaTortora con un netto 4-0. Al Granillo, nella prima uscita ufficiale della stagione in Coppa Italia Serie D, gli uomini di Marco Marchionni impiegano appena 45 minuti per mettere una seria ipoteca sul passaggio del turno.

Il tecnico amaranto si affida dal primo minuto a Lagonigro tra i pali; Fazio, Lancini e R. Girasole nel reparto arretrato; Baggi, Acquadro, Abonckelet, Rotulo e Palmieri a centrocampo, con Guida e Reis in avanti.

La gara cambia volto con l’espulsione di Popovic, punito con il cartellino rosso per un fallo a gioco fermo ai danni di Lancini. Il PraiaTortora rimane in dieci e la Reggina sfrutta immediatamente la superiorità numerica, prendendo il pieno controllo dell’incontro.

A sbloccare il risultato è Reis, che trova la rete in spaccata. Poi sale in cattedra Abonckelet, protagonista assoluto con una doppietta realizzata sugli sviluppi di due calci d’angolo. A mettere il sigillo sul primo tempo ci pensa infine Rotulo, autore del 4-0 al termine di una bella azione personale.

Da registrare anche l’infortunio alla spalla di Palmieri, costretto ad abbandonare il terreno di gioco dopo circa un quarto d’ora. Al suo posto Marchionni manda in campo Toscano.

Il PraiaTortora aveva provato ad affrontare la gara con coraggio, ma l’inferiorità numerica e la successiva accelerazione degli amaranto hanno indirizzato pesantemente la prima frazione.

Reggina dunque avanti 4-0 all’intervallo, con il Granillo che può applaudire una prima metà di gara praticamente a senso unico.

REGGINA: Lagonigro; Fazio, Lancini, R. Girasole; Baggi, Acquadro, Abonckelet, Rotulo, Palmieri; Guida, Reis.
A disposizione: Madia, Toscano, Franchini, De Mori, D. Girasole, Specker, Laaribi, Macrì, Alma.
Allenatore: Marchionni.

Il New York Times accende i riflettori sulla Calabria, ma la reporter resta a piedi: quattro treni cancellati in sei giorni

Articolo di L.M.

Dietro la cartolina delle bellezze naturali emergono i disservizi della rete locale. Il reportage apre il caso trasporti e riaccende lo scontro tra il governatore Occhiuto e il governo per i fondi dell’Alta Velocità.

Un ampio resoconto del New York Times dedicato alle meraviglie calabresi ha riacceso i riflettori internazionali sulla regione. Questo servizio ha innescato un immediato scontro politico. Dal contesto istituzionale regionale è subito arrivato il commento entusiastico: “Il mondo ha capito cosa si stava perdendo“. L’Osservatorio per il Socialismo Riformista “Anna Kulischioff” invita però alla cautela. L’organismo spinge a leggere l’articolo originale fino in fondo. Solo così si può comprendere la reale portata del racconto americano.

L’autrice del pezzo è Laura Rysman, giornalista statunitense che vive da anni in Italia. La reporter si occupa professionalmente di viaggi, cultura e gastronomia. Ha svolto il viaggio insieme al marito, il fotografo Pontus Berghe. Rysman ha spiegato nel suo scritto di conoscere ancora poco questa regione, nonostante risieda da tempo nel nostro Paese. Ciò che scopre le piace. L’approfondimento esalta il mare, i borghi, la storia, il cibo e le tradizioni locali rimaste autentiche. Si tratta di una bellissima pubblicità d’oltreoceano. Tuttavia, la nota dell’Osservatorio Kulischioff precisa un dettaglio. Questo patrimonio «ce lo hanno consegnato madre natura e secoli di storia, non l’azione della politica regionale».

I nodi vengono al pettine quando il quotidiano documenta l’esperienza diretta sul campo. Il testo evidenzia il netto contrasto tra l’espansione dei collegamenti aerei e i problemi delle linee su rotaia. Nel reportage viene denunciato il pesante disagio di ben quattro treni cancellati in appena sei giorni. Questo disservizio sistematico ha persino impedito alla reporter di visitare la città di Vibo Valentia, lasciandola bloccata. A dare voce al malcontento interno è Vittoria Artesi, una fresca imprenditrice calabrese intervistata per l’occasione. La sua testimonianza fotografa la parabola dei ragazzi che vorrebbero provare a rientrare dal Nord per creare nuove attività. Questi giovani si scontrano con la carenza di tutele essenziali: “La Calabria investe nel turismo ma non in sanità, scuola e trasporti”.

Al di là della dura istantanea scattata dal New York Times, la realtà delle infrastrutture calabresi vive una complessa fase di transizione e confronto istituzionale. Il territorio si trova in una condizione di cantiere aperto. Questa situazione vede impegnato il presidente della Giunta, Roberto Occhiuto, in una serrata interlocuzione con il governo centrale. Il governatore ha infatti evidenziato le criticità legate ai piani originari del PNRR, che non estendono l’Alta Velocità ferroviaria fino alla Calabria. Per colmare la mancanza di una progettazione definitiva e reperire il miliardo di euro necessario a raggiungere Praia a Mare, Occhiuto ha proposto una soluzione innovativa. A margine di un evento a Scilla, ha prospettato l’opportunità di attingere alle risorse europee del “Dual Use”. Ha accompagnato la strategia con la dichiarazione d’intenti “comprando qualche arma in meno e facendo qualche infrastruttura in più”. L’obiettivo dichiarato, al centro delle scorse settimane di un fitto dialogo con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, è superare i vecchi ritardi e spezzare l’atavico isolamento locale.

