Identikit del colosso cinese

Articolo D.C.

La mente strategica cinese si muove lungo coordinate temporali che ignorano deliberatamente il breve termine, ereditando una tradizione diplomatica e militare millenaria in cui il tempo costituisce uno strumento primario di logoramento. Questa forma mentis asimmetrica si traduce nella capacità di attendere per anni, di lavorare in silenzio sotterraneo, di assorbire i colpi senza scomporsi in reazioni impulsive e di applicare con metodo la logica della rana bollita: la temperatura del contesto geopolitico ed economico viene alzata in modo impercettibile, abituando gli osservatori a una nuova normalità fino a quando qualsiasi contromisura risulta inevitabilmente tardiva. La vittoria viene perseguita attraverso l’accumulazione metodica di vantaggi strutturali capaci di alterare i rapporti di forza alla radice.

Questa attitudine imponente ha attraversato i secoli, ispirando i moniti dei grandi statisti che compresero la portata ineluttabile di un risveglio continentale.

«La Cina è un gigante che dorme. Lasciatelo dormire! Perché, quando si sveglierà, scuoterà il mondo».

Pensatori, strateghi e analisti delle epoche successive hanno continuato a leggere in quel blocco demografico e culturale un fattore gravitazionale destinato a riassorbire ogni influenza esterna e a imporre le proprie traiettorie autonome, incurante dei dogmi e delle mode effimere della diplomazia internazionale.

All’interno di questo orizzonte profondo si inserisce il socialismo con caratteristiche cinesi, un sistema che rappresenta la sintesi pragmatica tra il controllo politico ferreo del Partito Comunista e l’energia propulsiva del mercato globale. A partire dalla svolta impressa da Deng Xiaoping sul finire degli anni settanta, l’apparato statale ha superato l’ortodossia della pianificazione maoista rigida per abbracciare l’economia socialista di mercato. Questa formula ha edificato un modello ibrido in cui le grandi leve strategiche, energetiche e finanziarie rimangono saldamente subordinate agli interessi pubblici, mentre un settore privato altamente competitivo e integrato nelle catene globali funge da motore per l’innovazione e la produzione di massa.

La tenuta di questo colosso poggia su cardini amministrativi e strutturali che pervadono ogni strato della società e dell’economia. La primazia assoluta del Partito-Stato coordina ogni centro decisionale attraverso una direzione politica pervasiva, concepita per neutralizzare preventivamente qualsiasi frammentazione sociale e blindare l’ordine interno contro il caos. La traiettoria industriale e tecnologica viene guidata attraverso cicli rigorosi di Piani Quinquennali orientati all’autosufficienza e al dominio dei settori chiave del futuro, dall’intelligenza artificiale alla transizione energetica. L’obiettivo ultimo di questo immane sforzo pianificato consiste nel consolidare la leadership globale della nazione, restituendo alla civiltà cinese quel ruolo centrale che la storia le riconosce per antichità e densità culturale.

La proiezione egemonica del Partito-Stato trova un pilastro insostituibile nel controllo dei minerali critici e delle terre rare, leve fondamentali attraverso cui la nazione domina le catene di approvvigionamento tecnologico ed energetico del XXI secolo. Pechino concentra i propri sforzi sul monopolio verticale dell’intera filiera, gestendo circa il settanta percento dell’estrazione mineraria globale e spingendosi fino a controllare oltre l’ottanta-novanta percento della raffinazione e la quasi totalità della produzione di magneti permanenti. Questa asimmetria strutturale costringe i partner internazionali a inviare i minerali grezzi estratti altrove proprio negli impianti cinesi per poterli effettivamente impiegare nell’industria avanzata o della difesa, trasformando un fattore geologico in un dispositivo permanente di subordinazione. L’impiego mirato di restrizioni all’export e di controlli doganali stringenti costituisce un’ulteriore declinazione della dottrina del logoramento silenzioso, adoperata per condizionare i rivali industriali e costringerli a subire i ritmi dettati dalla superpotenza asiatica.

