REFERENDUM GIUSTIZIA – Reggio Calabria in controtendenza: unica realtà del Centro-Sud dove prevale il Sì | DATI

Reggio Calabria si distingue nettamente nel panorama nazionale del referendum sulla giustizia, risultando l’unica città e provincia del Centro-Sud – dal Lazio in giù – in cui ha prevalso il Sì. Un dato sorprendente, che si colloca in totale controtendenza rispetto a un Mezzogiorno che ha invece votato in larga maggioranza per il No.

A livello nazionale il risultato è chiaro: il No si attesta attorno al 54%, mentre il Sì si ferma al 46,3%, con un’affluenza significativa pari al 58,9%. Un quadro che restituisce l’immagine di un Paese diviso, non tanto sul piano politico quanto su quello geografico.

Nel Sud Italia, infatti, il No ha dominato quasi ovunque con percentuali schiaccianti: circa il 75% a Napoli, il 69% a Palermo, il 63% a Bari e Catania, fino al 59% di Messina e al 61% di Taranto. In questo contesto, il dato di Reggio Calabria assume un valore ancora più significativo.

Nel Comune di Reggio Calabria, con un’affluenza del 53,55%, il Sì ha prevalso di misura con il 50,81% (35.880 voti), contro il 49,19% del No (34.741 voti). Ancora più marcato il risultato a livello provinciale, dove il Sì raggiunge il 53,1% (104.197 voti) rispetto al 46,9% del No (92.031 voti), ribaltando di fatto il dato nazionale.

Un risultato che si discosta anche dal resto della Calabria, dove il No ha prevalso con il 57%, confermando ancora una volta l’unicità del voto reggino.

Per trovare altre realtà in cui ha vinto il Sì bisogna risalire al Centro Italia, in alcune province del Lazio (Viterbo, Rieti, Frosinone e Latina) e in territori come Macerata, Fermo, L’Aquila e Isernia, seppur con risultati non sempre coincidenti tra capoluoghi e province.

Le uniche regioni in cui il Sì ha prevalso in maniera netta restano quelle del Nord, come Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia, mentre nel resto del Paese ha dominato il No.
In questo scenario, Reggio Calabria emerge come un’eccezione significativa, confermando una tendenza autonoma e distinta rispetto al resto del Centro-Sud.

Fonte: StrettoWeb

REFERENDUM GIUSTIZIA – Oggi e domani al voto: partecipare è un dovere civico, non solo un diritto

Oggi e domani i cittadini sono chiamati a esprimersi. Sì o no. Una scelta semplice nella forma, ma profondamente significativa nella sostanza. Il referendum torna a mettere al centro la voce del popolo, offrendo a ciascuno la possibilità di incidere direttamente sulle decisioni che riguardano il Paese.

In questi giorni si è detto di tutto. Analisi, scontri politici, appelli contrapposti, interpretazioni spesso confuse o strumentali. Ma, al di là di ogni posizione, oggi resta una sola verità: andare a votare è fondamentale.

Il voto non è soltanto un diritto conquistato con fatica nella storia democratica, è anche una responsabilità. È il momento in cui ogni cittadino smette di essere spettatore e torna protagonista. Rinunciare a votare significa, di fatto, lasciare che siano altri a decidere al nostro posto.

Può capitare che alcuni temi appaiano lontani dalla vita quotidiana, difficili da comprendere o apparentemente irrilevanti. Ma è proprio questo il punto: una comunità cresce quando supera l’indifferenza, quando sceglie di partecipare anche a ciò che non tocca direttamente il proprio interesse immediato.

Viviamo in un tempo segnato da un individualismo sempre più forte, che rischia di trasformarsi in disinteresse collettivo. Ognuno chiuso nel proprio spazio, nelle proprie urgenze, nei propri problemi. Ma una società costruita solo su interessi individuali non può evolversi, non può migliorare davvero.

Il cambiamento parte da gesti semplici, ma essenziali. E votare è il primo di questi.

