C’è una Reggio Calabria che ha deciso di voltare pagina, di smetterla di guardarsi l’ombelico e di rimboccarsi le maniche. E c’è, dall’altra parte, il solito fronte della reazione: un coro ben nutrito di teorici del nulla, di pasdaran delle cause astratte e di salottieri digitali che, abituati a un decennio di immobilismo comodo, faticano a digerire la realtà del cambiamento.
La nuova stagione amministrativa guidata da Francesco Cannizzaro si è trovata a fare muro contro un fuoco incrociato di obiezioni prettamente teoriche, scollegate dalle esigenze dei cittadini. Il copione è sempre lo stesso, recitato da chi scambia la polvere degli uffici per il polso della strada.
Un primo bersaglio della polemica d’accatto, ad esempio, è la programmazione dei grandi eventi, come il Vinitaly, bollato sbrigativamente come “spreco di risorse monetarie”. Viene da chiedersi quale sia l’alternativa proposta dai critici. Forse rimpiangono i fasti amministrativi degli ultimi dodici anni, caratterizzati da capolavori di urbanistica surreale come piste ciclabili tracciate sopra i marciapiedi o in mezzo alla strada, o dalla surreale restituzione di fondi a Roma e a Bruxelles?
Evidentemente, per questa categoria si poteva tranquillamente mantenere la città a suon di ossigeno e di post su Facebook, rigorosamente incentrati sull’onanismo culturale o sul sesso degli angeli, mentre il territorio sprofondava nell’abbandono.
Non è andata meglio sul fronte dei cantieri, nello specifico per i lavori sul ponte Calopinace. Qui si è tentato goffamente di strumentalizzare il mondo del lavoro, accusando l’amministrazione di sfruttamento. Un tentativo, manco a dirlo, miseramente fallito. I lavoratori non hanno dato retta a sirene corporative e hanno smentito ignorando la sviolinata del sindacato.
La verità è che troppi lavoratori, in passato, si sono ritrovati ad accettare condizioni gravose e svantaggiose proprio a causa dei compromessi sottotraccia tra certi sindacati e i “padroni” di turno. Quando si parla di diritti a corrente alternata, la coerenza finisce dove iniziano le tessere di partito o gli interessi carrieristici.
Dulcis in fundo, la regina madre di tutte le opposizioni: il fronte dei No Ponte. È evidente che chi anima queste battaglie non ha mai fatto la fila agli imbarcaderi, non ha mai parlato con i pendolari costretti a subire disagi logistici mostruosi, né si è confrontato con chi attraversa lo Stretto ogni giorno per studio o per necessità.
Parlano di paesaggio e bellezza, ma lo fanno da una prospettiva rigorosamente subculturale, fatta di speculazione teoretica. Propongono soluzioni che puzzano di ipocrisia, che mal si conciliano con la modernità e con il diritto alla mobilità dei cittadini, parlando esclusivamente alla loro cerchia ristretta, quella che ha — per dirla alla nostra maniera — “la tavola già conzata” o banali capricci.
Allora memori della lezione catulliana, prettamente individuale ma adattabile anche alla cosa pubblica, ricordiamo “per l’ozio ti esalti e sfreni troppo; l’ozio un tempo ha rovinato re e città prospere”.
D.C.