IL GRILLO PARLANTE – “I have a dream”: una casina in cima al Ponte di Scilla e Cariddi

Ameremo da impazzire quel luminoso arco splendente, la mostruosità dei due tendini d’acciaio di quattromila e passa tonnellate ciascuno, che reggeranno il profilo alare del Ponte, disegneranno le nuove sagome di Scilla e Cariddi.

Per iniziare, il ponte sopporterà con fierezza cose ben più pesanti dei treni: migliaia di nopontisti di passaggio sui treni ad alta velocità, per esempio.

La leggenda ingegneristica sovrasterà, ma solo per farcela ammirare meglio, quella poetica di Odisseo.

Ameremo un’epica diversa, che parlerà di cantieri e primato inedito e solo in seconda pagina dei diminuiti arresti. Perché il crimine è soprattutto (anche se non solo) disagio socio economico. Tutto il capitolo delle revisioni tecniche è spiegato in maniera più che minuziosa dalla società e lascia adito a pochi dubbi tranne quelli in chiave filosofelettorale.

Passeranno i “Noponte” sulle opere più urgenti, quelle ricordate giusto alla vigilia dell’opera da bloccare; non diranno né “ah” né “bah”, quando vedranno che i trasporti sono completi ed organizzati, che il decrepito Aeroporto dello Stretto è ora pieno di passeggeri, visto che Reggio e Messina sono uno, Milazzo e le Eolie intensamente collegate. Da Taormina a Reggio è un’ora, ed è un’unica oasi turistica intermodale.

Passeranno i “Noponte” sui terremoti, nel vento, tra gli uccelli vivi e vegeti, sul ponte fatto nonostante l’immancabile mafia, fenomeno umano disse qualcuno, che una ceppo di radicali impazziti vorrebbe estinguere come eradicando l’umanità!; andranno a negare altre cose, su e giù dalla Trinacria, senza più le file ai traghetti.

Le università sforneranno professionisti che dovranno fermarsi . Edilizia, cultura, ricettività. La città si dovrà adeguare ai nuovi traffici. Che arrivano come sempre, dopo i collegamenti e non prima. Il panorama più fotografato sarà tra Villa e Ganzirri. Le città viste dall’alto non saranno all’ombra ma alla luce.

Ma prima ancora – se Dio vuole – l’opera resisterà ai veri terremoti: una guerra mondiale ai suoi esordi, l’alternanza politica che sfrutta e spezza sogni e ragioni; la possibilità, di odore complottista, che tale monumento prebellico, nazionale destrorso e “meridionalista”, si risolva, al comando di qualche nefasto influencer, in una rinuncia collettiva in nome del beato ritorno all’età dell’oro contadina.
Quest’ultimo, pressappoco, è il tipico manifesto nihchil-progressista di una fazione felicemente definita “amante dei poveri, tanto che li moltiplica”, la quale facilita con ogni medium vari e variopinti menagrami al fine di reindirizzare i nostri risparmi benaltristi laddove si producono profitti e non scrupoli.

Grossi ostacoli ce ne sono. Il rischio di blocchi sugli espropri sussiste perché, pur escludendo che la Stretto di Messina non sborsi cifre convincenti (sarebbe un autogol da fessi: sul sito ci sono già i piani e la chiarezza come la tempistica delle procedure dovrebbe rassicurare) potrebbero pur sempre vericarsi episodi di resistenza trascendenti l’umana ragione. Ostacoli ne abbiamo. Però “I have a dream”.

Vorrei una casina di cristallo, là sopra, al quattrocentesimo metro dove qualcuno, spero, piazzerà il punto più panoramico del mondo.

Sulle torri alte quattrocento metri: guardare dall’alto e irridere le formiche riduzioniste.

E se venisse un terremoto, che certamente verrà (se non saranno prima le bombe Tsar che ci stiamo cercando a forza) quella vista sarà l’ultima immagine da abbracciare, dall’ultima costruzione a cadere. Transeunte, come tutto, ma con stile, non più decadente: futurista piuttosto.

