Emergenza trasporti in Sicilia: Salvini rilancia il Ponte: “È l’unica vera alternativa per la Sicilia”

L’ultima eruzione dell’Etna e i conseguenti blocchi al traffico aereo hanno messo nuovamente sotto pressione il sistema dei trasporti siciliano, riaccendendo un mai sopito scontro politico. Ad approfittare della situazione per rilanciare una delle opere più discusse del Paese è il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, che individua nel Ponte sullo Stretto di Messina la soluzione strutturale per evitare che l’isola resti isolata durante simili emergenze.

Sui propri canali social, il titolare del Mit ha condiviso un video che documenta i disagi vissuti da migliaia di passeggeri negli aeroporti siciliani, cogliendo l’occasione per replicare alle opposizioni che da sempre contestano l’opera. Il ragionamento del ministro punta su un concetto chiave: la ridondanza del sistema di mobilità. Secondo Salvini il Ponte non andrebbe a sostituire i voli aerei, ma garantirebbe un passaggio rapido e continuo verso il continente quando lo spazio aereo viene bloccato da eventi naturali. Inoltre, garantirebbe una notevole continuità territoriale, una connessione terrestre stabile che permetterebbe ai viaggiatori di raggiungere rapidamente la Calabria, offrendo l’accesso immediato alle sue stazioni ferroviarie, alla rete autostradale e ad altri aeroporti continentali. Tali azioni darebbero un aiuto molto rilevante nell’ evitare il collasso delle infrastrutture dell’isola, particolarmente vulnerabili nei periodi di massimo afflusso turistico.

Oltre alla proposta tecnica, non è mancata la stoccata politica. Salvini ha risposto con ironia alle accuse delle opposizioni, che lo chiamavano in causa per i disagi di questi giorni, spostando l’attenzione sulla necessità di dare alla Sicilia strumenti infrastrutturali adeguati. Oltre alla proposta tecnica, non è mancata la stoccata politica. Il dibattito, tuttavia, resta fortemente polarizzato, con il fronte del Sì (Governo e Mit) che considera il Ponte non come un’opera isolata, ma come l’anello di congiunzione strategico di una più ampia rete viaria e ferroviaria nazionale, indispensabile per garantire la continuità territoriale, a combattere a spada tratta le opposizioni di tale opera, ferme nel sostenere che la priorità assoluta debba essere il potenziamento e la messa in sicurezza delle infrastrutture interne della Sicilia (strade e ferrovie locali), da anni afflitte da fragilità e carenze strutturali. L’emergenza Etna dimostra ancora una volta come la mobilità nel Mezzogiorno sia un nodo cruciale: la sfida resta quella di costruire un sistema di trasporti flessibile e integrato, in grado di offrire risposte concrete e alternative immediate ai cittadini quando le infrastrutture principali vanno in blocco.

Articolo di V.A.

Il dialogo acustico e interiore nel viaggio del post-rock

Articolo di D.C.

C’è un piacere, immergendosi nel genere post-rock, in cui la tradizionale struttura della canzone si dissolve per fare posto a un’opera interamente strumentale. La rinuncia al cantato, lungi dall’essere pigrizia espressiva, è una precisa volontà di affidarsi al timbro degli strumenti e alle sfumature acustiche. Qui le tracce si dilatano enormemente per essere ruminate, meditate e metabolizzate lentamente in ogni singola vibrazione. L’intento, brillantemente concretizzato, è plasmare una versatile mini-orchestra capace di fluttuare agilmente tra scenari naturalistici e scorci metropolitani.

All’interno di questo ecosistema, ciascun elemento ribalta il proprio compito convenzionale per alimentare un fitto dialogo collettivo. Le percussioni evitano di limitarsi alla rigida marcatura metronomica delle battute, preferendo impreziosire il tessuto con rullate evocative o scansioni archittetoniche. Il basso procede sottovoce, quasi sussurrato, mentre i cordofoni innalzano polifonie struggenti: ora accennano rade note di sottofondo, ora scatenano con plettrate alternate o tremolanti l’equivalente sonoro di una tempesta.