Non si tratta solo di scegliere tra un sì e un no. Si tratta di scegliere di esserci. Di non restare indifferenti. Di riconoscersi parte di una comunità.

Oggi e domani, dunque, non è solo una chiamata alle urne. È una chiamata alla responsabilità.
Il primo passo per cambiare il mondo in cui viviamo è partecipare. Il primo passo è votare.

ATTUALITA’ – Iran, messaggio di vendetta di Mojtaba Khamenei senza apparizione in video: cresce il mistero. Timori su Hormuz

Mojtaba Khamenei ha diffuso il suo primo messaggio pubblico. Il leader iraniano, tuttavia, non è apparso in video: il testo è stato letto da uno speaker mentre sullo sfondo veniva mostrata la sua immagine. Dal messaggio emerge la volontà di non arretrare e un annuncio che desta forte preoccupazione riguardo allo Stretto di Hormuz, che secondo Khamenei “deve rimanere chiuso”.

“Dobbiamo sconfiggere il nemico e la nostra forza ci permetterà di farlo”, ha affermato Khamenei, invitando i Paesi della regione a chiudere le basi statunitensi presenti sul loro territorio. “Non ci ritireremo mai. Vendicheremo il sangue dei nostri martiri e di tutti i nostri cittadini. I nostri nemici pagheranno il prezzo, perché ci sarà una vendetta”.

Il fatto che il leader non sia comparso in video ha alimentato dubbi sull’autenticità del messaggio. Alcuni osservatori ipotizzano infatti che possa non essere stato lui a parlare, o che possa essere gravemente ferito.

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno nel frattempo ribadito l’intenzione di mantenere chiuso lo strategico Stretto di Hormuz, dopo l’appello del nuovo leader della Repubblica Islamica. “In risposta all’ordine del comandante in capo infliggeremo i colpi più duri al nemico aggressore, mantenendo la strategia di chiusura dello Stretto di Hormuz”, ha dichiarato su X il comandante della marina delle Guardie Rivoluzionarie, Alireza Tangsiri.

Intanto, secondo quanto riferito dal ministero degli Esteri israeliano su X, “il regime iraniano sta lanciando missili su Gerusalemme: uno di questi ha colpito a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, dal Muro del Pianto, dalla Moschea di Al-Aqsa e dalla Chiesa del Santo Sepolcro”. Nel post è stato pubblicato anche un video del luogo colpito dall’ordigno.

“Proteggere la vita e la sicurezza dei fedeli è la priorità assoluta. Per questo la preghiera in tutti i luoghi sacri è stata temporaneamente sospesa”, conclude il messaggio.

VILLA S.G. – Convoglio militare attraversa la stazione: cresce la tensione dovuta alla guerra in Medio Oriente

esercito

Nella giornata di ieri, 5 marzo, alcuni cittadini di Villa San Giovanni hanno segnalato un episodio insolito avvenuto lungo la linea ferroviaria che conduce all’area di imbarco per il traghettamento sullo Stretto di Messina. Nel corso della giornata, infatti, è stato avvistato un convoglio ferroviario che trasportava diversi mezzi militari, tra camionette e altri veicoli dell’esercito, caricati su appositi vagoni. La scena è stata ripresa da alcuni presenti e i video sono stati successivamente pubblicati sui social network, dove hanno rapidamente attirato l’attenzione di numerosi utenti.

L’episodio non è stato collegato alla situazione geopolitica degli ultimi giorni, intimorita da un conflitto, quello tra USA e Israele contro l’Iran, che ad oggi è giunto ad una settimana; tuttavia è cosa risaputa la posizione strategica della nostra penisola, in particolare l’area dello Stretto, per tale motivo la vista di mezzi militari ha colpito i cittadini, lasciandoli con domande che inevitabilmente portano a un sentimento di paura proprio dei periodi di guerra.

 

V.A.