Cesare Minniti

Battaglia su ddl Zan: caldo infernale e stridor di denti, ma la maggioranza resta tiepida

Trincerati dietro il solito ciarpame retorico, utile a rendere completamente vano il tempo dell’ennesimo consiglio comunale, anche sul decreto legge Zan, Falcomatà ed i consiglieri di maggioranza hanno l’unica opinione di sussistere il più a lungo possibile, senza lasciare alcuna impronta del proprio corso (se non quella fossile, delle poltrone) sulla terra che li sostiene e mantiene a prezzo di soldi e stimmate.

Tanto che il radicale Saverio Pazzano, chiedendo una presa di posizione che non arriva, li invita provocatoriamente a votare, piuttosto, la mozione “+Gesù Cristo- ddl Zan” di Massimo Ripepi. E’ chiaro però che il discorso morale sia lontanto come le stelle dal mondo dei politici nostrani. Un mondo fatto di elettori che, se si vuole rendere roccia che sostiene e non sabbia che inghiotte, il vangelo del buon politico di mondo impone di consolidare con la logica del compromesso, della clientela e della tiepidità.

Sbaglia perciò, chi afferma che il tema della Legge Zan sia fuori contesto in una città problematica come Reggio. Il degrado materiale, tangibile nella sporcizia e nella morte dei processi economici e sociali, procede dall’indecisionismo, da una classe dirigente informe, priva di identità morale o politica, capace di stigmatizzare (lo si è visto di recente) una comunità cristiana per far fuori l’avversario politico Ripepi, per poi discettare su questioni di discriminazione e diritti sociali che diventerebbero diritti civili.

La matassa si sbroglia, come sempre, seguendo il filo dell’interesse: non si discute sulla volontà, da parte della sinistra, di inginocchiarsi di fronte alle lobby internazionali. Ma l’astuzia politica consiste nel vendere ai cattolici il ddl Zan come prodotto di tolleranza, impedendo al contempo, col pretesto della laicità,  il dibattito su come la legge impedirebbe non solo la libertà religiosa, ma anche quella d’opinione. Si vuole, in altri termini, la benedizione di Dio e di Mammona, in conflitto solo sulla t-shirt del consigliere Ripepi. Mentre nelle logiche politiche, ben abituate all’aberrazione logica, tutto è possibile.

In questo, la politica nazionale non è poi tanto diversa, quanto a ridurre nel nel medesimo “frullatore laico” crocifissi, diritti, famiglia, purché ciò contribuisca, a glorificare la divinità governativa che tutto concede, anzi promette, purché la si voti.

Un tempo, quando alle elementari portare il vocabolario era obbligatorio, qualsiasi scolaretto avrebbe potuto identificare tale meccanismo di seduzione spregiudicata da parte del potere, quel far leva dei “regimi” democratici nel ragionare di pancia delle masse, col classico “potere di “Mammona”. Ma il delegato alla cultura Quartuccio il termine non lo conosce, e googlando di fretta, ha una rivelazione estemporanea: che rimandando alla sfera religiosa, l’uso della parola “mammona” possa essere ritenuto ingiurioso, o illegale in sedi istituzionali.

L’ilarità lascia spazio allo sconcerto quando si capisce come le barzellette di Quartuccio siano prese sul serio dagli altri; nella confusione imperante, basta semplicemente esorcizzare ciò che non si conosce con l’amuleto della “laicità”.

La legge, oggi, non solo ammette l’ignoranza ma con la legge Zan, ma potrebbe promuoverla; l’ignorante o più spesso il furbo di turno potrebbe avere ragione su qualsiasi avversario politico colpevole di essere slegato dai dogmi del pensiero unico. Figurarsi muoversi in politica sulla base di un’etica, spirituale, cristiana.

Politica e religione: Hegel li avrebbe fatti incontrare nella dialettica dello spirito; ma siamo in una buia, torrida, piccola alula consiliare di Reggio Calabria e la buona religione di Giuseppe Marino, ci ricorda che siamo in uno stato “laico” (che non significa ateo: ma Google nemmeno lui soccorre) per cui non sarebbe consono parlare di cose che non si toccano. Inutile parlare di differenza tra etica religiosa e chiesa; del fatto che la stessa Costituzione eretta impropriamente a testo sacro, fu partorita con apporto decisivo di cattolici, e che la distinzione tra Chiesa e Stato è intesa per evitare interferenze politiche tra poteri temporali e non già l’esercizio del potere da parte di uomini di fede.

