Articolo di D.C.
Nel secolo scorso, Umberto Eco delineò l’Ur-fascismo, ovvero l’insieme di caratteri fascisti innati negli italiani. L’operazione intellettuale fu – invero – una lettura riduzionista che attribuiva retroattività all’ideologia del ventennio, da cui gli attuali sciocchi bias culturali. Culto della tradizione, rifiuto del modernismo, intolleranza verso il dissenso, ossessione per il complotto, d’altronde, non sono categorie inventate da Benito Mussolini; altresì in questa etichettatura possiamo biasimare una lettura psicanalitica improvvisata da un semiologo, viziata da pregiudizievole partigianeria.
A Pisa possiamo osservare questa eredità subculturale, dove alcuni amministratori locali hanno confuso indicazioni di operai sul muro di una scuola elementare (delle frecce e la scritta “Si FASCIA”) come esternazioni fasciste.
Non è una gag, s’intende: è favolosamente reale.
Avete presente quando desideriamo una cosa talmente tanto da poterla vedere? Avrebbero voluto, probabilmente, i democratici pisani, perché l’identificazione in relazione al nemico è l’unico spiraglio identitario rimasto nella sinistra nostrana. L’ago di una bilancia moralistica e quindi truccata. Non ci sono argomenti, non ci sono proposte né contenuti, e si pone necessaria una giustificazione della propria ragion d’essere per salvare la baracca.
Creare lo spauracchio di un male peggiore, assoluto, da contrapporre alle proprie lacune è un modo – appunto – di bilanciare la propria condizione e galleggiare nella mediocrità col benestare di una collettività disinteressata alla cosa pubblica.
Antichi commediografi avrebbero trovato terrene fertile, specialmente sul gioco della psicologia inversa, dato che i tratti dell’Ur-fascismo – troppo facilmente – ricadono sugli accusatori!