La traiettoria evolutiva di questo linguaggio trae linfa dai fermenti degli anni Ottanta, assorbendo la dissoluzione atmosferica dello shoegaze e la ruvidezza del post-punk, per poi transitare attraverso l’avanguardia dei Tortoise. Grazie a quell’impronta pionieristica, il genere ha iniziato a ramificarsi accogliendo le influenze più disparate: dalle architetture digitali dell’elettronica alle libertà timbriche del jazz, fino alle profondità contemplative dell’ambient. Da tale fecondo collage è scaturita la fisionomia definitiva del movimento.

Questa evoluzione culmina nelle formazioni dalla sensibilità crepuscolare che definiscono il genere oggi. I Godspeed You! Black Emperor delineano affreschi monumentali e carichi di tensione, mentre i This Will Destroy You e gli Explosions in the Sky cesellano melodie capaci di travolgere l’ascoltatore. Completano il quadro i giapponesi Mono, sacerdoti di un intimismo solenne e orchestrale, insieme agli If These Trees Could Talk, abili nel modellare panorami di profonda suggestione cinematografica. Abbracciare queste opere equivale a concedersi il lusso di abitare il suono, lasciandosi guidare da una geometria invisibile che trasforma la musica in uno spazio vivo da esplorare.

Il tempo ritrovato e la pace aspra nella poetica estiva di Eugenio Montale

Nell’opera di Eugenio Montale la stagione estiva si traduce in un metafisico e vertiginoso rallentamento del tempo, racchiuso in quel meriggio immobile e rovente dove l’universo intero sembra trattenere il fiato, in un’attesa che si oppone radicalmente alla frenesia e al divertissement ereditati dalla civiltà dei consumi e alla ricerca di un edonismo superficiale, custodendo al tempo stesso il sapore remoto delle felici infanzie perdute. Sotto la luce implacabile di un sole che brucia ogni illusione e abbaglia la vista, i ritmi accelerati del mondo “civile” si dissolvono per lasciar spazio a una calmo silenzio, aspro e solitario, che costringe l’uomo a fare i conti con la propria interiorità. È proprio in questa apparente immobilità che la poesia montaleana svela una pace paradossale, fatta di raccoglimento e di una percezione che si affina proprio quando il mondo esterno sembra spegnersi, come accade in Meriggiare pallido e assorto dove il poeta attraversa il paesaggio «presso un muro d’orto / che ha cima citrigna, a cocci aguzzi di bottiglia». La ferita inflitta alla materia diventa il simbolo visibile di una necessaria maturazione e di una crescita interiore che passano inevitabilmente attraverso la sofferenza. Il pungolo di quei vetri taglienti custodisce e protegge uno spazio di sosta, ricordando che la vera consapevolezza non nasce da un cammino indolore, ma dall’urto contro il limite e dal superamento delle spine dell’esistenza, dove si impara ad «ascoltare tra i pruni e gli sterpi / schiocchi di merli fruscii di serpi». Qui il rallentamento del tempo coincide con la sospensione dell’essere, dove l’afa estiva diventa l’unico elemento capace di unificare il paesaggio in una sorta di incantamento statico, nel quale persino il mare, descritto come «sfarfallio», si fa visione lontana di una pienezza già nota, rendendo ogni respiro del mondo una testimonianza di «tutta la vita e il suo travaglio». In questo tempo sospeso, in cui i perimetri chiudono fuori il frastuono della storia e gli impegni della modernità, la natura svela la sua verità più profonda e offre al poeta un varco verso una serenità che scaturisce dall’accettazione del limite, un silenzio che ritorna anche nei versi de L’estate quando il tempo sembra dilatarsi tra il «volo del gheppio» e il «guizzo» di una trota in una polla d’acqua, dove la vita pare arrestarsi in una contemplazione quasi minerale che fa eco alla purezza di un tempo aurorale. La pace, nella visione montaleana, germoglia spontanea dal distacco e dalla ferita, come una forma di lucida sbocciatura che si accoglie solo quando, nel pieno della canicola, ci si rende conto che «occorrono troppe vite per farne una» e che l’autentica essenza delle cose risiede proprio in quell’istante di stasi, in quella sospensione dove l’animasi fa cassa di risonanza, permettendo di sostare nel cuore stesso dell’esistenza con la meraviglia limpida di chi ha attraversato il dolore e la noia per ritrovare la via di casa.