Del resto, il pensiero unico che impone il ddl Zan sulla scorta di un selvaggio relativismo morale ritenuto evolvente, propone dogmi quali l’intercambiabilità tra sesso e genere, impone la professione della già acquisita libertà sessuale come unico diritto possibile; cancellati i diritti all’occupazione, ad una buona istruzione, ad una capace classe dirigente, il futuro non può che degenerare.

Quando Ripepi tocca i tasti della coerenza, richiamando alla propria coscienza i cattolici, l’aula Battaglia diventa un inferno (fuor di metafora, almeno sotto l’aspetto del calore) e gli animi si infiammano; è un coro di insulti ed improperi, urla e stridore di denti. Solo la volontà di azzittire l’avversario per estinguere il dibattito, prevale. Ed eccoci al nocciolo del problema: rumore delle parole, in democrazia, vince sulla qualità.

Beni Confiscati, Iachino non c’è più (e se c’era dormiva)

Alla conferenza stampa sulla gestione dei beni confiscati da parte dell’Amministrazione comunale di Reggio Calabria, un dato è emerso, con prepotenza: il sindaco Falcomatà è un’autorità impareggiabile nella professione del rispondere senza rispondere. Per questo è certo di svincolarsi, per tutta la durata di una conferenza ed oltre, dalle domande inerenti ai temi, poste peraltro in termini semplici e diretti, della stampa. Non così Nancy Iachino, la cui evasività è tradita da pallore, sudori freddi, e dichiarazioni di “onesta” insufficienza al ruolo. Iachino non c’è, e se c’era dormiva, mentre il caso vuole che il nuovo segretario generale, sia proprio oggi andato a vaccinarsi.

Per giustificare le amnesie seguite al sopore amministrativo, la Iachino rimprovera, nemmeno tanto indirettamente, il sindaco che non le avrebbe fornito l’organico, presente altrove in analoghi contesti; dall’altro lamenta che i funzionari non abbiano recepito i suoi input dando seguito agli stimoli affinché “si facesse un altro bando, si insistesse sulla richiesta di documentazione”.

Proprio sui dirigenti, che dichiara di tutelare in relazione ai presunti attacchi di Ripepi, la Iachino dice “mai ho ricevuto piena attuazione rispetto all’indirizzo politico”.

Mentre sulla collaborazione dei Vigili, invitati ad accompagnarla per le ispezioni, ammette che le“si è risposto forse una volta su dieci”.

Resta il fatto che, dopo oltre un’ora di slalom attorno ai paletti della questione, non è chiaro di chi siano le responsabilità della irreperibilità dei documenti sul monitoraggio dei beni confiscati, né sulla consistenza degli stessi. Poche attività, ma ben confuse, quelle dell’ex delegata al settore, la quale non ricorda esattamente nemmeno il numero dei beni assegnati perché è da dieci mesi che manca dall’assessorato.

Non si entra in merito a nessuno dei punti contemplati dal regolamento sul monitoraggio dei beni, ciascuno dei quali è cruciale nell’appurare la trasparenza, sia nella concessione che nella fruizione degli stessi. Dove sono le carte relative all’elenco soci e lavoratori, ai bilanci annuali, alle polizze assicurative? Dove sono le relazioni semestrali sulle attività svolte, da redigere da parte delle associazioni stesse e verbalizzare da parte del Comune?. E ancora: il comune ha effettuato o meno le ispezioni dovute? La matematica e le sue quantità tipicamente discrete rimangono ben lontane dall’analisi esposta.

Attorno al nucleo di tali quesiti, che interessano da vicino tutti i cittadini della città quotidianamente al centro delle cronache di ‘ndrangheta, aleggia la nube del mistero e dell’indeterminazione, dell’imprecisione e dell’immancabile scaricabarile. In particolare, pare che la colpa sia ancora una volta, fondamentalmente, della precedente amministrazione.

A giudicare dalle dichiarazioni rese, il settore dei beni confiscati si sarebbe occupato, peraltro con gli scarsi risultati del tipo “non ricordo bene”, solo di tentare di ritrovare, col proposito di ordinarle le carte degli eventi precedenti, senza potere – tanto si afferma – per questioni di tempo, effettuare le operazioni dovute. Lasciando al contempo nel limbo le concessioni. Un “buffer burocratico” eterno.