 

IRAN – Il regime dichiara guerra ai manifestanti: proteste represse come “nemici di Dio”

Tutti i manifestanti che da oltre due settimane scendono in piazza contro il regime iraniano rischiano ora di essere trattati come “nemici di Dio”, una qualifica giuridica che in Iran comporta la pena di morte. A dichiararlo è stato il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad, le cui parole sono state rilanciate dai media statali iraniani e riportate anche da fonti internazionali. Secondo Azad, l’accusa di mohareb non riguarderà soltanto coloro che il regime definisce “rivoltosi” o “terroristi” accusati di danneggiare beni pubblici o mettere a rischio la sicurezza nazionale, ma verrà estesa anche a chiunque offra loro supporto, diretto o indiretto. Il procuratore ha inoltre invitato le procure a velocizzare i procedimenti giudiziari e a non mostrare “alcuna clemenza, compassione o indulgenza” nei confronti degli imputati.

Nel frattempo, il bilancio della repressione appare sempre più drammatico. Secondo quanto riferito dal Guardian, a Teheran numerosi manifestanti sarebbero stati colpiti da armi da fuoco. Testimonianze raccolte sul posto parlano di cecchini posizionati sui tetti e di centinaia di corpi nelle strade. Un attivista ha raccontato di aver assistito a sparatorie indiscriminate contro la folla, descrivendo un numero di vittime “molto elevato”.

Sul piano militare e della sicurezza interna, la tensione è ulteriormente salita. L’ayatollah Ali Khamenei avrebbe disposto per i Guardiani della Rivoluzione uno stato di allerta superiore persino a quello adottato durante il conflitto di giugno con Israele e i raid statunitensi. Lo riferisce il Telegraph, citando fonti interne alla Repubblica islamica, secondo le quali il leader supremo avrebbe ordinato ai Pasdaran di mantenere il massimo livello di prontezza operativa. Khamenei, sempre secondo queste fonti, si affiderebbe quasi esclusivamente ai Guardiani della Rivoluzione, ritenendo minimo il rischio di defezioni al loro interno, a differenza di quanto avvenuto in passato in altri apparati dello Stato. Una scelta che conferma come il destino del regime sia ormai strettamente legato alla repressione militare delle proteste e al pugno di ferro contro ogni forma di dissenso.

Venezuela, ideologia e realtà: quando il comunismo difende il regime e tradisce il popolo

C’è un paradosso che negli ultimi anni è diventato sempre più evidente, e che oggi esplode con tutta la sua forza: nel nome della “libertà”, della “non violenza” e dell’anti-imperialismo, una certa sinistra occidentale continua a difendere – o a minimizzare – uno dei regimi più oppressivi, corrotti e pericolosi del panorama geopolitico contemporaneo. Il Venezuela non è più soltanto un dramma nazionale: è diventato uno specchio impietoso dell’ipocrisia ideologica di un comunismo che ha smesso da tempo di interrogare la realtà e ha scelto di difendere il partito prima dell’uomo.

La bandiera usata contro i venezuelani

In Europa, e anche in Italia, la bandiera del Venezuela viene spesso sventolata nelle piazze da movimenti e collettivi che nulla hanno a che fare con la sofferenza reale del popolo venezuelano. È un simbolo strumentalizzato, piegato a una narrazione ideologica che nega l’evidenza: milioni di profughi, un’economia distrutta, repressione sistematica, oppositori incarcerati o costretti all’esilio.

Il cortocircuito è evidente quando chi fugge dal regime viene insultato proprio da chi pretende di “difendere” il Venezuela. È emblematico il caso di Genova, dove un giovane venezuelano ha contestato pacificamente una manifestazione comunista che utilizzava la bandiera nazionale come strumento di propaganda. La risposta non è stata il dialogo, ma una violenza verbale brutale: insulti, intimidazioni, aggressività. Tra i protagonisti, un attivista comunista legato alla CGIL, Aimone Spinola. Un episodio che smaschera una verità scomoda: l’ideologia che si proclama antifascista e non violenta diventa spesso la prima a reprimere chi rompe la narrazione.

