Ceuta e Melilla, cerniere tra Europa ed Africa

Dopo l’esodo biblico di questi giorni, ovvero la traversata di oltre 50.000 disperati i quali hanno affrontato a nuoto le 12 miglia nautiche (14 km) che separano Ceuta dalle coste spagnole, il Marocco ha sommessamente rivendicato, tramite tenui voci mediatiche nazionali la sovranità di Rabat su Ceuta e Melilla. Mentre è sempre recente un altro epocale avvenimento verificatosi in un territorio oggetto di disputa con Londra, Gibilterra, che ha aperto i confini transitabili dal confine con Madrid.
Oltre a rappresentare l’ultima postilla del lungo capitolo storico riguardante le secolari
contese fra i due imperi che hanno disseminato di oro le rotte dei galeoni spagnoli
regolarmente inseguiti dalle ciurme della stirpe di Drake, Ceuta, Melilla, e Gibilterra sono anche l’estensione di queste antiche rivalità che, specie  nel caso di Gibilterra, mostrano, ad un arguto esame dei precedenti descritti sopra, quasi la puntigliosa volontà di Londra e Madrid di “controllare” lo stretto di Gibilterra; l’una, quasi a sigillare  l’ultima vittoria nel Mediterraneo nella seconda Guerra Mondiale, l’altra, sia per la pertinenza della Costa di Cadice, sia per mantenere la posizione strategica delle due enclavi.
La notizia dell’apertura della frontiera di Gibilterra che, nel recente passato, ha causato
imbarazzanti querelle diplomatiche tra Londra e Madrid, giunte fino al divieto da parte spagnola del transito via terra, ha risollevato le mai sopite ambizioni di Rabat sulle due città spagnole; e non è escluso che se i migranti sono stati quasi interamente rimpatriati
dalla Spagna – dopo il forzamento delle recinzioni e dei posti di controllo di Ceuta – oltre l’invio da parte di Madrid di unità militari, le due enclavi, per tacito assenso di Madrid, a scanso di ulteriori peggioramenti della crisi, divengano poco più di un’estensione fisica della sovranità
della Corona, con un aumento della presenza araba e, in più, con provocazioni niente affatto improbabili che, in caso di pesanti reazioni militari, rischiano di innescare un altro pericoloso focolaio di crisi.

Siglazero

6 per sempre Capitano!

Quando una leggenda si posa al crepuscolo, un pezzo del cuore langue, si frantuma.

Io nasco nel ’92 e il mio primo capitano rossonero è stato Paolo Maldini. Non uno qualsiasi.

Prima di Lui, fu l’epoca di Franco Baresi, il leggendario libero, bandiera del Milan e della nazionale italiana.

Sportivamente, parliamo della perfezione: piedi educati, intelligenza tattica, atletismo, senso del gol.

Altresì la qualità maggiore era la leadership, la capacità naturale con la quale guidava il reparto arretrato e motivata l’intera squadra come un generale in campo: esempio lampante il braccio alzato col quale indicava ai compagni l’applicazione della tattica del fuorigioco. Non una parola, solo un suo cenno e la difesa scattava.

Uno spessore umano che si era edificato con la dura gavetta, la permanenza al Milan nel purgatorio della serie B, fino alla gloriosa epopea del Milan berlusconiano conquistando la bellezza di sei campionati italiani di Serie A, due di Serie B, 3 Coppe dei Campioni/Champions League, 2 Supercoppe Uefa, 2 Coppe Intercontinentali, 1 mondiale con la maglia azzurra nel 1982. Ricordo con devozione anche un’epica prestazione nella finale di Usa ’94 nella quale rientrò dopo un orribile infortunio e annullò un certo Romario, prendendo le redini del campo. L’errore dal dischetto nella sequenza dei rigori e la sconfitta non lese in alcun modo il valore della sua straordinaria partita.

Il Capitano si ritira nel 1997 e negli anni assume con fedeltà ai colori diversi ruoli nella società rossonera quali dirigente, allenatore della Primavera e, con l’attuale proprietà, vicepresidente onorario.