 

D.C.

Architettura del cambiamento e resistenze teoriche nella Reggio Calabria che si rinnova

C’è una Reggio Calabria che ha deciso di voltare pagina, di smetterla di guardarsi l’ombelico e di rimboccarsi le maniche. E c’è, dall’altra parte, il solito fronte della reazione: un coro ben nutrito di teorici del nulla, di pasdaran delle cause astratte e di salottieri digitali che, abituati a un decennio di immobilismo comodo, faticano a digerire la realtà del cambiamento.

La nuova stagione amministrativa guidata da Francesco Cannizzaro si è trovata a fare muro contro un fuoco incrociato di obiezioni prettamente teoriche, scollegate dalle esigenze dei cittadini. Il copione è sempre lo stesso, recitato da chi scambia la polvere degli uffici per il polso della strada.

 

Un primo bersaglio della polemica d’accatto, ad esempio, è la programmazione dei grandi eventi, come il Vinitaly, bollato sbrigativamente come “spreco di risorse monetarie”. Viene da chiedersi quale sia l’alternativa proposta dai critici. Forse rimpiangono i fasti amministrativi degli ultimi dodici anni, caratterizzati da capolavori di urbanistica surreale come piste ciclabili tracciate sopra i marciapiedi o in mezzo alla strada, o dalla surreale restituzione di fondi a Roma e a Bruxelles?

Evidentemente, per questa categoria si poteva tranquillamente mantenere la città a suon di ossigeno e di post su Facebook, rigorosamente incentrati sull’onanismo culturale o sul sesso degli angeli, mentre il territorio sprofondava nell’abbandono.

 

Non è andata meglio sul fronte dei cantieri, nello specifico per i lavori sul ponte Calopinace. Qui si è tentato goffamente di strumentalizzare il mondo del lavoro, accusando l’amministrazione di sfruttamento. Un tentativo, manco a dirlo, miseramente fallito. I lavoratori non hanno dato retta a sirene corporative e hanno smentito ignorando la sviolinata del sindacato.

La verità è che troppi lavoratori, in passato, si sono ritrovati ad accettare condizioni gravose e svantaggiose proprio a causa dei compromessi sottotraccia tra certi sindacati e i “padroni” di turno. Quando si parla di diritti a corrente alternata, la coerenza finisce dove iniziano le tessere di partito o gli interessi carrieristici.

 

Dulcis in fundo, la regina madre di tutte le opposizioni: il fronte dei No Ponte. È evidente che chi anima queste battaglie non ha mai fatto la fila agli imbarcaderi, non ha mai parlato con i pendolari costretti a subire disagi logistici mostruosi, né si è confrontato con chi attraversa lo Stretto ogni giorno per studio o per necessità.

Parlano di paesaggio e bellezza, ma lo fanno da una prospettiva rigorosamente subculturale, fatta di speculazione teoretica. Propongono soluzioni che puzzano di ipocrisia, che mal si conciliano con la modernità e con il diritto alla mobilità dei cittadini, parlando esclusivamente alla loro cerchia ristretta, quella che ha — per dirla alla nostra maniera — “la tavola già conzata” o banali capricci.

 

Allora memori della lezione catulliana, prettamente individuale ma adattabile anche alla cosa pubblica, ricordiamo “per l’ozio ti esalti e sfreni troppo; l’ozio un tempo ha rovinato re e città prospere”.

 

D.C.