In questo disegno di ricomposizione territoriale, il dossier taiwanese occupa il vertice dell’agenda geopolitica. L’isola risponde a un’esigenza di pienezza storica e di chiusura dei conti con l’era delle interferenze straniere. La pressione esercitata lungo lo Stretto obbedisce alla medesima grammatica, volta a sfiancare la sponda opposta e a consumare i margini di manovra altrui senza ingaggiare uno scontro diretto. Portare a compimento l’unificazione significa infrangere la catena di contenimento marittimo e suggellare la definitiva affermazione della potenza asiatica sullo scenario globale.

L’emergenza invisibile: perché curare chi cura è diventata una missione

Articolo di D.C.

Troppo spesso il camice bianco o la divisa blu si tramutano in un bersaglio. I dati sulle aggressioni e sui maltrattamenti ai danni del personale sanitario, con particolare riferimento agli infermieri, restituiscono l’immagine di un sistema sanitario sull’orlo di una crisi di nervi. Derubricare questi episodi a mere bravate o a problemi di ordine pubblico costituisce un errore miope. Quello a cui assistiamo rappresenta il sintomo di una frattura profonda tra la retorica del sistema sanitario d’eccellenza e la cruda realtà di chi quel sistema lo sostiene quotidianamente, spesso a mani nude.

C’è un cortocircuito inaccettabile nel modo in cui la nostra società tratta gli infermieri. Da un lato la normativa riconosce pienamente l’autonomia e la complessità di una professione intellettuale, fondata su un percorso di studi universitario e specialistico. Dall’altro nella pratica quotidiana assistiamo a una svalutazione sistematica del loro ruolo, aggravata da condizioni operative insostenibili. Gli infermieri affrontano quotidianamente un rapporto numerico disperato tra operatori e pazienti, costretti a coprire turni straordinari infiniti, notti consecutive di lavoro e riposi sistematicamente non rispettati a causa delle voragini d’organico. A tutto ciò si somma la piaga costante del demansionamento, che li obbliga a svolgere mansioni estranee al proprio profilo professionale per tappare i buchi di un’organizzazione al collasso. A fronte di competenze elevate, responsabilità enormi e salari tra i più bassi d’Europa, questa mortificazione sistematica alimenta un logoramento psicologico e fisico devastante.

Le corsie d’ospedale e i reparti di emergenza-urgenza si sono trasformati in luoghi di frontiera. La stragrande maggioranza delle aggressioni — prevalentemente verbali, accompagnate da una preoccupante deriva fisica che colpisce soprattutto le donne e il personale più giovane — trae origine da precise criticità strutturali. Dietro la rabbia dell’utente o del familiare esasperato si celano sempre le cicatrici di un welfare in affanno, oppure una forma mentis deviata: liste d’attesa interminabili, pronto soccorso ridotti a sale d’attesa permanenti, carenze croniche di organico, ma anche culto della prepotenza, del vizio o del privilegio. L’infermiere finisce così per agire da primo ammortizzatore o capro espiatorio. Costituisce il volto più vicino al cittadino e per questa ragione diventa il bersaglio più facile. Quando un paziente rimane senza risposte per ore, il grido di dolore si trasforma in violenza, e a pagarne le conseguenze è chi si trova in prima linea a gestire l’emergenza privo di risorse adeguate.

Le recenti strette legislative e l’inasprimento delle pene per chi aggredisce gli operatori sanitari rappresentano un segnale politico doveroso, mentre la deterrenza penale da sola risulta insufficiente a curare le radici del male. Diventa indispensabile un cambio di rotta culturale e strutturale radicale. La politica e la società devono scegliere se investire realmente sulla sanità pubblica o se continuare a eroderla, condannando i professionisti alla solitudine operativa. Rispettare realmente gli infermieri significa assumere personale per ristabilire un rapporto sicuro tra infermieri e pazienti, cancellare turni massacranti e garantire il rispetto rigoroso dei riposi, fermare ogni forma di abuso restituendo pieno valore alle competenze specialistiche, adeguare concretamente i salari alla reale complessità della professione, e restituire piena dignità al lavoro di cura, smettendo di considerare la sanità un costo da tagliare e tornando a riconoscerla come il pilastro fondamentale della coesione sociale.