Franco Baresi ha rappresentato il meglio di questo meraviglioso sport, un esempio di personalità, arguzia, disciplina e milanismo, una Bandiera intramontabile.

 

6 per sempre Capitano!

Analisi della fatica da traffico nei cavi principali dei ponti sospesi di grande luce: il caso dello Stretto di Messina

Nei ponti sospesi di grandissima luce, il contributo del traffico all’insorgenza della fatica nei cavi principali si rivela irrilevante ai fini progettuali. Una conclusione apparentemente controintuitiva, radicata nei principi fondamentali della meccanica strutturale e ribadita ufficialmente dalla Società Stretto di Messina: all’aumentare della campata, il peso permanente della struttura cresce in modo preponderante, mentre l’incidenza dei carichi mobili rimane costante. Di conseguenza, le variazioni di tensione indotte dal transito dei veicoli risultano marginali rispetto allo stato tensionale statico generato dal peso proprio, relegando il traffico al ruolo di minima perturbazione.

La meccanica dei grandi numeri e il limite di fatica dell’acciaio

La fatica nei materiali metallici non dipende dal valore assoluto della tensione, bensì dalla sua variazione ciclica, sintetizzata dal parametro dell’escursione tensionale (\Delta\sigma = \sigma_{\max} – \sigma_{\min}). Ogni ciclo di carico genera un’oscillazione che, se ripetuta milioni di volte e superiore al limite di fatica, rischia di innescare e propagare microcricche.

Per gli acciai armonici ad altissima resistenza impiegati nei cavi dei ponti sospesi — caratterizzati da una resistenza ultima compresa tra 1.800 e 1.900 MPa — il limite di fatica (\Delta\sigma_D) si attesta tra i 150 e i 200 MPa. L’obiettivo ingegneristico primario consiste nel mantenere le variazioni di tensione ben al di sotto di questa soglia.

Il confronto numerico: il peso permanente contro il carico mobile

Mentre nei ponti di dimensioni ordinarie il traffico costituisce una frazione significativa del carico totale, lo scenario muta radicalmente quando la campata supera i tre chilometri. In un’infrastruttura di questa scala, il sistema strutturale deve sostenere una massa imponente formata da cavi, impalcato, pendini, elementi di irrigidimento e impianti tecnologici.

A titolo esemplificativo, considerando una configurazione con quattro cavi principali dal diametro complessivo di 4,5 metri quadri di sezione e un impalcato aerodinamico, il peso permanente totale raggiunge circa 60 tonnellate per metro lineare. Su una campata di 3 chilometri, i cavi sostengono una massa complessiva superiore a 170.000 tonnellate, determinando uno stato tensionale statico elevato (ad esempio, \sigma_{\min} = 700\text{ MPa}).

Supponendo il transito di un convoglio o treno merci gravoso del peso di 1.000 tonnellate — pari ad appena lo 0,5% del carico permanente — l’incremento tensionale risulta del tutto analogo. La tensione massima sale a \sigma_{\max} = 704\text{ MPa}, generando un’escursione tensionale (\Delta\sigma) di soli 4 MPa. Tale valore risulta circa 40 volte inferiore alla soglia di 150 MPa del limite di fatica dell’acciaio, confermando che il traffico produce una variazione trascurabile.

Il principio ingegneristico e il coinvolgimento industriale

Da questa analisi emerge una dinamica peculiare dell’ingegneria strutturale su scala monumentale: all’aumentare delle dimensioni dell’opera, diminuisce l’influenza relativa dei carichi mobili sui cavi principali, poiché il peso proprio della struttura cresce più rapidamente del carico massimo applicabile sull’impalcato. Il progetto dei cavi risulta così governato interamente dal carico permanente.

Nel quadro dello sviluppo tecnologico di tali grandi infrastrutture, i cavi destinati al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina — per i quali la Società ha illustrato e chiarito i fondamenti di tale principio ingegneristico — sono stati progettati, certificati, garantiti e saranno assemblati dalla IHI Corporation, società giapponese leader mondiale nel settore.