L’illusione europea e la questione dei flussi migratori

La polvere, spazzata con colpevole miopia sotto il tappeto delle cancellerie europee per decenni, ha finalmente invaso la stanza e i flussi migratori imponenti che premono alle frontiere dell’Unione vengono ormai inseriti nel grande scacchiere della guerra ibrida e non convenzionale, dove la pressione demografica e i movimenti di popolazione fungono da leve di destabilizzazione strategica, ma è proprio qui che il discorso pubblico unionista rischia di scivolare in un comodo e pericoloso depistaggio. Una certa vulgata europeista, ossessionata dall’idea di un’autonomia strategica da costruire a tavolino, punta sistematicamente il dito verso l’esterno, volendo pretestuosamente addossare a Mosca e a Washington la responsabilità esclusiva di attaccare il Vecchio Continente tramite i conflitti in Ucraina, nel Sahel e in Medio Oriente, un copione perfetto quanto consolatorio che permette alle classi dirigenti europee di praticare una forma sistematica di auto-assoluzione per giustificare il fallimento clamoroso di politiche inadeguate e incapaci di fare i conti con la realtà strutturale del fenomeno. La dimostrazione plastica di questo cortocircuito è sotto gli occhi di tutti con un’Europa che, incapace di elaborare una visione comune, si trincera dietro la logica dei vasi non comunicanti mentre i paesi membri litigano tra di loro tra recinti di Schengen rimessi in discussione, bracci di ferro sulle quote di redistribuzione e nazionalismi di facciata che riaffiorano non appena la pressione sale. Il vero fallimento, tuttavia, affonda le radici in un errore storico e culturale, ovvero la pretesa di gestire il continente come se fosse un unico Stato federale sul modello statunitense, ignorando che l’Europa non è un melting pot nato dalla tabula rasa, ma un mosaico millenario di stati-nazione, ognuno con confini culturali profondi, memorie storiche specifiche e demografie radicalmente differenti a cui si pretende di imporre dall’alto politiche migratorie uniformi. Quando Bruxelles legifera ignorando le specificità identitarie e territoriali produce inevitabilmente reazioni di rigetto e l’Unione si scopre fragile non solo perché aggredita da attori esterni spregiudicati, ma perché priva di una coesione interna fondata sul rispetto della propria natura profonda. Continuare a giustificare l’immobilismo politico con la foglia di fico della guerra ibrida altrui non salverà l’Europa, perché Mosca, Washington e anche Pechino fanno semplicemente il loro gioco geopolitico, mentre il vero punto cieco è proprio ciò che l’Europa non fa, nascondendo il dito dietro la formula della società aperta che sceglie di non scegliere. Si rivela così per quello che è, un gigante fittizio che fissa la propria identità sul negotium, sulle arti lucrative, fingendosi alternativo al modello statunitense anziché ammettere di non fare altro che imitarlo. Finché l’Unione scambierà la retorica dell’integrazione forzata per governance reale e continuerà a calpestare l’architettura degli stati-nazione che la compongono, rimarrà un gigante economico vulnerabile e politicamente inerme, perché la polvere è ormai sul tavolo e o l’Europa impara a guardarla senza filtri, o rischia di rimanerne soffocata.

COVID19 – I conti sospesi della pandemia tra segreti, protocolli e poteri d’eccezione

L’esame retrospettivo della gestione pandemica offre un quadro composito in cui le inchieste, i documenti desecretati e le audizioni parlamentari delineano una sequenza di criticità profonde, estendendosi dalle alte sfere della diplomazia internazionale fino alle corsie degli ospedali italiani. Negli Stati Uniti, la figura di Anthony Fauci è rimasta al centro del dibattito a seguito della pubblicazione dei suoi diari privati, i quali hanno rivelato che l’ipotesi di un incidente di laboratorio a Wuhan era stata presa seriamente in considerazione dalla comunità scientifica fin dall’inizio del 2020, salvo poi essere ridimensionata nella comunicazione pubblica ufficiale, rafforzando la torbida ambiguità della vicenda. La forte polarizzazione politica attorno a questa vicenda è culminata nelle audizioni al Senato presiedute da Rand Paul, dove Fauci ha scelto di avvalersi del Quinto Emendamento per sottrarsi alle domande.