Bistrattare chi si prende cura degli altri significa minare le fondamenta stesse della nostra civiltà. Se la cura si ammala di violenza e abbandono, a perdere non risulta soltanto la categoria degli infermieri, bensì l’intera collettività.

Partire da una canzone su Gesù Cristo: il pezzo dimenticato di Freddie Mercury nell’anniversario della nascita del leader dei Queen

Articolo di S.S.

Farrokh Bulsara era nato a Zanzibar da famiglia parsi di religione zoroastriana. Cresciuto in India presso la St. Peter’s Church of England School di Panchgani, fu esposto fin da giovanissimo ai canti liturgici e all’iconografia cristiana.

Quando scrisse Jesus, Mercury non stava abbracciando un dogma religioso specifico, ma osservava la figura storica e spirituale di Gesù di Nazaret con la fascinazione dell’artista outsider. Brian May avrebbe poi ricordato come la mente di Freddie fosse sempre attratta da storie allegoriche, miti e grandi narrazioni universali

Gli uomini passano, con le loro fragilità e il loro destino imprevisto, ma rimangono le opere. E nelle pieghe delle grandi opere si nascondono spesso dettagli dimenticati, quasi dei sussurri che rivelano l’anima di chi le ha create prima che il successo ne alterasse la percezione pubblica.

L’umiltà prima della leggenda

Molti oggi disconoscono o dimenticano che nel primissimo album dei Queen, pubblicato nel 1973, compare una canzone intitolata semplicemente Jesus.

Prima delle giacche di pelle, prima delle corone da re, prima di riempire gli stadi di tutto il mondo e diventare un’icona immortale, c’era Farrokh Bulsara — un ragazzo giovane, di origine zoroastriana, cresciuto tra culture lontane — che con disarmante naturalezza decide di scrivere e cantare un brano interamente dedicato alla figura di Gesù Cristo.

 

“All the people came from miles around / To see the Lord Jesus”

(Tutti accorrevano da ogni dove / per vedere il Signore Gesù)

 

Indipendentemente dal fatto di essere credenti o meno, c’è qualcosa di immensamente poetico e spiazzante in questa scelta. Iniziare una carriera rock negli anni ’70 — un’epoca in cui la musica giovanile cercava spesso la provocazione o la rottura iconoclasta — affidando il proprio debutto a una lirica così candida richiede una buona dose di umiltà. Nessun calcolo d’immagine, nessun condizionamento di mercato, nessun pregiudizio: solo la pura meraviglia di un artista affascinato da una storia universale di speranza e guarigione.

Trattare un tema così imponente con quella semplicità è stato, probabilmente, un bellissimo trampolino di lancio.

Ricordare chi nella musica non c’è più significa allora fare questo viaggio a ritroso: spogliare il mito dai suoi panni da gigante per ritrovare l’uomo nello scantinato, mentre canta di Gesù Cristo con la sola forza di una chitarra e della sua voce indomabile.

I fatti restano, impressi nel vinile, a ricordarci che le vere leggende nascono sempre da un gesto di sincera umiltà.

La lezione mai appresa: l’eredità spezzata di Carlo Alberto dalla Chiesa

Articolo di L.M.

Dall’abbandono dello Stato nei cento giorni di Palermo alla necessità di una memoria viva: l’atto d’accusa di un sacrificio che rifiuta la retorica dell’indifferenza. 

PALERMO – Il 3 settembre non è un anniversario. È un atto d’accusa. Perché ci sono ferite che il tempo trasforma in uno specchio deformante in cui lo Stato preferisce non guardarsi. In via Isidoro Carini, Cosa Nostra non ha solo ucciso un prefetto, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Ha liquidato un’idea: quella di un’istituzione che smette di essere complice o distratta e inizia a fare sul serio. Oggi, l’eredità di Carlo Alberto dalla Chiesa è intrappolata nel peggiore dei destini: la memoria di facciata. Le corone di fiori, i discorsi solenni, le autorità in prima fila. Un protocollo geometrico che serve a coprire la verità più scomoda: quella lezione sulla giustizia sociale, culturale ed educativa è rimasta incompiuta.