 

A scudo della Iachino si pronuncia un Falcomatà nelle vesti di legale difensore, in particolare richiedendo al sottoscritto il tesserino e contestando la domanda sollevata sui criteri di assegnazione dei beni, giudicata non pertinente al tema dell’incontro, e fingendo di non capire che fosse diretta a fugare il legittimo dubbio su qualche altro affidamento “alla Miramare”.

Come mai è scomparso il conflitto di interessi dal regolamento dei Commissari prefettizi, ovvero la voce che impediva l’assegnazione a amministratori e dipendenti del Comune stesso?

Che ci sia un nesso tra il “disordine” riscontrato e la regolarizzazione del bene? Sarebbe bastato, nel dubbio dell’illegittimità, chiedere in ogni caso i documenti per poi, una delle due: confermare o revocare l’uso degli immobili.

Infine, sui botta e risposta con il consigliere Massimo Ripepi, che la stessa aveva innescato, insinuando che la sua ordinaria attività istituzionale di presidente della Commissione Controllo e Vigilanza fosse una sorta di ritorsione personale (senza mai chiarirne i presunti termini) la Iachino dice di non voler andare sul personale. Sic est: basta ritirare la mano, dopo aver lanciato il sasso, oltre che sulle vicende personali di Ripepi, anche su di un’intera comunità cristiana.

 

Cesare Minniti

https://www.youtube.com/watch?v=MaotMAyZkZQ

https://www.youtube.com/watch?v=AbU4rrcfC30

https://www.youtube.com/watch?v=woAVc2-lOnU

La sciatta ritorsione di Nancy Iachino

La retorica “legaloide”, utile a travestire abuso ed arroganza istituzionale, ha trovato i suoi maggiori paradigmi nelle insegne semoventi della politica svoltista di Giuseppe Falcomatà e delle sue propaggini alla Nancy Iachino.
Il fatto curioso è che non esista, per i denudati dal paravento verginale, una foglia di fico alternativa, allorquando sono colti nel vivo di colossali negligenze in relazione alla loro presunta ragion d’essere: la lotta alla corruzione.
Lo si è visto anche nei giorni scorsi: richiamata a proposito della sconcertante irreperibilità dei documenti di controllo sulla gestione dei beni confiscati alla ‘ndrangheta, (denunciata dal presidente della Commissione Controllo e Vigilanza Massimo Ripepi, oltre che in pubblica assise, anche nelle sue fumanti dirette) piuttosto che mettere assieme una buona pila di corpose scuse pubbliche, Nancy Iachino ha messo mano all’ormai consumato abecedario delle frasi delegittimanti. Determinandosi a cannoneggiare non solo l’accusatore, ma la sua comunità religiosa d’appartenenza, definita spregevolmente “setta”.
Sintomatico come il repertorio delle illazioni (mal esposte, si evince che la Iachino non sia stata ben istruita dai compagni)  sia scelto dalla Iachino proprio tra gli articoli di una giornalista recentemente citata al maxi processo Gotha dal PM Stefano Musolino, per aver confezionato articoli a favore di politici imputati come esponenti delle massime sfere della ‘ndrangheta.
Lo diceva Von Clausewitz, che la guerra è continuazione politica con altri mezzi. Qui il mezzo è la farsa e certe esibizioni, caratterizzate da penosa stupidità, rischiano di ritorcersi contro chi spara a zero senza la basilare accortezza di prendere la mira; non distinguendo, nei propri attacchi, tra sfera pubblica e personale, e appellandosi al reato di lesa maestà se richiamati al dovere.
Si aggiunge quindi, alla scandalosa reticenza sui documenti di monitoraggio dei beni confiscati – circa i quali si ipotizza che, col favore della nebbia amministrativa, sarebbero tornati alla ‘ndrangheta – anche il vilipendio alla fede altrui da parte di un delegato alla legalità.
E Ripepi, stamattina si è recato in Prefettura per esporre le problematiche descritte al prefetto Massimo Mariani aggiundendo  un’altra, eclatante anomalia: l’assenza, tra i punti del regolamento sui beni, rielaborato dalla Iachino, di una clausola che vieti l’aggiudicazione da parte dei politici; un’elisione che pare non casuale, in quanto conferirebbe la possibilità di cancellare il limite del conflitto di interessi sulle proprietà gestite.
Nulla di nuovo, se non la consueta “sciatteria amministrativa” già sottolineata dal procuratore Giovanni Bombardieri a proposito della mancanza di controlli. Ma la perpetua caduta di stile dell’amministrazione comunale prosegue, passando dall’ombra dei brogli elettorali, all’imputazione di abuso d’ufficio e corruzione del processo Miramare, senza risparmiarci qualche patetica esternazione sulla Champions League al Granillo (ma i più avranno dimenticato l’antecedente annunciazione di Massimo Moratti). Pare non esserci limite alla creatività della ciurma amministrativa in direzione dell’imbruttimento.
Non ci si poteva aspettare di meglio, da una troupe di parvenu seriali, catapultata sui pianeti della gestione della cosa pubblica (oltre che dalla mano bonaria di qualche vecchio parente autorevole) da quella maledetta trovata elettorale: che il nuovo equivalga al migliore.
Il rischio è che lo spettacolo circense finisca per abituare o intenerire un popolo rassegnato, quando non ossequioso alla classe dirigente in funzione al comodo.
Non è per questa fetta di lettori che forniremo gli sviluppi, certamente clamorosi, della vicenda.
MINNITI Cesare

