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Canale 57, cala il sipario: il Servizio Pubblico spegne la lavagna 

 Articolo di L.M. 

La migrazione sul web del canale 57 spegne la serendipità della TV in chiaro. Se la cultura diventa un lusso on-demand, il Servizio Pubblico rinuncia al suo ruolo più alto: garantire il diritto democratico e universale al sapere.

Il telecomando è lo scettro del nostro tempo, ma dal 1° ottobre 2026 la sua mappa perderà un pezzo di bussola. Schiacciare il tasto 57 non aprirà più una finestra sul laboratorio della conoscenza. Non ci saranno più lezioni di fisica spiegate con la pazienza degli artigiani del sapere, né formule matematiche trasformate in racconti, né frammenti di storia proiettati nel futuro. Al posto di Rai Scuola, lo storico avamposto della pedagogia televisiva italiana, sul canale 57 debutterà infatti “Italiana”: il nuovo progetto editoriale della Rai focalizzato sulla promozione del Made in Italy e del territorio.

Di fronte a questa svolta, torna alla mente la lezione più pura che Don Lorenzo Milani consegnò alla sua Lettera a una professoressa nel 1967: “È solo la lingua che fa eguali”. A Barbiana si insegnava che la povertà culturale è la madre di tutte le disuguaglianze, e smantellare un canale in chiaro significa tradire questa missione di equità, scivolando in quella che Paulo Freire definiva una “educazione depositaria”, nel suo testo manifesto del 1968. Per il pedagogista brasiliano, l’istruzione non è un archivio passivo da cui attingere contenuti su richiesta, ma un atto comunitario e democratico: spegnere la lavagna catodica per trasformarla in una bacheca di file isola il sapere e interrompe quel dialogo universale che il Servizio Pubblico avrebbe il dovere di garantire. La Rai ha provato a rassicurare l’opinione pubblica parlando di un’evoluzione digitale fluida e al passo con i tempi: i contenuti didattici non muoiono, si trasferiscono semplicemente online, su RaiPlay, per inseguire i ragazzi sulle piattaforme che frequentano ogni giorno.

Eppure, questa scelta assomiglia molto a un paradosso d’autunno: spegnere la scuola in TV proprio nel periodo che per generazioni ha simboleggiato la riapertura dei quaderni e l’inizio del viaggio verso il sapere.

Questo passaggio dal digitale terrestre al web non è una semplice migrazione tecnica. È una mutazione genetica del sapere. La televisione lineare possiede un superpotere antico che internet non ha: la serendipità. Il miracolo del bambino, del pensionato o del curioso che “fa zapping”, ci capita per caso e rimane folgorato da una spiegazione sull’universo o da una lezione di lingua straniera.

Il web, al contrario, richiede un’azione intenzionale. Su internet digiti ciò che cerchi già; in TV impari ciò che non sapevi nemmeno esistesse. Relegare la scuola a una bacheca di link on-demand significa trasformare un diritto universale in un lusso per navigatori consapevoli. Chi guiderà i ragazzi delle periferie sociali e digitali verso quei contenuti, se nessuno accenderà più una luce sul palinsesto nazionale?

Sostituire la scienza e la didattica con il racconto dei territori e delle tradizioni locali risponde a logiche di marketing e di consenso immediate, ma solleva un interrogativo profondo sul ruolo del Servizio Pubblico. Questa scelta nasconde il rischio strisciante di un’auto-ghettizzazione culturale: l’illusione che la celebrazione del proprio cortile possa sostituire la comprensione del mondo. Il campanilismo elevato a palinsesto rischia di trasformarsi in una gabbia dorata. Rintanarsi nel folklore locale, rinunciando ai linguaggi universali della scienza e del pensiero critico, significa condannare il Paese a una sterile autarchia intellettuale. Se ci si limita a guardare indietro con nostalgia, l’identità si ammala di provincialismo e smette di dialogare con la modernità. Le radici sono importanti, ma le ali lo sono di più: un Paese si salva se impara a guardare il domani attraverso il microscopio della ricerca, non solo se si specchia nel proprio passato. Mentre l’Europa investe sulle competenze scientifiche e sulla riduzione del divario educativo, l’Italia sceglie di “alleggerire” la sua offerta televisiva pubblica, smantellando l’unico presidio catodico interamente dedicato alla formazione. Non è una transizione ecologica del sapere; sembra piuttosto una ritirata strategica.

Il dibattito che ha infiammato i social, la politica e il mondo della scuola in queste settimane dimostra che il canale 57 non era solo una frequenza. Era un patto di cittadinanza. La Rai è nata per alfabetizzare un’Italia ferita nel dopoguerra con Telescuola nel 1958 e con l’indimenticabile epopea del Maestro Manzi in “Non è mai troppo tardi”; una missione che nel 2009 aveva trovato in Rai Scuola la sua naturale e moderna continuazione. Oggi, quel mandato ideale sembra sbiadire dietro la scusa della modernizzazione tecnologica.

La cultura ha bisogno di spazio, di tempo e di visibilità. Togliere Rai Scuola dal digitale terrestre rende il sapere un po’ più invisibile, un po’ più faticoso da raggiungere. Ed è un rischio enorme: perché quando si spegne una lavagna pubblica, l’oscurità che resta non è mai digitale, è solo culturale.

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