Il dramma di dalla Chiesa non si consuma sotto il fuoco dei Kalashnikov. Prende forma nei cento giorni passati in Sicilia, ma affonda le radici nella Capitale. Il Generale viene mandato a Palermo con la promessa di poteri speciali e lasciato a mani vuote, in una solitudine istituzionale che i Corleonesi leggono subito come un semaforo verde. Pochi giorni prima di morire, il 10 agosto 1982, consegna al giornalista Giorgio Bocca una diagnosi che è un proiettile contro i palazzi romani: «Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato». Non era un’analisi investigativa. Era il suo necrologio.

Questo abbandono non è mai un caso: è una scelta. È il prezzo che paga chi diventa troppo pericoloso perché smette di guardare alla criminalità come a un semplice problema di ordine pubblico e inizia a vederla per ciò che è: un sistema di intrecci economici, politici e relazionali.

In questa visione rivoluzionaria, il Generale non era solo: sulla stessa lunghezza d’onda si muoveva il leader politico Pio La Torre, con il quale condivideva un legame speciale, un filo rosso destinato a sigillarsi nel sangue. Era stato proprio La Torre a pretendere e sostenere con forza l’arrivo di dalla Chiesa a Palermo, convinto che l’uomo che aveva piegato il terrorismo al Nord potesse infliggere il colpo decisivo alla mafia. Dal canto suo, dalla Chiesa fu il più lucido estimatore della rivoluzionaria proposta di legge di La Torre, pensata per introdurre il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni. Nell’intervista a Bocca, alla domanda sul perché il leader comunista fosse stato assassinato, il Generale rispose senza esitare: «Per tutta la sua vita; ma, decisiva, la sua ultima proposta di legge». Il destino li unì anche nelle date: il 30 aprile 1982, giorno dell’arrivo di dalla Chiesa a Palermo, coincide tragicamente con il giorno in cui Pio La Torre veniva barbaramente trucidato.

Carlo Alberto fu convinto a tornare nell’isola dalle insistenze del Ministro Virginio Rognoni, che gli promise poteri speciali sul modello della lotta al terrorismo. Poteri rimasti totalmente disattesi, che alimentarono la consapevolezza che questa volta lo Stato non avesse la reale intenzione di affrontare a viso aperto la mafia. Una volta isolato politicamente, il bersaglio era pronto per essere colpito.

La sera del 3 settembre 1982, in via Isidoro Carini, una BMW affiancò l’A112 guidata da Emanuela Setti Carraro con a bordo il Generale, mentre una motocicletta raggiunse l’agente Domenico Russo. Le raffiche di Kalashnikov non lasciarono scampo. Ai funerali solenni, una folla indignata contestò duramente le autorità presenti, accusate di aver lasciato morire il Generale senza protezione. L’unico a essere risparmiato dalla rabbia popolare fu l’amatissimo Presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

Mentre la città sprofondava nel terrore, si consumavano i primi misteri: nella residenza del Prefetto qualcuno fece sparire le chiavi della cassaforte, poi ritrovata vuota. Sul muro di via Carini, un cartello recitava: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Dal pulpito della chiesa, il cardinale Salvatore Pappalardo pronunciò il più duro atto d’accusa contro i silenzi di Roma: «Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici… e questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo».

C’è un filo conduttore che lega quell’estate alla nostra quotidianità, ed è la parola più insidiosa: indifferenza. Quella zona grigia di chi si volta dall’altra parte. Il Generale lo sapeva: le manette e i processi non bastano se manca una rivoluzione culturale. Fare memoria, oggi, significa riprendere la sua visione contro le mafie e rilanciarla con forza contro ogni forma di connivenza. Carlo Alberto dalla Chiesa ricordava che il silenzio “alimenta la credibilità di chi, tacendo, opera”; per questo parlava alle nuove generazioni con una fiducia commovente: «Amo i giovani perché sono puliti, hanno gli occhi limpidi, dicono quello che pensano. I giovani sono la nostra unica speranza per un futuro senza mafie». Era una strategia di contrasto: togliere la manovalanza e il consenso sociale ai boss, restituendo dignità ai cittadini.