L’Osservatorio conclude ricordando che il compito della politica dovrebbe essere proprio quello di sbloccare questi cantieri cruciali. Le istituzioni devono far funzionare le prestazioni pubbliche e i collegamenti. Allo stesso modo, occorre garantire l’istruzione e la tutela della salute. Solo così lo straordinario patrimonio della regione potrà trasformarsi in vero sviluppo e occupazione. Il monito finale alla governance è perentorio: «Leggere solo la parte bella di un articolo non rende più bella la realtà!»

Europa? Nei!

Articolo di D.C.

Il verdetto delle urne in Islanda è di quelli che lasciano il segno. Con il 52,8% dei voti contrari alla ripresa dei negoziati di adesione, i cittadini islandesi hanno deciso di mantenere lo status quo: dentro il mercato dello Spazio Economico Europeo e nell’area Schengen, ma rigidamente fuori dall’Unione Europea.

A prevalere non è stata la spinta europeista della capitale Reykjavík, quanto la ferma opposizione delle comunità costiere e periferiche del Paese. Il motivo principale è la difesa a oltranza della risorsa più preziosa dell’isola: il mare e i suoi pesci.

Per l’Islanda il settore ittico è il vero e proprio pilastro dell’economia nazionale, rappresentando quasi il quaranta percento delle esportazioni totali. L’idea di dover sottostare alla Politica Comune della Pesca dell’Unione Europea ha rappresentato l’argomento decisivo del fronte del contrario. Gli islandesi temevano che Bruxelles potesse imporre quote di cattura rigide e, soprattutto, aprire le ricche acque territoriali islandesi ai pescherecci degli altri Paesi membri, diluendo il controllo sovrano su quello che considerano un patrimonio intoccabile.

Guardando al voto islandese da una prospettiva continentale, e in particolare dall’Italia, emergono analogie e riflessioni profonde sulle storture che il processo di integrazione europea ha spesso generato nei singoli Stati membri. Le preoccupazioni degli islandesi sulla perdita di competitività e sul controllo calato dall’alto richiamano infatti dinamiche ben note nel nostro Paese.

Se l’Islanda ha respinto preventivamente i vincoli comunitari per difendere la propria flotta, l’Italia sperimenta da decenni gli effetti di una gestione centralizzata del comparto ittico. Riduzioni drastiche delle giornate in mare, quote di cattura stringenti e normative spesso calate senza considerare le peculiarità della pesca mediterranea hanno messo a dura prova la pesca artigianale e industriale italiana, percepita spesso come sacrificata a favore di flotte straniere o di normative burocratiche lontane dalla realtà dei porti.

Uno dei grandi timori dei mercati periferici di fronte all’Unione è l’appiattimento degli standard e l’esposizione a una concorrenza non sempre a pari condizioni, guidata da economie forti con costi di produzione differenti. L’Italia conosce bene questo fenomeno poiché l’adozione di normative comunitarie uniformi, nate spesso per tutelare i mercati altrui, ha finito per penalizzare le specificità del tessuto produttivo nazionale. A ciò si aggiunge la concorrenza spietata di Paesi, sia interni che esterni all’Unione, che beneficiano di minori tutele o di minori costi del lavoro, mettendo in difficoltà le nostre piccole e medie imprese.

Inoltre, l’integrazione monetaria e i vincoli di bilancio europei hanno imposto all’Italia decenni di politiche di rigore e di svalutazione interna. Mentre in Islanda la moneta sovrana ha permesso di attuare svalutazioni protettive durante le crisi, l’Italia, ingabbiata nella rigidità dell’euro e priva della leva monetaria, ha visto i salari reali ristagnare o arretrare, incapaci di tenere il passo con il costo della vita e con la crescita economica degli altri partner dell’eurozona.

Il rifiuto dell’Islanda non rappresenta un rigetto dell’Europa in quanto tale, ma il risultato di un lucido calcolo costi-benefici. Gli islandesi hanno guardato ai vicini europei e indirettamente ai problemi strutturali di economie integrate come quella italiana, preferendo la libertà di manovra alla camicia di forza di Bruxelles.

Il messaggio che arriva dal Nord Atlantico è chiaro perché l’integrazione spinta non è una strada a senso unico e priva di rischi. Di fronte alla prospettiva di veder diluita la propria forza, di subire regole calate dall’alto sulla gestione delle risorse e di rischiare una compressione del proprio modello di benessere, l’Islanda ha scelto di restare padrona a casa propria, offrendo un monito che, visto dall’Italia, riaccende inevitabilmente il dibattito sul prezzo reale pagato all’altare di un europeismo dal retrogusto rigidamente soviet.