Marcello Fonte, quei treni da Archi a Cannes

Una serata particolare, da farci un pezzo di cronaca ordinaria, ma arrivo tardi per l’intervista. C’è il grande Marcello Fonte ed illeitmotivè sintetizzabile in”Archi-Cannes, Reggio’s got the talent”.
Chissà se ai tempi andati, quando c’erano i capostazione anche ad Archi, c’erano binari lunghi fino a Cannes.
C’erano treni persino verso Milano. Era strano che lo stesso treno avesse uguale rispetto per una città ricca ed un piccolo quartiere. Era l’uguaglianza e l’opportunità : il treno poteva salvarti dal rimanere incastrato nel buio di quattro palazzine popolari a vita.
Non era un treno, ma la quarta dimensione dove questo micromondo, e l’infinitamente distante, Milano, giacevano sullo stesso piano, separati da sedici ore. Una porta dimensionale. Chiudevi gli occhi e ti svegliavi al freddo della Grande Stazione.
Che c’entrano i treni?
E’ che all’epoca mio padre era pendolare e sia io che “Marcellino” (Marcello Fonte), passavamo i pomeriggi al doposcuola. Una stanza minuta con una bellissima maestra, Santina, che ci faceva lezioni diverse. Non aveva il coraggio di sgridarlo:Marcellino aveva gli stessi occhi di adesso, venticinque anni dopo, mentre risponde al sindaco di Reggio: “grazie per questo premio, spero di meritarlo”.L’insieme delle immagini passate e degli eventi attuali, la premiazione del 2018 a Cannes, stride fortemente, ma in questo momento Marcello è il mio lavoro e rimango freddo. Lui è il trofeo di Archi, quartiere allora più che mai degradato, che mai avrebbe potuto indovinare chi doveva innalzare, a suo tempo.
E’ il trofeo del Sindaco, che ce l’ha con chi si inventa gli squali a Catona ma non con chi pubblicizza la Reggio dei lordazzi sul web.
Il tema della serata è: Marcello è l’espressione di Archi e di Reggio. Vero?Certamente di una parte che non va trascurata, certamente di quella parte che si riuniva in una stanza per studiare, che suonava in una banda, in quella disperata festa di paese, che frequentava i boy scout, anche se poi “si sparava” coi compagni, ma ad acqua, tra le bancarelle stipate in seicento metri di salita del Carmine, frazione della frazione.
Mentre fuori, nottetempo, c’erano treni che arrivavano a Milano e pallottole, vere, che sfrecciavano, e si viveva in bilico tra un’opportunità ed una fatalità .
E Marcello ce l’ha fatta.
Cosa è stasera, se non la vittoria di un umile, di un puro, di uno dei molti semplici?
Lo chiamavamo“Marcellino pane e vino”, proprio col titolo di quel vecchio film diLadislao Vajda vincitore a Cannes: era una profezia.
Ma non lo avremmo mai reclutato, noi “dritti”, come compare o amico: ci servivano compari e amici forti; mentre la rappresentazione della nostra debolezza, la malinconia degli occhi di Marcello era posata ovunque e ci raggiungeva anche nel sonno, nei giochi in cortile, tra le radio dai cantanti neomelodici.
Tutti “noi” buoni eravamo Marcello e non avremmo mai potuto avere altro che quell’espressione, con la quale non se ne fanno scalate, nè soldi.
Invece no. A Garrone serviva quel personaggio, quella maschera, raccontare una vittima tra prepotenti e immaginare la sua violenta rivalsa.
Rivalsa che stasera, sarebbe quella di ribaltare giù dal palco di Reggio i poco umili.
Ma non voglio fare politica nè moralismo. “Il Sindaco fa il suo mestiere, deve dirle certe cose” – commenta l’unico che mi riconosce, un ex compagno di elementari. Marcello invece non recita mai. Rappresenta se stesso, noi, chi sa riconoscere di non essere arrivato, quello che si accontenta della targa del Sindaco, come di quella di Cannes, come di tornare a suonare ad una banda, e sa di non avere diritto di ammonire il pubblico ma piuttosto di fare la sua parte in una parte. “Volevo suonare ed ho suonato” dice spesso Marcello del suo successo. E’ una lezione importante, a me, che sono cristiano, insegna che Gesù Cristo premia i buoni, la volontà e gli umili. Chi suda onestamente, si mette in fila ed aspetta il suo turno.
E’ un pessimo attore colui che recita senza sentimenti. Passo come un estraneo in mezzo alla platea che rimane (ed è un bel segnale: Archi è cambiata) a guardare il film “Asino vola”. Ora ho la barba, mezza bianca, e nessuno mi conosce. Meglio cosà¬.
Marcellino, forse, si ricorda di Santina e del doposcuola; forse anche di me, dentro quel doposcuola, che facevo il tifo quando la maestrina lo interrogava. Lui dice di sà¬. E’ lui la mia Archi, ma abbiamo un solo punto in comune: siamo sempre stati stranieri qui; oppure, erano stanieri gli altri.
Marcello è visibilmente stressato ed io, almeno io, rinuncio a rincorrerlo per l’intervista.
Lo tirano via quasi di forza, tra selfie e attimi di gloria parzialmente utile.Tutti vogliono un posto a Cannes e Marcello ora è quel treno, quei binari.Almeno per questa notte.
Cesare Minniti