Il richiamo del mare profondo

C’è una geografia sotterranea che sfugge alle carte ufficiali degli Stati-nazione, fatta di faglie identitarie che non tremano per sussulti tellurici, bensì per un’atavica nostalgia delle onde. Esaminando la storia profonda delle grandi isole nostrane, Sicilia e Sardegna, attraverso le lenti taglienti di Carl Schmitt e del suo saggio “Terra e Mare” emerge come le pulsioni autonomistiche di queste terre non costituiscano semplici residui folcloristici o capricci periferici. Rappresentano, assai più radicalmente, il sintomo di un attrito spaziale mai sopito: il duello eterno tra il Nomos continentale, fondato sul suolo e sulla centralità dello Stato territoriale, e la vocazione talassocratica, erede di un imprinting mediterraneo che affonda le radici dai tempi delle guerre puniche.

Roma edificò la propria grandezza sul vincolo sacro con la terra, sulla centuriazione e sul controllo dei confini. Cartagine, per converso, fondava la propria potenza sulle rotte invisibili del mare, sugli empori e su una sovranità fluttuante. Nel momento in cui la penisola italiana si unificò nel 1861 sotto il segno di una dinastia e di una capitale marcatamente continentali, impose alle due massime isole un ordine spaziale estraneo alla loro essenza insulare. Non stupisce, dunque, che esse abbiano vissuto questa integrazione non quale compimento, bensì quale forma di subordinazione calata dall’alto.

Questa vocazione marittima ha trovato nei secoli espressioni geopolitiche sorprendenti, a partire dalla parentesi normanna in Sicilia: un regno insulare che, pur radicato nella cavalleria feudale, fece del Mediterraneo il proprio regno cosmopolita (nel senso classico del termine, il kosmos), di autonomia rispetto ai poteri dell’Impero e del Papato. Un asse atlantico-mediterraneo che si è idealmente rinnovato secoli dopo con l’ingombrante presenza britannica nell’isola, suggellata dal controllo economico (pensate ai fondatori delle grandi case vinicole marsalesi), e riemersa come suggestione geopolitica nei frangenti più critici del Novecento.

Durante la Seconda Guerra Mondiale e nell’immediato dopoguerra, il collasso dell’assetto statuale offrì alla Sicilia il palcoscenico per il parossismo del Movimento Indipendentista, spingendola ad accarezzare — tramite frange disperate o calcolatrici — il miraggio di un aggancio diretto con la superpotenza talassocratica globale del secolo breve: gli Stati Uniti, con il surreale ma sintomatico spettro della “cinquantunesima stella”. Fu l’istinto profondo di un territorio che tendeva a rifugiarsi nel dominio marittimo per eludere l’abbraccio della terraferma.

Analogamente, l’indipendentismo sardo, alimentato da un’antichissima opposizione alla matrice romana, continua a fare i conti con un isolamento che trascende la dimensione geografica per farsi ontologico. Nel corso dei secoli, la regione ha subito una successione di dominazioni esterne che l’hanno sovente ridotta a mero avamposto strategico o riserva di risorse, soffocandone la naturale inclinazione marittima.

Oggi, in un’epoca in cui i confini statali faticano a governare i flussi planetari e le distese d’acqua tornano a dettare legge, ripensare l’intera storia, in barba a quanto pronunciato da ex ministri della “transizione ecologica” sulla inutilità dell’insegnamento di eventi come le guerre puniche, agevola, forma e potenzia.

La schiavitù non è finita: dalla memoria della Calabria alla tratta di persone, una sfida ancora aperta per l’umanità

Il 30 luglio si celebra la Giornata Mondiale contro la Tratta di Persone, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2013 per richiamare l’attenzione su una delle più gravi violazioni dei diritti umani del nostro tempo. Milioni di persone continuano a essere reclutate, trasferite e sfruttate attraverso reti criminali che trasformano la vulnerabilità in profitto, alimentando una moderna forma di schiavitù.