Oggi la mafia non spara quasi mai: fattura nel silenzio. È diventata un algoritmo finanziario, una presenza fantasma che si muove nei mercati finanziari, sfrutta le fragilità dell’economia globale, ricicla miliardi senza lasciare tracce di sangue e divora l’economia senza fare rumore. E mentre la criminalità viaggia alla velocità degli schermi, arruolando hacker e raccogliendo il consenso dei giovanissimi ostentando lussi e impunità su TikTok, lo Stato risponde spesso con la frammentazione delle banche dati, con la burocrazia e lasciando scoperti i suoi uomini migliori. Si rimane confinati in quella stessa solitudine che quarantaquattro anni fa decretò la condanna di via Carini. Una via intitolata o una cerimonia sul calendario non bastano per lavarsi la coscienza: sono solo gusci vuoti se non continuiamo la sua battaglia. Custodire questo patrimonio civile solo nella toponomastica significa rimuoverlo. Onorare il Generale significa assumersi una responsabilità quotidiana: coordinare gli apparati, aggredire le nuove geometrie finanziarie delle mafie e distruggere l’apatia sociale. Dare valore al sacrificio di dalla Chiesa non è un rito di pietra. È una scelta quotidiana di coraggio, è lo sforzo di aggredire i patrimoni e risvegliare le coscienze dal torpore. Perché quando la memoria diventa un’abitudine, smette di essere giustizia e diventa complicità.

Risparmiatori a perdere, i rischi intrinsechi del piano europeo

Articolo di D.C.

L’Unione dei Risparmi e degli Investimenti, erede della fallita Unione dei Mercati dei Capitali, poggia su una premessa contabile discutibile: considerare i dieci trilioni di euro depositati dalle famiglie europee come una risorsa inattesa e inutilizzata. L’etichetta di liquidità “pigra” attribuita a questi fondi ignora la funzione macroeconomica fondamentale che i conti correnti e i depositi a vista svolgono nei diversi ordinamenti nazionali, dove fungono da ammortizzatore primario contro la precarizzazione del lavoro e l’instabilità del reddito disponibile.

Il cuore del piano risiede nella volontà di convogliare questo imponente volume di risparmio privato verso il finanziamento delle imprese, dell’innovazione e della transizione ecologica, bypassando il tradizionale canale creditizio bancario. Trasferire capitali dai depositi garantiti ai mercati finanziari, tuttavia, altera radicalmente il profilo di rischio per l’investitore retail. A differenza dei conti bancari protetti dai sistemi di garanzia statali entro la soglia dei centomila euro, i prodotti finanziari legati al mercato dei capitali espongono il capitale nominale alla volatilità e al rischio di perdita totale o parziale.

La spinta verso la mercatizzazione del risparmio sposta il baricentro del rischio sistemico dai bilanci vigilati degli istituti di credito verso i portafogli dei singoli cittadini. In assenza di una struttura di tutele rafforzate e di una solida simmetria informativa, l’esposizione dei non professionisti ai meccanismi di borsa rischia di tradursi in una sistematica erosione del patrimonio privato, in particolare durante le fasi di correzione ciclica dei mercati.

Parallelamente, l’impostazione strategica promossa dal rapporto Draghi e recepita dalla Commissione Europea evidenzia una criticità strutturale sul fronte della politica industriale. L’affidamento al mercato dei capitali privato per colmare il divario di competitività tecnologica rispetto agli Stati Uniti e alla Cina sottrae allo Stato il ruolo di pianificatore e allocatore delle risorse strategiche. Invece di riformare i vincoli di bilancio e di mobilitare la leva fiscale comune per investimenti pubblici di lungo periodo, si demanda al risparmio diffuso il compito di sostenere la transizione industriale.