Lo scrittore che mette scorpioni sulla pelle dei bambini

Parlare di ‘ndrangheta fa bene. Giusto, perchè?
Perchè abbiamo attorno un muro, “con in cima cocci aguzzi di bottiglia”. E questa cappa che ci costringe alla povertà ed all’emigrazione, nel benestare della politica locale e nazionale, non è detto debba necessariamente sfociare nella delinquenza.
La spinta è forte, come il desiderio di rivalsa, l’ambizione negata dei giovani comprensibilmente sfocia nella rabbia e nella ribellione, nel rifiuto di identificarsi con una nazione che sin da subito ha fatto del suo Sud un serbatoio di leve operaie e militari da desertizzare a beneficio strategico. Per quanti crescono in quel deserto, e non in un’ampolla di qualche salotto bene, c’è qualche associazione di “amici” che aiuta a sopravvivere ed a morire, e poi c’è una mano che da lontano ti invita ad aderire ad un sentimento quasi impraticabile: a schierarti contro i forti che ti stanno attorno, il quartiere degradato dove lavori e fai spesa, in nome di uno Stato che ha la dimensione di una stella in una notte poco chiara. E’ difficile. L’altra via, quella del dovere, della missione e del sacrificio per la propria terra e per la propria coscienza, nell’aspettativa che le cose potrebbero peggiorare, è un sentimento cristiano difficile, che tuttavia molti sanno abbracciare, e ciò dovrebbe farne i protagonisti assoluti di qualsiasi romanzo sul Sud.
Parlare di ‘ndrangheta fa bene quando si usa il “noi”, non il “noi buoni”, il “loro cattivi”, ma il noi, uomini; la nostra storia, fatta di cadute e di promesse, il nostro popolo. Solo dalla prospettiva degli Argirò, si capisce la condizione di essere “in mezzo a qualcosa di ingiusto” e quel desiderio di rivalsa e l’orgoglio per ciò che di bene cresce nell’Aspromonte, ed è l’unica leva capace di riscattarlo. Solo chi è dei nostri può vantarsene, solo chi usa il “noi” capisce la dimensione della bellezza che colse Alvaro, nel descrivere personaggi veri, problematici in una terra problematica e bella. Dagli attici newyorkesi, non ci si arriva.