Questa tragedia non appartiene soltanto al presente. Anche la Calabria conserva nella propria memoria una pagina significativa della storia mediterranea. Tra il IX e il XVII secolo, le incursioni dei corsari saraceni e ottomani colpirono ripetutamente le coste calabresi, dove intere comunità furono saccheggiate e numerosi uomini, donne e bambini vennero catturati e deportati nei mercati degli schiavi di Algeri, Tunisi e Costantinopoli. Le torri costiere che ancora oggi caratterizzano il litorale regionale furono costruite proprio per avvistare le flotte nemiche e proteggere la popolazione da queste razzie.

Tra le vicende più emblematiche vi è quella di Giovanni Dionigi Galeni, nato a Le Castella nel 1519. Catturato in giovane età dai corsari ottomani, fu ridotto in schiavitù sulle galee, si convertì successivamente all’Islam e divenne Uluç Ali Pascià, uno dei più influenti ammiragli dell’Impero Ottomano e protagonista della battaglia di Lepanto del 1571. La sua storia testimonia quanto profondamente il fenomeno della tratta abbia segnato anche il Mezzogiorno d’Italia.

 

La schiavitù ha accompagnato l’intera storia dell’umanità, dalle civiltà dell’antico Oriente e del mondo classico fino alla tratta transatlantica che, tra il XVI e il XIX secolo, deportò milioni di africani nelle Americhe. L’abolizione giuridica della schiavitù non ne ha però cancellato le dinamiche: oggi il controllo delle persone si manifesta attraverso forme di sfruttamento meno visibili, ma altrettanto violente.

Il Protocollo di Palermo delle Nazioni Unite del 2000 definisce la tratta di persone come il reclutamento, il trasporto, il trasferimento o l’accoglienza di individui mediante violenza, minaccia, inganno o abuso di una condizione di vulnerabilità, con finalità di sfruttamento. Tra le principali forme figurano il lavoro forzato, lo sfruttamento sessuale, l’accattonaggio organizzato, i matrimoni forzati, il reclutamento di minori nei conflitti armati e il traffico illecito di organi.

Le evidenze scientifiche confermano la gravità delle conseguenze. Gli studi di medicina, psicologia, criminologia e neuroscienze mostrano che le vittime sviluppano frequentemente disturbo da stress post-traumatico, depressione, ansia, disturbi dissociativi e patologie fisiche legate alle violenze subite. I traumi prolungati alterano i meccanismi neurobiologici della risposta allo stress, rendendo indispensabili percorsi di assistenza sanitaria, sostegno psicologico, tutela legale e reinserimento sociale.

La tratta di esseri umani rappresenta oggi una delle attività illecite più redditizie al mondo. Le organizzazioni criminali sfruttano povertà, conflitti, migrazioni forzate, discriminazioni, violenza di genere, crisi umanitarie e nuove tecnologie per reclutare persone vulnerabili con false promesse di lavoro o di una vita migliore. Nessun Paese può considerarsi estraneo a questo fenomeno, che coinvolge territori di origine, transito e destinazione.

La risposta richiede cooperazione internazionale, strumenti investigativi efficaci, protezione delle vittime e politiche capaci di ridurre le condizioni che favoriscono lo sfruttamento. Accanto all’azione delle istituzioni, è fondamentale il contributo della società civile nel promuovere una cultura fondata sul rispetto della persona e dei suoi diritti.

La Giornata Mondiale contro la Tratta di Persone invita a guardare oltre i numeri e le statistiche, ricordando che dietro ogni vittima vi è una storia di libertà negata. La memoria delle deportazioni che hanno interessato anche la Calabria dimostra che la schiavitù non è soltanto un capitolo del passato, ma una realtà che continua a evolversi. Conoscerne la storia significa comprendere meglio il presente e rafforzare l’impegno affinché nessun essere umano possa essere ridotto a merce.

CALCIO – Il paese dei Gattopardi in pantaloncini

Possiamo stracciarci le vesti e con esse tutto l’armadio, ma lo sport È politica.

Esso, in quanto servizio, sarà sempre soggetto ad amministrazione pubblica. Vi sono esempi efficienti come l’azionariato pubblico del Real Madrid ed altri meno, come la retrograda organizzazione italiana. Lungi dal fare manicheismo e creare un dualismo buoni contro cattivi, sottolineiamo solo la recidività di alcuni vizi nostrani; ovvero del portarci nei luoghi di lavoro i soliti amici, i soliti cortigiani, nonché il culto dei vitelloni dove un calciatore di 24 anni è ancora ritenuto “giovane promessa”, per poi importare dal continente nero calciatori dal dubbio valore, dall’identikit più atletico che calcistico e infine far giocare i “figli di”.