Sul fronte europeo, la gestione dei contratti di fornitura dei vaccini ha trovato il suo epicentro nel caso noto come “Pfizergate”, caratterizzato da trattative condotte direttamente tramite messaggi di testo tra la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e i vertici di Pfizer. La successiva sentenza del Tribunale dell’Unione Europea ha censurato l’amministrazione comunitaria per il rifiuto di garantire l’accesso a tali comunicazioni, evidenziando una marcata opacità nella gestione di accordi miliardari finanziati con fondi pubblici. Dinamiche che smentiscono – come se ce ne fosse il bisogno – l’aura di Europa autonoma ed emancipata da Washington.

In Italia, l’attenzione si è concentrata sui lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta e sulle precedenti verifiche giudiziarie che hanno coinvolto l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, chiamato a rispondere delle scelte compiute durante la fase più acuta dell’emergenza. Sotto la lente d’ingrandimento sono finite le misure restrittive calate dall’esecutivo attraverso la decretazione d’urgenza e l’utilizzo rigido e astratto dell’indice Rt, il quale ha imposto blocchi territoriali e commerciali spesso svincolati dalla reale pressione sulle strutture sanitarie locali. A livello clinico e assistenziale, le direttive iniziali basate sul protocollo della “vigile attesa” e sull’uso esclusivo della Tachipirina sono state giustamente biasimate per aver ritardato gli interventi terapeutici domiciliari, aggravando le condizioni dei pazienti, incrementando i ricoveri e i decessi.

Nei reparti ospedalieri, inoltre, si sono registrate gravi carenze nella gestione dei malati non-Covid, spesso isolati e privati dell’assistenza di base, mentre il sistema di conteggio dei decessi che includeva nei bollettini chiunque risultasse positivo al virus indipendentemente dalla causa primaria della morte — ha alimentato una percezione distorta della mortalità reale. Questo clima di eccezionalità è stato accompagnato da una narrazione mediatica fortemente ansiogena, sostenuta da esperti televisivi protagonisti di interventi aggressivi tesi a delegittimare il dissenso scientifico, e si è riflesso anche nella gestione degli appalti pubblici, segnata da sprechi notevoli come quello dei banchi a rotelle distribuiti negli istituti scolastici e rapidamente accantonati, sui quali piombano sospetti di speculazione e affarismo.

Alla luce di tali avvenimenti divisi si rende necessaria la riflessione sull’approccio fideistico attorno al paradigma scientifico e il paradigma dello stato di emergenza come finestra manipolatoria.