Il nodo centrale della riforma rimane la distribuzione asimmetrica degli oneri e dei benefici. Se la mobilitazione dei capitali privati dovesse generare rendimenti positivi, la remunerazione fluirà prevalentemente verso gli attori istituzionali e i grandi fondi di investimento in grado di gestire economie di scala e strumenti complessi. Al contrario, l’eventuale distruzione di valore graverà interamente sul risparmiatore finale, privato dei paracaduti tradizionali. Un’architettura finanziaria europea che intenda rafforzare la propria competitività non può fondarsi sulla socializzazione del rischio di mercato attraverso il coinvolgimento inconsapevole del ceto medio, ma richiede un bilanciamento rigoroso tra incentivi alla crescita e salvaguardia della stabilità patrimoniale individuale.

Capitalizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite: è un’ossessione dei riformisti.

Ritardi negli assistenti scolastici per disabili, l’appello dell’associazione “Il Volo delle farfalle”

“Gentilissimi sindaco Francesco Cannizzaro

Assessore al welfare delle politiche sociali Lucia Fio

Come ogni settembre siamo alle porte dell’ inizio della scuola, un giorno importante per molti studenti, per i più piccoli che varcano per la prima volta la soglia della scuola dell’ infanzia e per chi è più cresciuto e continua il suo cammino scolastico, ma con occhi pieni di emozione e tanti sogni per il futuro. Ma il primo giorno di scuola non è uguale per tutti, soprattutto per gli alunni con disabilità, poiché ogni anno le figure degli assistenti educativi e alla comunicazione, la cui presenza è dovuta per legge, arrivano in ritardo, quasi sempre un mese dopo dall’ inizio delle attività scolastiche, venendo meno il concetto di inclusione e pari opportunità.

Ciò che può sembrare un banale ritardo di alcune settimane è una mancanza importante nella vita di tanti bambini e adolescenti, e delle loro famiglie.

Come madre, come rappresentante dell’ associazione Il Volo delle farfalle evoluzione autismo e come cittadina, faccio un appello, affinché gli assistenti siano presenti dal primo giorno di scuola garantendo diritto e uguaglianza di tutti gli studenti. Confido nella sensibilità e nell’ ascolto di questo tema delicato.”

 

Angela Villani

Omicidio di Charlie Kirk, Tyler Robinson va a processo e rischia la pena di morte

La vicenda giudiziaria per l’omicidio dell’attivista americano Charlie Kirk, avvenuto il 10 settembre dell’anno scorso, è arrivata a una svolta cruciale nello Utah. Il ventitreenne Tyler Robinson è stato formalmente rinviato a giudizio e rischia la pena di morte, dopo che il giudice del Tribunale distrettuale Tony Graf ha stabilito che esistono “prove schiaccianti” a suo carico.

Nel corso dell’udienza preliminare, il giudice Graf ha evidenziato come l’insieme di video e testimonianze lasci emergere la “ragionevole convinzione” che sia stato proprio Robinson a sparare a Kirk mentre l’attivista teneva un discorso nel campus della Utah Valley University, a Orem.

Tra gli elementi chiave presentati dalla Procura della Contea dello Utah spiccano la testimonianza video di Lance Twiggs, il coinquilino dell’imputato, il quale ha raccontato che il giorno dopo la sparatoria Robinson si trovava in uno stato di forte instabilità emotiva, era in lacrime e avrebbe confessato il delitto pronunciando la frase: “Vorrei non averlo fatto”. A questa si aggiungono i messaggi di testo scambiati tra lo stesso Twiggs e Robinson, nei quali l’imputato ribadiva di aver sparato a Kirk, e ulteriori riscontri investigativi che indicherebbero l’ex studente di ingegneria come la persona che ha materialmente impugnato l’arma del delitto.

Dal canto suo, la difesa aveva tentato di bloccare la diffusione di questi dettagli investigativi, argomentando che la pubblicità mediatica potesse compromettere il diritto a un processo equo e a una giuria imparziale. Di fronte al rinvio a giudizio, i legali di Robinson hanno richiesto una proroga per permettere all’imputato di formulare la dichiarazione di colpevolezza o non colpevolezza, un passaggio la cui eventuale trattazione è stata fissata dal tribunale per il prossimo 23 ottobre.