L’esperimento di Maldini dura meno di una poesia ermetica. Il tanto osannato Malagò boccia la candidatura di Pirlo per ragioni politiche – di cortigianeria, chiaro – e riporta Mancini imponendo la sua scelta, dunque l’istituzione sopra le figure competenti che vengono spogliate del proprio ruolo e della propria ragion d’essere.

La restaurazione è compiuta, le poltrone barcollano ma non mollano. Ci vediamo all’Europeo per l’ennesima riflessione sui bambini che non giocano più nei cortili.

Ritorno di Roberto Mancini alla guida della Nazionale italiana: la FIGC ridefinisce i vertici tecnici e istituzionali

Il ritorno di Roberto Mancini alla guida della Nazionale italiana, annunciato dal presidente Giovanni Malagò, fa seguito a una profonda ristrutturazione dei vertici tecnici e istituzionali della Federazione. La nomina del nuovo commissario tecnico è maturata in seguito all’interruzione del percorso di Andrea Pirlo, la cui candidatura era stata inizialmente sostenuta dal direttore tecnico Paolo Maldini e da Leonardo. Tale opzione è decaduta a seguito di valutazioni circa la compatibilità di pregressi accordi di sponsorizzazione con le normative federali vigenti. Il venir meno di tale condivisione ha determinato le dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo dalla dirigenza del Club Italia. Di fronte a questa situazione di discontinuità, i vertici federali hanno optato per l’affidamento della conduzione tecnica a Roberto Mancini, affiancato dall’ingresso di Claudio Ranieri nel ruolo di direttore tecnico, al fine di garantire continuità operativa e stabilità istituzionale alla selezione nazionale

Il doppio standard del mondo progressista e la sua crociata contro il cristianesimo

Che il mondo “progressista” odiasse il cristianesimo è lapalissiano.

Nelle manifestazioni del Pride è una costante l’offesa nei confronti di Gesù Cristo; non pervenuti, piuttosto, gli attacchi alla religione musulmana, nonostante i trattamenti riservati agli omosessuali nei paesi maomettani.

La presenza di un Dio Padre costituisce un elemento di nevrosi per questi soggetti i quali reagiscono con ribellione cieca e isterica, rivelando il più delle volte un conflitto con la figura paterna e di conseguenza con i concetti di ordine e misura.

Al Pride di Berlino un uomo di fede musulmana travolge intenzionalmente la folla con il suo veicolo e compie una strage. L’ennesima violenza perpetrata dal medesimo identikit.

Alla veglia organizzata presso la porta di Brandeburgo, una attivista si prodiga in una dichiarazione dal contenuto cristallino: “Avrei preferito che l’attentatore fosse stato un bianco cristiano”. Più chiari di così!

È un odio atavico, sedimentato nel tempo e istigato da chi ha individuato nella religione cristiana un ostacolo ai propri interessi. Un sentimento ripugnante che ha trovato terreno fertile nella vulnerabilità dell’uomo moderno, privato di riferimenti fondamentali quali Verità e Giustizia.

Sono dichiarazioni di ostilità alle quali non si può dire restare indifferenti, perché rischiano facilmente di degenerare, complice anche la crisi demografica da cui l’importazione di numerosi immigrati di fede islamica orientati a far prevalere il loro culto.

Come in epoca medioevale, una porzione di popolazione agisce per agevolare dall’interno questi soprusi e noi siamo chiamati a schierarci, a prendere posizione. Il Cristiano non è un hippie, non è un pacifista figlio dei fiori ed ancora una volta è responsabile delle sorti della civiltà.

L’Ombra dell’Eroe: Genealogia e Crisi del Mito

Mentre il vecchio continente presenta una nota confidenza millenaria con il concetto di eroismo, gli Stati Uniti d’America hanno espresso un’elaborazione più tortuosa e fantasiosa. È del tutto comprensibile, poiché parliamo di due estensioni storiche differenti con ramificazioni culturali ormai separate.