Hiroshima 81 anni dopo e l’affermazione del leviatano statunitense

Ottantuno anni fa, il cielo di Hiroshima si lacerava in un lampo di luce accecante, inaugurando l’era atomica con il sangue di centinaia di migliaia di civili inermi, un punto di non ritorno ufficialmente giustificato come l’estremo atto per spezzare la resistenza di un Giappone irriducibile e accelerare la fine del secondo conflitto mondiale. Ma la Storia, quando viene spogliata della sua retorica celebrativa, svela un mosaico ben più complesso, fatto di calcoli geostrategici, supremazia tecnologica e profondi risvolti spirituali. La storiografia ha – a lungo – dipinto i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki come l’unica alternativa ad un’invasione di terra sanguinosa, stimata in centinaia di migliaia di vittime americane, mentre l’analisi dei documenti svela uno scenario differente in cui l’Impero giapponese era ormai allo stremo, economicamente soffocato e militarmente isolato. In questo quadro di collasso imminente, una seconda variabile che decretava la caduta di Tokyo era l’avanzata imminente delle armate sovietiche, un’evenienza che minacciava direttamente la sopravvivenza stessa dell’istituzione imperiale, poi avveratasi due giorni dopo, l’8 agosto. La tenacia nipponica, d’altronde, non rispondeva solo a calcoli tattici, ma affondava le radici in un codice d’onore,  il Bushido, dove la resa rappresentava l’infamia assoluta e spingeva un’intera nazione, civili inclusi, a una difesa a oltranza. In questo scacchiere spietato, la bomba fu dunque tanto l’arma per piegare un nemico allo stremo quanto il primo, potentissimo vagito della Guerra Fredda, un avvertimento spedito direttamente a Mosca. Il fungo atomico fu il risultato una impresa scientifica e tecnologica concretizzata nel Progetto Manhattan, sfruttando il principio della fissione nucleare, ovvero il bombardamento di nuclei di Uranio con neutroni capace di innescare una reazione a catena esponenziale e devastante a partire da una minima alterazione energetica da cui si è applicata la celeberrima equazione E=mc². La condizione di vantaggio fu resa possibile grazie a un clamoroso esodo in cui il Vecchio Continente esportò menti importanti – tra cui Enrico Fermi – oltreoceano che, fuggite dall’Europa; esse consegnarono agli Stati Uniti le chiavi del dominio scientifico globale, in un’anticipazione perfetta di quella successiva rincorsa allo spazio che avrebbe visto contrapposti i blocchi del dopoguerra. C’è poi un livello che spesso sfugge all’analisi fredda dei libri di storia, ed è quello spirituale e trascendente, poiché osservando la geografia di quel 6 e 9 agosto emerge un paradosso di impressionante simmetria in cui, in un Giappone profondamente radicato nello Shintoismo e nel Buddhismo, i due unici bersagli atomici della storia umana furono proprio le culle storiche del cattolicesimo nipponico, con Nagasaki che custodiva la comunità cristiana più antica e radicata del Paese. Colpire quei luoghi precisi non ebbe soltanto un valore militare o di terrore psicologico fine a se stesso, ma assunse i contorni di un tragico rituale simbolico che dimostra come nella guerra moderna, spogliata di ogni idealismo, a scontrarsi sul campo non siano mai soltanto divisioni corazzate o risorse industriali, ma visioni del mondo, convincimenti e spiriti.

Il ricatto dei giganti di silicio

Ci stiamo accorgendo empiricamente che il futuro digitale ha un costo fisico rilevante;  a pagarlo non sono le Big Tech che lo sognano, ma le fabbriche e le aziende che tengono in piedi l’economia reale. Dietro questa crisi si cela una rigida legge termodinamica: la densità di potenza dei cluster di intelligenza artificiale, basati su array di GPU avanzate, dissipa una quantità di calore per centimetro quadrato che richiede rack da quaranta a cento kilowatt l’uno. Per evitare il collasso termico dei chip, i sistemi di raffreddamento assorbono frazioni enormi di energia primaria, trasformando i server in voraci idrovore capaci di prosciugare la capacità delle reti.

Il collo di bottiglia macroscopico non risiede nella generazione totale di energia a livello nazionale, quanto nell’impedenza e nella congestione delle reti di trasmissione. I data center richiedono allacciamenti diretti a linee ad altissima tensione e saturano istantaneamente le sottostazioni locali, i cui trasformatori hanno limiti fisici ben precisi. Le reti tradizionali sono state progettate per gestire carichi fluttuanti, mentre i data center rappresentano un carico continuo, massiccio e concentrato ventiquattr’ore su ventiquattro.

Quando eventi esogeni, come la riduzione della portata dei fiumi per il raffreddamento delle centrali termoelettriche o nucleari, riducono la produzione energetica, la rete va in sofferenza e i gestori sono costretti al distacco programmato dei carichi. In questo scenario di emergenza, le ditte ordinarie diventano la valvola di sfogo naturale.

La corsa sfrenata all’intelligenza artificiale rischia così di paralizzare i distretti industriali, bloccati da infrastrutture elettriche impreparate. Quando una centrale nucleare si ferma o una sottostazione va in tilt, il prezzo dello sbilanciamento ricade sempre sugli stessi: le aziende che producono beni tangibili, i posti di lavoro tradizionali e le tasche dei cittadini. Se la politica continuerà a subire passivamente questa colonizzazione energetica senza imporre ai colossi del tech l’obbligo di auto-alimentarsi con fonti dedicate e nuove infrastrutture a loro carico, rischiamo un cortocircuito economico pericoloso. Non possiamo permetterci di spegnere la manifattura e il lavoro fisico per fare spazio ai server.