Comunismo e negazione dell’evidenza

Da anni, di fronte al disastro venezuelano, una parte della sinistra occidentale si rifugia in un mantra: “è colpa degli Stati Uniti”, “è colpa delle sanzioni”, “è colpa del petrolio”. Ora che il regime crolla, la reazione non cambia: non si parla della liberazione di un popolo, ma degli “interessi di Trump”.

È qui che l’ideologia mostra tutta la sua debolezza. Davvero il problema è che un’azione geopolitica risponde anche a interessi strategici? Quale grande potenza, nella storia, ha mai agito senza interessi? La differenza non sta nell’assenza di interessi, ma negli effetti concreti delle azioni. E l’effetto, oggi, è la fine di un regime che ha affamato, represso e terrorizzato il proprio popolo.

Eppure, per i “sinistroidi” ideologizzati, il problema non è Maduro, non sono i desaparecidos, non è l’esodo biblico dei venezuelani. Il problema è che a colpire il regime sia stato un leader conservatore. Non conta cosa è stato fatto, ma chi lo ha fatto. Questa non è analisi politica: è tifo ideologico.

Il Venezuela come piattaforma ostile globale

Ridurre il Venezuela a una semplice “dittatura locale” è stato uno degli errori più gravi – o delle più grandi mistificazioni – di certa sinistra. Il regime di Maduro non era solo un sistema autoritario interno, ma una piattaforma avanzata di destabilizzazione internazionale.

Le analisi di intelligence mostrano come Caracas fosse diventata un ponte strategico tra America Latina e Medio Oriente, in particolare con l’Iran. Un’alleanza militare, energetica e criminale che comprendeva addestramento paramilitare, produzione di droni, traffici illeciti, narcotraffico e riciclaggio. Hezbollah operava sul territorio venezuelano non come presenza marginale, ma come vero hub logistico e finanziario, sfruttando reti criminali locali e passaporti distribuiti illegalmente dal regime.

Il Venezuela non era più solo un Paese oppresso: era una minaccia sistemica, una “portaerei iraniana” nel cuore delle Americhe. Fingere che tutto questo non esista, in nome dell’anti-americanismo, significa scegliere consapevolmente la cecità.

Politicamente corretto contro libertà reale

La sinistra ideologica ama parlare di diritti, ma solo quando questi non mettono in discussione i propri dogmi. In nome del “politicamente corretto”, si finisce per difendere l’indifendibile. Si condanna ogni forma di intervento occidentale, anche quando porta alla fine di un sistema che reprime, tortura e affama.

Il risultato è un ribaltamento morale: chi chiede libertà viene accusato di essere “strumentalizzato”, chi denuncia il regime viene bollato come “servo dell’imperialismo”, chi agisce per abbattere una dittatura viene ridotto a predatore economico. È un linguaggio che non libera, ma giustifica l’oppressione.

Chi è davvero schiavo degli interessi?

La domanda finale è inevitabile: chi è davvero schiavo degli interessi? Chi agisce apertamente nel quadro della geopolitica, o chi piega la realtà pur di non ammettere il fallimento della propria ideologia?

C’è una sinistra che accusa sempre gli altri di essere “venduti”, ma che in realtà è prigioniera dei propri interessi di partito, della propria identità politica, della paura di dire: abbiamo sbagliato. È una sinistra che parla di popoli ma non ascolta le persone, che sventola bandiere ma calpesta chi le rappresenta davvero.

Il Venezuela, oggi, è una lezione durissima. Non solo per chi ha governato male, ma per chi ha giustificato quel governo dall’estero. Perché non c’è nulla di più violento di un’ideologia che, pur di non crollare, è disposta a sacrificare la verità e la libertà di un intero popolo.