Scarcerato dopo aver molestato una ragazzina di tredici anni, ennesimo fallimento dell’organo giudiziario

Articolo di D.C.

La scarcerazione di un uomo accusato di aver aggredito e violentato una ragazzina di tredici anni, rimesso in libertà a brevissima distanza da un crimine documentato da telecamere di sorveglianza e prove inequivocabili, sposta radicalmente il baricentro del dibattito ben oltre il perimetro tecnico o giuridico. L’indignazione collettiva nasce da una profonda frattura etica che investe il cuore stesso della giurisdizione. Quando la risposta istituzionale a un fatto di tale gravità appare scollegata dalla realtà materiale dell’accaduto, la questione cessa di essere un problema di applicazione delle norme e diventa un interrogativo lacerante sull’orientamento valoriale della magistratura.

In questo scenario, la gestione dell’evidenza si trasforma in una forma di manipolazione logica e sociale. Ridimensionare la portata di una violenza efferata attraverso argomentazioni formali o facendo leva sul pentimento e sull’incensuratezza dell’indagato significa alterare la percezione della realtà fattuale. L’evidenza resta un dato oggettivo e la sua distorsione sistematica erode la funzione protettiva che lo Stato deve garantire nei confronti delle parti più vulnerabili. I dubbi sull’orientamento etico di chi è chiamato a giudicare sono perciò legittimi e fondati: la giustizia pretende un’aderenza costante al disvalore intrinseco del crimine commesso.

Questa deriva impone di riaprire una riflessione rigorosa e non più eludibile sulla distinzione fondamentale tra autonomia e indipendenza della magistratura, due concetti che il dibattito pubblico tende spesso a sovrapporre pur assolvendo a funzioni profondamente diverse.

L’autonomia è una garanzia strutturale, organizzativa e istituzionale. Serve a blindare l’ordine giudiziario da qualsiasi ingerenza esterna, impedendo che il potere politico o quello esecutivo possano condizionare o indirizzare l’attività dei giudici. All’interno della separazione dei poteri, la magistratura è effettivamente autonoma e indipendente per assicurare la salvaguardia dello Stato di diritto contro ogni deriva autoritaria.

L’indipendenza rappresenta invece la dimensione etica, culturale e personale del magistrato. Appartiene alla sfera della coscienza e dell’integrità professionale, ed è la capacità effettiva di spogliarsi di ogni pregiudizio ideologico, corporativo o culturale per aderire rigorosamente alla realtà dei fatti. In questa prospettiva, l’arbitrarietà decisionale agisce come un vero e proprio vizio di forma dell’indipendenza: quando il libero convincimento degenera in arbitrio soggettivo, tradisce la sua stessa funzione ideale, trasformando una prerogativa di garanzia in una distorsione interpretativa.

Il pericolo democratico si manifesta quando l’autonomia formale viene vissuta come una patente di immunità da qualsiasi responsabilità etica e sociale. Ciascun potere dello Stato soggiace al dovere di rispondenza ai valori fondamentali della convivenza civile. Se l’ordine giudiziario si trincea dietro un formalismo sordo al dolore delle vittime e cieco di fronte all’evidenza dei fatti, l’autonomia degenera in corporativismo, sgretolando definitivamente quel fragile e necessario patto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni.

Superman, del vero superamento dei valori

 

Articolo di D.C.

La cultura pop ha generato un contraccolpo umanistico e letterario tra le pagine di carta economica nel 1938, quando un alieno dalle capacità superiori ha deciso di timbrare il cartellino in una redazione di provincia. Superman descrive la smentita concettuale e il fallimento storico dell’archetipo del Superuomo nietzschiano.

La traiettoria filosofica dell’Oltreuomo ha cercato a lungo di liberarsi della morale tradizionale invocando la volontà di potenza, il superamento radicale e la durezza titanica di chi guarda dall’alto il gregge umano. Nella pratica storica e culturale, questo sforzo si è regolarmente inaridito in caricature grottesche. Ha prodotto il dandy estetizzante che scambia il cinismo per aristocrazia dello spirito e varie categorie di intellettuali megalomani che si contraddicono nella loro verve pontificatrice. Il superuomo storico, lontano dalle vette di Zarathustra, si è rivelato un esercizio di arroganza sterile, incapace di generare vita e miseramente ridotto a posa retorica.