Miserabile è chi traccia una linea per terra, per schierarsi dalla parte degli estranei, degli immacolati; di chi si sente senza peccato scagliando pietre contro San Luca, l’adultera.
Intanto Saviano fa soldi sulla pelle dei bambini, mette scorpioni sulla pelle dei bambini. Questo paese sarà per forza vittima della entomobofia grossolanamente sponsorizzata da Saviano.Saviano riceverà l’ingiusta condanna dei delinquenti, rispetto ai quali non è che un rivale ideologizzato, e troverà la giusta condanna del popolo di San Luca, di cui l’intruso ha inquadrato le pudenda, e non il volto.

Non le sublimi espressioni di arte e bellezzza e natura, non la prospettiva di speranza, ma la malattia, e la fantasia perversa di trovare la forma del male, ovunque, non solo sulla pelle dei bambini, ma anche nella forma del paese, e nelle nuvole di passaggio, a forma di scorpione, come le corna di certi barbari scrittori.

Per questo non posso ammirare un Saviano che ha appreso il meccanismo perverso della comunicazione, e che sa distillare il male scremandolo dal bene, e questo artificio alchemico lo chiama “San Luca”.

Parlare di ‘ndrangheta è necessario. Se serve a proiettare i lettori verso la visione di un paese da riscattare, che deve rialzarsi sul proprio bene, puntare i piedi su quel lembo di roccia che ha la forma che non piace a Saviano, quella della cultura, del profumo, della speranza. Dell’ulivo e dell’uva, dell’acqua e della letteratura, della musica e della speranza.

Certo, parlare di ‘ndrangheta. Sempre. Aborrire l’omertà , recarsi al commissariato per denunciare la ‘ndrangheta. Ma, facendolo, non si deve rimanere esposti alla morte. Questo invito all’eroismo non è realistico.

Parlare di ‘ndrangheta va bene se si separa la gramigna dal grano, e se non si brucia tutto il campo. Bruciarono i campi di San Luca i Mezzatesta del realista Alvaro, e bruciano oggi i campi di San Luca i romanzieri speculatori alla Saviano, per costruirvi sopra il proprio tornaconto. Sono colonialisti, sciacalli, delinquenti, non giornalisti, quelli che ricamano sui bambini l’etichetta, il marchio della delinquenza. Perchè quel marchio non se ne andrà più. Succede, quando non si sente un popolo ed una terra come la propria.

Ho sempre scritto solo quello che penso, ed una collega un giorno mi ha chiesto “sei dei nostri o dei loro?”. Avrei potuto rispondere “sono di una sola razza, quella umana” per ironizzare attorno a quando sia opportunistica la questione sull’etichettare i popoli e la gente. Avrei anche potuto licenziarla malamente, quella collega, o rispondere che è molto più difficile essere dalla parte della verità , che di un folto gruppo di professionisti, o ‘ndranghetisti, o buonisti, o legalisti.

E’ che ci si sente stranieri, sia in mezzo ai bulli della tua città , sia in mezzo a quelli della tua questura, sia in mezzo a bulli giornalisti che speculano sulla propria terra. E’ che ci si sente, però, di amare tutta questa gente, che vive di pane e non di verità , ma è la tua gente ed in questo senso, non ti è straniera, ma sorella.
Servono entrambi i sentimenti per scrivere la verità . Senza scendere a patti con la morte, sia che adoperi la falce che la penna.

Bisogna salvarla, la tua terra, non abbandonarla, non crocifiggerla, informare sul male mettendo l’accento su ciò che di buono esiste, perchè un conto è lavorare all’edificazione di un paese, un conto cooperare al suo smantellamento. E chi sa leggere tra le righe, anche la gente umile senza elementari, capisce bene quale sia il tono di un articolo, di un romanzo, di una serie televisiva. E se lo spirito è affossare una comunità per innalzare il proprio conto in banca, questa manovra non può e non deve destare simpatie, non in nome della giustizia e nemmeno in nome della Legge. E soprattutto, non in nome del giornalismo.

Cesare Minniti