 

ATTUALITA’ – Stazione di Bologna, capotreno ucciso: allarme sulla sicurezza delle aree riservate ai lavoratori

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profondo cordoglio per la tragica uccisione di Alessandro Ambrosio, capotreno di 34 anni dipendente di Trenitalia, avvenuta nei pressi del parcheggio riservato al personale della stazione ferroviaria di Bologna, e manifesta la propria vicinanza alla famiglia della vittima, ai colleghi e all’intera comunità dei lavoratori del settore ferroviario.

Dalle informazioni finora rese note, il giovane lavoratore sarebbe stato mortalmente colpito all’addome con un’arma da taglio mentre si stava dirigendo verso l’area di parcheggio dedicata ai dipendenti, in una zona non aperta ai viaggiatori. L’aggressore si sarebbe dato alla fuga. Sul luogo dell’omicidio sono intervenute la Polizia Ferroviaria e la Squadra Mobile, con il medico legale, sotto il coordinamento del pubblico ministero Michele Martorelli; sono in corso rilievi scientifici e l’acquisizione delle immagini dei sistemi di videosorveglianza.

Il Coordinamento ritiene necessario evidenziare con forza alcune criticità strutturali che questo grave episodio porta alla luce. In primo luogo, la vulnerabilità delle aree di pertinenza ferroviaria e dei percorsi utilizzati quotidianamente dai lavoratori, anche al di fuori dell’orario di servizio. La sicurezza non può essere limitata agli spazi aperti al pubblico o ai turni lavorativi, ma deve estendersi a tutte le aree funzionalmente connesse all’attività professionale.

In secondo luogo, emerge l’urgenza di una revisione complessiva dei protocolli di prevenzione e di controllo, con particolare attenzione ai parcheggi riservati al personale e alle zone periferiche degli scali ferroviari, spesso caratterizzate da insufficiente presidio e sorveglianza. Tali carenze configurano un rischio concreto per l’incolumità dei lavoratori e rappresentano una violazione del diritto fondamentale alla sicurezza.

Il Coordinamento sottolinea inoltre la necessità di un approccio integrato che affianchi alle misure di sicurezza fisica un investimento sistematico nella prevenzione sociale e culturale della violenza. La tutela dei diritti umani, a partire dal diritto alla vita e alla dignità del lavoro, richiede politiche pubbliche coerenti, responsabilità istituzionale e un impegno educativo costante volto a contrastare il degrado, l’emarginazione e l’aggressività.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani auspica che venga fatta piena luce sull’accaduto e che questa tragedia diventi occasione per un intervento strutturale e non episodico, finalizzato a rafforzare la sicurezza nei luoghi di lavoro e a riaffermare, con azioni concrete, la centralità della persona e dei suoi diritti fondamentali.

prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

VENEZUELA – Charlie Kirk Italia, Massimo Ripepi: “Trump ha restituito dignità e speranza al popolo venezuelano.”

Il nostro tempo interpella le coscienze con una forza che non ammette ambiguità. Quando l’ingiustizia si fa sistema, quando la menzogna diventa metodo di governo e quando un popolo viene ridotto al silenzio attraverso la paura, la fame e la repressione, la neutralità non è più prudenza ma complicità. In questi momenti della storia, tacere equivale a voltare le spalle alla verità.

Come cristiano e come Presidente dell’Associazione Charlie Kirk Italia, sento il dovere morale e pubblico di affermare con chiarezza che l’azione intrapresa dagli Stati Uniti d’America sotto la guida del Presidente Donald J. Trump contro il regime venezuelano rappresenta un atto di responsabilità storica. Non un gesto di dominio, ma un’assunzione di responsabilità. Non un’operazione di potere, ma un atto di liberazione reso necessario dal fallimento di ogni altra via pacifica e democratica.

Desidero esprimere un ringraziamento chiaro, esplicito e convinto al Presidente Donald J. Trump, che ha dimostrato coraggio politico, lucidità morale e coerenza storica. In un’epoca in cui troppi leader preferiscono l’ambiguità alla verità e il calcolo alla giustizia, egli ha scelto di agire assumendosi il peso della decisione, consapevole che la storia giudica non chi resta fermo, ma chi interviene quando il male si è fatto sistema.