Kal-El opera il movimento opposto, compiendo la vera trasvalutazione dei valori. Dispone di una forza cosmica capace di annientare qualsiasi gerarchia terrestre, possiede la potenza bruta che alcuni filosofi vagheggiavano, eppure sceglie deliberatamente la via della mitezza. La sua grandezza risiede nell’indossare i panni di Clark Kent: l’uomo ordinario, goffo, stretto tra le scadenze di un giornale di periferia e la preoccupazione per le bollette. Questa scelta costituisce un radicale bagno di umiltà ontologica. Un essere superiore che impara a subire i rimproveri di un caporedattore sceglie consapevolmente di abitare la vulnerabilità anziché dominarla dall’alto.

Il mito sovverte la logica della sopraffazione per fondare un’etica della prossimità. La forza assoluta cessa di essere strumento di dominio e diventa responsabilità silenziosa, dovere di protezione verso la fragilità altrui. L’eroismo contemporaneo rifiuta le figure titaniche che pretendono di trascendere la condizione umana e riconosce la propria forza soltanto nella capacità di farsi carico del limite, della cura e della quotidianità. La lezione definitiva arriva da un fumetto che esprime l’essenziale: la vera potenza consiste nel chinarsi ad amare i difetti più minuti degli uomini.

Rai: sul Primo i muscoli, sulla vigilanza il coma, su Report il trapianto

Articolo di L.M.  

Guida al nuovo corso di Viale Mazzini: l’organo di controllo finisce in rianimazione e le inchieste vengono ridotte a un’aiuola decorativa per garantire il silenzio che fa comodo ai potenti. Rigorosamente a spese del contribuente.

ROMA – C’è un modo molto elegante per anestetizzare il controllo sul servizio pubblico: non serve chiuderlo con i lucchetti, basta dimenticarselo in cantina senza ossigeno. La vicenda Rai segue ormai il manuale di alta chirurgia estetica applicata al potere. Prima il coma indotto dello stallo istituzionale addormenta la Vigilanza a luglio; poi, a fine agosto, i vertici aziendali firmano il trapianto di organi a Report, asportando direttamente il conduttore.

Il tempismo del nuovo corso è un orologio svizzero sintonizzato sui bisogni dei palazzi. Proprio mentre l’organismo del Parlamento è in rianimazione e incapace di reagire, il virus del giornalismo investigativo viene debellato. Non serve mandare la censura con l’elmetto e i vecchi bavagli: è molto più igienico disinfettare la trasmissione d’ufficio, riducendone il perimetro a un’aiuola decorativa. Niente guerre sante, dunque: solo una fresca imbiancata alle stanze di Viale Mazzini.

La televisione pubblica trasforma così il suo nucleo editoriale: l’obiettivo non è più illuminare i cittadini su cosa sia necessario sapere, ma spalmare sui telespettatori un rassicurante velo di fondotinta per non complicare la vita a chi governa. Scavare nei conflitti d’interesse e nelle zone grigie è faticoso, fa venire il mal di testa e, peggio ancora, produce fastidiosi interrogativi a cui rispondere. Diventa decisamente più rilassante una Rai trasformata in una gigantesca candela profumata, che diffonde nelle stanze del governo una melodia d’ambiente per garantire il sonno dei palazzi.

In questo silenzio istituzionale, il potere ha scambiato la libertà di stampa con un abbonamento a vita alla pace dei sensi. Spente le torce di Report, l’occupazione dei vertici aziendali diventa una gita fuori porta priva di curve. Ma a che serve il servizio pubblico se i potenti si godono la poltrona e i cittadini pagano il biglietto del cinema?

Sarebbe la soluzione perfetta.

Silenziosa, ordinata e, per chi comanda, decisamente comoda.