Per questo i primi americani proiettarono questo impulso nei gruppi nativi, ancora pratichi di un’etica guerriera (non militare, attenzione) e di un codice di comportamento propri dell’eroe.

Poi furono i condottieri militari, gli uomini politici, gli inventori, gli sportivi (non atleti nel senso classico) e figure come l’astronauta; ma anche l’uomo comune iniziò ad essere considerato come potenziale autore d’imprese, capace di oltrepassare i propri limiti in virtù di valori superiori.

Proprio oltreoceano nasce e si sviluppa la cultura dei supereroi, nella cornice di una ispirazione protestante e di un rapporto diverso, rispetto al mito arcaico, nella dicotomia forza-debolezza. Osserviamo dunque l’etica della responsabilità – dall’utilizzo dal potere al rapporto con le istituzioni – e l’evoluzione psicologica come capisaldi di tali personaggi, nonché l’elemento del riscatto sociale di emarginati e un’architettura morale che non è più l’onore o la pietas, bensì una manifestazione sentimentalista tipica del trascendentalismo americano.

Arriviamo così alle epopee dei fumetti e di Hollywood, con degli spunti certamente positivi, dato che determinate costruzioni sono comunque radicate in archetipi conformi alla forza e alla dimensione tragica. La solitudine in Superman, il lutto in Batman e Spiderman, gli esempi più immediati.

Una visione che risponde alla povertà valoriale del reale, dove sono incensati lupi della finanza senza scrupoli o – in generale – personaggi di dubbia integrità, tuttavia in crisi perché assorbita dalla subcultura dell’intrattenimento, tutta effetti ed esibizionismo.

In tale contesto, il risultato di un’Odissea targata Nolan non può che essere…una cafonata. L’autore della spettacolare trilogia di Batman cede allo spirito di tempi e partorisce un qualcosa senza capo né coda, elogiata – appunto – per l’effettistica, ma che sovverte del tutto la concezione omerica: femminismo e senso di colpa non erano esattamente punti cardinali dei greci.

Al di là della discrezione del regista, dobbiamo segnalare come la subcultura woke abbia contaminato anche la filologia per cui oggi ci ritroviamo dubbie traduzioni con improbabili Achille omosessuali e innamorati più altre oscenità.

Allora cosa troviamo di utile, oltre gli incassi ai botteghini? Certamente il senso di repulsione può avvicinare lo spettatore all’opera e alla cultura autentica, in ricerca di elevazione. Un primo accenno già c’è, tanto che ieri su Amazon Prime il film Troy era al sesto posto tra i più cercati. È sempre un primo passo, sempre una questione di spirito.

“Roma può aspettare, Reggio no”, le dimissioni del Sindaco Cannizzaro da Montecitorio

Il Sindaco metropolitano di Reggio Calabria, onorevole Francesco Cannizzaro, ha appena rassegnato formali dimissioni dal ruolo di deputato della Repubblica italiana, intervenendo in Aula a Palazzo Montecitorio.

L’accorato discorso alla Camera dei Deputati dell’Onorevole Francesco Cannizzaro: il passaggio dal Parlamento al ruolo di Primo Cittadino nel segno della passione e delle radici amaranto.

In un’aula di Montecitorio  particolarmente partecipe e concentrata si è consumato uno dei passaggi politici e personali più significativi della sessione parlamentare. L’Onorevole Francesco Cannizzaro ha pronunciato la sua accorata dichiarazione di commiato dal seggio della Camera dei Deputati, formalizzando la scelta di dedicarsi interamente e in prima persona alla guida della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

Un discorso vibrante, teso a rivendicare il valore supremo delle istituzioni democratiche e l’importanza indissolubile del legame con il territorio d’origine. Cannizzaro ha ripercorso con profonda emozione gli anni trascorsi tra i banchi del Parlamento, evidenziando come l’esperienza romana sia stata improntata al rigoroso rispetto del mandato e del bene pubblico: “rapporti intensi vissuti tra queste mura e non di meno la convinzione che la buona politica sappia mettere sempre al centro l’interesse del bene comune.”