Un ringraziamento sentito e rispettoso va inoltre al Presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, che ha più volte richiamato la comunità internazionale alla necessità di non voltarsi dall’altra parte di fronte alle dittature, affermando che la libertà dei popoli e la dignità umana non possono essere sacrificate sull’altare dell’indifferenza geopolitica. La sua posizione, ferma e coerente, conferma il ruolo dell’Italia come nazione che riconosce nella libertà, nella democrazia e nella persona i pilastri irrinunciabili dell’ordine internazionale.

Il pensiero conservatore mondiale, pur nella diversità delle sue culture e delle sue tradizioni, converge oggi su una verità essenziale: non può esistere pace senza verità, né sovranità senza libertà. Un potere che affama il proprio popolo, che reprime il dissenso, che manipola le istituzioni, che distrugge l’economia e che perseguita la Chiesa e le comunità religiose, ha già perso ogni legittimità morale prima ancora che politica. Difendere la libertà in questi casi non significa violare la sovranità, ma restituirla al suo legittimo titolare: il popolo.

Mai come in queste ore il mondo ha potuto assistere a una prova così evidente della natura autoritaria del regime di Nicolás Maduro. Il popolo venezuelano, rimasto in patria e disperso in tutto il mondo a causa dell’esilio forzato, ha festeggiato la liberazione del Venezuela. Milioni di venezuelani, in America Latina, in Nord America, in Europa e in ogni continente, sono scesi nelle piazze, hanno pregato, hanno pianto di gioia. Nessuna propaganda potrà mai cancellare questo dato di realtà: se un governo cade e il popolo festeggia ovunque si trovi, significa che quel governo era una prigione. Mai una prova più significativa è esistita per comprendere la vera natura autoritaria del regime di Maduro.

Da cristiani sappiamo che l’autorità è giusta solo se ordinata al bene comune. La Dottrina Sociale della Chiesa ci insegna che lo Stato è al servizio della persona, non la persona al servizio dello Stato; che la libertà non è una concessione del potere, ma un dono di Dio; che quando una legge è radicalmente ingiusta, resistere non è ribellione, ma fedeltà a una legge più alta. In questa prospettiva, l’azione che ha posto fine al regime venezuelano va letta come un intervento estremo di giustizia davanti a un male divenuto strutturale.

Il conservatorismo autentico non è indifferenza, non è cinismo, non è isolamento morale. È difesa della dignità umana, della famiglia, della libertà religiosa, della proprietà e della responsabilità personale. Ovunque il socialismo autoritario si è imposto, ha prodotto miseria materiale e devastazione spirituale. Difendere il Venezuela oggi significa difendere un principio universale: nessun popolo è destinato alla schiavitù e nessuna dittatura è eterna.

Dall’Italia, culla del diritto e del cristianesimo, affermo che sostenere questa operazione significa stare dalla parte dei perseguitati, dare voce a chi è stato ridotto al silenzio, riaffermare che il male non è invincibile. Come cristiani sappiamo che il male non cade da solo: va affrontato, va fermato, va sconfitto.

Preghiamo e operiamo affinché questa svolta storica apra per il Venezuela una stagione di guarigione, di giustizia e di pace. E lavoriamo affinché la libertà riconquistata non venga mai più tradita. Perché, come ci ricorda il Vangelo, la verità rende liberi.

Massimo Ripepi

Presidente

Associazione Charlie Kirk – Italia

AMBIENTE – Codici: Ecco come i consumatori possono combattere lo spreco alimentare. Tre suggerimenti per comportamenti virtuosi per un futuro sostenibile

Lo spreco alimentare rappresenta una sfida cruciale per la sostenibilità ambientale ed economica. Ogni anno, tonnellate di cibo finiscono nella spazzatura, con gravi conseguenze per l’ambiente e le risorse del pianeta. Tuttavia, i consumatori possono fare la differenza adottando comportamenti più consapevoli e questo è il motivo dell’appello alla responsabilità che lancia l’associazione Codici.