Nessuna nuova gara per il Ponte sullo Stretto, l’ad Ciucci conferma la correttezza dell’aggiornamento dei costi

La Commissione Europea ha confermato la corretta applicazione dell’articolo 72 della Direttiva Appalti in merito al progetto per la costruzione del Ponte sullo Stretto. Secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato della società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, l’aggiornamento del corrispettivo del Contraente Generale rientra nel limite del 50%, escludendo pertanto la necessità di indire una nuova gara d’appalto.

Ciucci ha inoltre sottolineato che l’incremento del corrispettivo è guidato in via prevalente dalla variazione dei prezzi piuttosto che da maggiori lavorazioni incidenti sul limite stabilito dalla normativa. Infine, la Commissione Ue ha chiarito che eventuali modifiche successive del costo legate a nuovi lavori dovranno essere valutate singolarmente, senza essere cumulate.

Non di questo mondo: La verticalità dello Spirito nella storia dell’uomo

“La linea orizzontale ci spinge verso la materia, quella verticale verso lo Spirito” (Franco Battiato, Inneres Auge)

 

Il processo umano di civilizzazione, nel corso della storia, va di pari passo con la tensione alla verticalità, ovvero al divino, in un lungo sentiero di nostalgica rincorsa a Dio.

I primi grandi monumenti, infatti, le ziqqurat mesopotamiche e le piramidi egizie, furono costruiti proprio con l’intenzione allegorica di avvicinarsi al cielo ed essi avevano funzione religiosa.

L’impronta di Dio nell’uomo vive e sussulta, nonostante il progressivo allontanamento, e lo spinge a creare variegate culture nei tentativi di conciliare materiale e trascendente, come si evince dai riti funebri o dall’equiparazione tra funzioni amministrative e sacre.

Nel nostro continente fioriscono e si evolvono le dottrine platoniche e aristoteliche – dove il concetto di anima trasuda appunto una memoria animica – utilizzate dalle teologie cattoliche e ortodosse sempre per un fine sincretista, da coniugare con la rivelazione cristiana.

Lo sviluppo filosofico stimola ma non risolve i dilemmi spirituali dell’uomo, che si perde perché si specchia un po’ troppo, lasciando pur tracce artistiche che tradiscono ancora quel bagliore celeste, e non si accorge di come si sta perdendo. Un genio come Wolfgang Goethe riuscì a carpire questo conflitto e scrive il Faust, il cui protagonista – guarda caso – studia gli astri per elaborare il senso di infinito e con una chiara sensibilità europea – in questo caso rinascimentale – cerca Dio, fallendo, sempre nella conoscenza.

La storia della verticalità prosegue ai giorni nostri e si manifesta anche nel desiderio di compiere imprese quali scalare le montagne più elevate; un approccio studiato da Julius Evola in “Meditazioni delle vette”.

Eppure Gesù Cristo palesò il tutto in maniera piuttosto chiara: noi siamo nel mondo, ma non DI questo mondo e il nostro tesoro sta appunto in Cielo. Un insegnamento rivelato intenzionalmente con semplicità volto a scardinare il maledetto orgoglio che ci ha indotto alle sofferenze e ai capitomboli odierni, per i quali l’uomo si mostra recidivo.

E in perfetta continuità e coerenza l’Apostolo Paolo ci spiega: “Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui”; l’uomo non è e non può essere autosufficiente per sua natura, perché così è la connaturazione del suo essere. Per questo si ammala di nostalgia o entra in corto circuito quando non vuole più essere immagine di Dio, ma Dio stesso.

Non è un caso che nelle culture antiche manchi l’aspetto della salvezza, peculiarità della rivelazione Cristiana, la quale ci ha permesso, come civiltà, di essere un faro anche nelle nostre contraddizioni.