Nelle sue parole traspare la chiara volontà di non interrompere l’asse con la Capitale, bensì di ridefinirlo sotto una nuova veste istituzionale. La leadership sul territorio richiederà un impegno rinnovato e diretto, trasformando la rappresentanza parlamentare in un’azione amministrativa quotidiana sul campo: “Continuerò a venire a Roma, ma lo farò indossando la fascia tricolore; continuerò a servire i cittadini e le istituzioni con lo stesso impegno, forse anche maggiore stavolta, perché ho come obiettivo quello di costruire una Reggio metropolitana migliore, più bella, più moderna, più internazionale, capace di guardare al futuro con fiducia e soprattutto con consapevolezza, così come stiamo facendo già da tempo in Calabria con la guida brillante e lungimirante del Presidente Roberto Occhiuto.”

Un progetto per la Calabria

Il richiamo alla sinergia con il governo regionale guidato da Roberto Occhiuto sottolinea una strategia politica strutturata e condivisa, tesa a proiettare Reggio Calabria in una dimensione di sviluppo concreto e attrattività internazionale.

Il passaggio di consegne e la scelta di lasciare lo scranno parlamentare sono stati descritti da Cannizzaro con forte carica simbolica e un richiamo nostalgico al momento del suo primo ingresso alla Camera: “Continuerò a farlo da sindaco con lo stesso spirito di servizio, con rinnovata passione, con grande senso dello Stato e umiltà.”

È stato proprio il richiamo all’identità reggina a sottolineare il momento più toccante dell’intervento, allorché il deputato ha evocato la propria storia personale e i simboli della propria appartenenza: “Sono entrato qui, Presidente, con la Sciarpa della Reggina al collo; ne esco con la cravatta amaranto arricchita dal ricamo dello stemma del comune che adesso rappresento. Perché, come dissi nei mesi scorsi lanciando la mia candidatura a sindaco proprio da questo palazzo: “Roma può aspettare, Reggio no!”.”

Un proclama chiaro, accolto dagli applausi dell’emiciclo, che testimonia la priorità accordata alle esigenze della comunità locale rispetto alle dinamiche della politica capitolina.

L’intervento si è chiuso con un cordiale augurio di buon lavoro ai colleghi deputati e un triplice affettuoso “viva” che abbraccia le istituzioni nazionali e la propria terra d’origine: “Viva la Camera dei Deputati, viva Reggio e la Calabria, viva l’Italia! Grazie e buon lavoro a tutti quanti voi.”

Con questo solenne passaggio, si apre ufficialmente una nuova pagina amministrativa per Reggio Calabria, con Cannizzaro pronto ad assumere pienamente le funzioni di Primo Cittadino.

Il discorso integrale

 

Signor Presidente,
onorevoli colleghe e colleghi,
amici,

prendo la parola con enorme difficoltà – colpevole la forte emozione – per rivolgere un saluto all’Aula, a Palazzo Montecitorio in tutte le sue componenti, che in questi otto anni ha rappresentato per me non soltanto un luogo di lavoro, di confronto, di crescita, di servizio alla Repubblica e ai cittadini che mi hanno eletto loro rappresentante, ma anche una seconda casa; seconda sì, perché la prima sapete tutti molto bene qual è per me: Reggio, la Calabria.

È noto a tutti, infatti, il percorso che nei mesi scorsi ho deciso di intraprendere, scegliendo di lasciare questo luogo, compiendo una scelta di cuore. E proprio in virtù di ciò, non mi sorprende affatto la velocità con cui, proprio qui, dentro le mura della Camera, l’appellativo “SINDACO” abbia sostituito quello di “ONOREVOLE”; e questo, devo ammettere, già prima che venissi eletto sindaco. Un piccolo aneddoto che ho tenuto ad evidenziare perché è la riprova di come anche voi sappiate quanto io tenga alla mia terra e, di conseguenza, al ruolo politico e istituzionale che ho deciso di rivestire, con infinito orgoglio.

