Articolo di D.C.
La nostra esistenza corre veloce, spinta anche dalla ricerca di traguardi permanenti e di un successo che sia sempre misurabile, accumulabile e duraturo. In questo scenario, lo sport rispecchia fedelmente la febbre della nostra società, riducendosi a un’industria della performance dove ogni risultato viene contabilizzato o mistificato, come determinati record misurati con il metro del “cherry picking”, ovvero con le selezioni di numeri, dati e statistiche funzionali alla costruzione di un idolo.
Per riscoprire l’anima profonda della competizione, dobbiamo compiere un salto all’indietro di venticinque secoli e interpellare Pindaro. Per il grande lirico di Tebe, cantore dei giochi panellenici, l’atleta incarna invece il tramite terreno di una scintilla divina.
Al centro di questa visione si staglia l’aretè, un termine intraducibile che oscilla tra virtù, eccellenza e valore eroico. Nell’universo pindarico, questo concetto poggia su un duplice pilastro: da un lato il dono innato della stirpe; dall’altro la fatica severa e il rischio dell’agone (pónos). Senza sudore, senza l’ostacolo da superare e il pericolo reale da fronteggiare, il valore resta muto.
Il messaggio più nobile e attuale che Pindaro ci consegna riguarda la fragilità della nostra parabola. La vittoria sportiva è per sua natura effimera, un lampo che brucia nel volgere di una stagione. L’arte poetica interviene proprio per sottrarre l’atleta all’oblio del tempo, trasformando il trionfo mortale in kleos immortale. La vera gloria appartiene a chi sa riconoscere il proprio limite. L’hybris — la tracotanza di chi si crede padrone assoluto del proprio destino — rappresenta il pericolo supremo per il vincitore, ammonito costantemente a ricordare la propria condizione mortale: “Un sogno di un’ombra è l’uomo”.
Celebrare l’aretè con gli occhi di Pindaro di fronte all’esibizionismo odierno significa ristabilire un luogo in cui la ricerca dell’eccellenza rifiuta la produzione di valore industriale o pubblicitario e sceglie invece di nobilitare il limite dell’essere umano attraverso la bellezza e la grazia di un istante eterno.