Sono tre, in particolare, le azioni suggerite: pianificare i pasti e fare la lista della spesa, conservare correttamente gli alimenti, trasformare gli avanzi. Pianificazione e acquisti intelligenti, dunque, sono il primo passo per combattere lo spreco alimentare. Preparare una lista della spesa, verificare le scorte prima di fare acquisti e preferire prodotti sfusi o con confezioni ridotte aiuta a comprare solo ciò che serve realmente. È fondamentale anche comprendere le etichette: la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” indica qualità ottimale, non scadenza assoluta. La corretta conservazione degli alimenti è un altro accorgimento utile. Utilizzare contenitori ermetici, rispettare le temperature del frigorifero e congelare le porzioni in eccesso sono pratiche essenziali. Può risultare utile anche mettere davanti in frigo i prodotti con scadenza più vicina. Altrettanto importante è valorizzare gli avanzi trasformandoli in nuove ricette creative, evitando che finiscano inutilmente tra i rifiuti. Il pane raffermo, ad esempio, può diventare pangrattato, la frutta troppo matura può diventare marmellata, mentre le verdure possono trasformarsi in minestre o torte salate.

Ridurre lo spreco alimentare significa non solo risparmiare economicamente, ma anche contribuire concretamente alla tutela dell’ambiente per le generazioni future. Piccole, grandi azioni quotidiane su cui l’associazione Codici invita i consumatori a riflettere.

Questo comunicato stampa rientra nell’ambito del progetto LE.S.S. LEarn Sustainable circular economy Strategies! MLPS – Iniziative e progetti di rilevanza nazionale ai sensi dell’art. 72 del D Lgs 3 luglio 2017, n. 117 – ANNO 2023 – Avviso N.2/2023.

Roma, 6 ottobre 2025

Morto Charlie Kirk in un attacco armato. La violenza politica non è mai una risposta

Charlie Kirk era anzitutto un Cristiano, un servo fedele di Gesù Cristo, e dunque un mio fratello.
Egli ha palesato questa sua identità con un coraggio della fede e delle idee leonino.
Gesu Cristo, da buon Dio e Maestro, ci ha insegnato il significato di una giustizia che si cementifica nella Verità e nelle opere. Il male, difatti, non si affronta con una sterile indignazione o, peggio ancora, stipulando compromessi. Non esiste nel cristianesimo il “mal comune mezzo gaudio”.
Cristo rovesciò i tavoli dei cambiavalute e agì sempre sul campo. Charlie praticò una militanza attiva e denunciò il lato più sporco del potere, mettendosi in gioco senza filtri.
La libertà democratica di manifestazione del pensiero ha un prezzo: l’enfasi sul dialogo in sé, privilegiato rispetto alla Verità, permette un uso spregiudicato del linguaggio oltre i limiti della malafede. Così è possibile etichettare come “seminatori d’odio” o “violenti” coloro che suscitano antipatia o semplicemente esternano princìpi avversi al branco, la nuova tribù del villaggio globale.
Questa retorica moralista, la quale spesso si traduce in violenza, altro non è che un meccanismo di proiezione da parte di chi odia veramente e non vuole assumersi la responsabilità di tale sentimento.
Noi cristiani siamo odiati e ciò è perfettamente legittimo secondo la natura delle cose. Ma la pretesa di imporre uno squilibrio tra la possibilità di essere attaccati e l’impossibilità di difendersi non è accettabile.
Auguro un ravvedimento e una sincera conversione per chi è orientato al male, affinché si renda conto della modalità auto-distruttiva e fraudolenta di queste barbarie. Charlie Kirk ha perso solo il corpo materiale, ma la sua dignità e la sua vita – proiettata nell’eternità – rimangono intatte.