Essere deputato è stato il più alto onore che potessi ricevere. Ritengo di aver svolto il doppio mandato parlamentare con serietà, senso del dovere, rispetto dei ruoli, rispetto verso questa Istituzione e soprattutto verso i miei conterranei, che hanno scelto di affidarmi il compito di rappresentarli, nella piena consapevolezza della responsabilità che un parlamentare assume nei confronti del territorio che lo elegge.

Oggi mi dimetto, lascio ufficialmente questi scranni, perché i reggini mi hanno affidato un nuovo compito, che è tanto straordinario quanto impegnativo: guidare la Città di Reggio Calabria e tutta la sua Area Metropolitana. È una scelta che ho assunto, come ben sapete, anteponendo a ogni altra valutazione l’amore viscerale, misto a profondo senso di responsabilità, che nutro nei confronti di Reggio.

E proprio lì, a casa, nell’esercizio delle mie nuove funzioni, porto con me l’esperienza maturata in quest’Aula, il valore del dialogo tra posizioni diverse, la rete di rapporti intessuti tra queste mura e, non di meno, la convinzione che la buona politica sappia mettere sempre al centro l’interesse del bene comune.

Continuerò a tornare a Roma, ma indossando la fascia tricolore. Continuerò a servire i cittadini e le istituzioni con lo stesso impegno, forse anche maggiore stavolta, perché ho come obiettivo quello di costruire una Reggio metropolitana migliore, più bella, più moderna, più internazionale, capace di guardare al futuro con fiducia e, soprattutto, consapevolezza, così come stiamo facendo già da tempo in Calabria con la guida brillante e lungimirante del Presidente Roberto Occhiuto.

Prima di svestire i panni di deputato, desidero rivolgere un sincero ringraziamento ai colleghi di ogni schieramento politico, ai Presidenti della Camera che si sono succeduti in questi anni, al personale di Montecitorio e a tutti coloro che, con competenza e discrezione, consentono quotidianamente il funzionamento di questa essenziale Istituzione.

Un ringraziamento particolare va al mio partito, Forza Italia: in primis al Presidente Silvio Berlusconi, che tanti anni fa mi ha dato la possibilità di intraprendere questo percorso azzurro; e poi al mio Segretario nazionale, il vicepremier Antonio Tajani, per la fiducia e il sostegno che non mi ha fatto mai mancare e che, sono certo, continuerà a darmi da straordinario uomo di partito ma anche di Governo quale è; a tutto il gruppo di Forza Italia, alle amiche e agli amici con i quali abbiamo lavorato gomito a gomito, notte e giorno, per anni; all’attuale capogruppo Enrico Costa e al già capogruppo, oggi sottosegretario, Paolo Barelli; a tutti i membri del Governo, in particolar modo ai cinque ministri di Forza Italia e ai sottosegretari, con cui continuerò a lavorare; non da ultimo, ai componenti della Commissione Bilancio, con cui abbiamo trascorso estenuanti e indimenticabili nottate di lavoro.

Infine, non posso non citare due persone fondamentali nel mio percorso umano e politico: Jole Santelli e Maurizio D’Ettore; e di Maurizio, coincidenza da brividi, proprio oggi ricorre il giorno del compleanno. A Jole e Maurizio ho già avuto modo di dedicare la mia vittoria elettorale. E ad entrambi mando un simbolico e affettuoso abbraccio, con grande senso di riconoscenza e amicizia.

Lascio quest’Aula con gratitudine e con l’orgoglio di aver servito la Repubblica italiana dando sempre il massimo. Continuerò a farlo da sindaco, con lo stesso spirito di servizio, con rinnovata passione, senso dello Stato ed umiltà.

Sono entrato qui con la sciarpa della Reggina al collo, ne esco con la cravatta amaranto arricchita dal ricamo dello stemma del Comune che adesso rappresento. Perché, come dissi nei mesi scorsi lanciando la mia candidatura a sindaco proprio da qui: “Roma può aspettare, Reggio no.”

Viva la Camera dei Deputati,
viva Reggio e la Calabria,
viva tutta l’Italia!

Grazie a tutti e buon lavoro.