C’è un dato che più di tutti pesa come un macigno: alla fine della battaglia legale contro il Ponte sullo Stretto, il conto lo pagano i cittadini. E non è solo una questione simbolica. È una sconfitta politica, amministrativa e soprattutto culturale per chi, ancora oggi, continua a opporsi a un’infrastruttura strategica senza offrire alternative concrete.
Il TAR del Lazio è stato chiaro: i ricorsi presentati dal Comune di Villa San Giovanni, dalla Città Metropolitana di Reggio Calabria e da alcune associazioni ambientaliste sono stati dichiarati inammissibili. Non solo. Il Tribunale ha confermato la piena legittimità dell’iter seguito dal Governo, ribadendo che la valutazione sulla compatibilità ambientale dell’opera spetta al CIPESS, come già previsto dal quadro normativo e riconosciuto anche dalla giurisprudenza europea.
Tradotto: nessuna forzatura, nessun abuso, nessun “colpo di mano”. L’iter è regolare.
E allora viene spontanea una domanda: perché continuare a combattere una guerra già persa?
Il prezzo dell’ideologia
La risposta, purtroppo, sta in una visione miope che da anni blocca lo sviluppo del Sud. Si continua a gridare contro il ponte, si agitano spettri di “opere accessorie mai realizzate”, si alimenta il sospetto che tutto sia inutile o dannoso. Ma la realtà è un’altra: proprio perché finora non si è mai fatto nulla, il Sud è rimasto indietro.
Alta velocità? Assente. Collegamenti moderni? Carenti. Infrastrutture strategiche? Rimaste sulla carta.
E allora forse la domanda giusta è un’altra: se non si è fatto nulla senza il ponte, perché si dovrebbe fare qualcosa senza il ponte anche in futuro?
Il Ponte sullo Stretto rappresenta oggi, piaccia o meno, un’occasione concreta. Non solo per collegare Sicilia e Calabria, ma per sbloccare una serie di opere collegate – ferrovie, strade, nodi logistici – che finalmente potrebbero vedere la luce proprio in funzione del ponte. Non è un dettaglio: è il cuore della questione.
Una battaglia persa (e costosa)
Nel frattempo, però, qualcuno ha deciso di impugnare atti, presentare ricorsi, intraprendere una strada giudiziaria che oggi si rivela fallimentare. E costosa.
Perché quei ricorsi non sono gratis. Sono stati pagati con soldi pubblici per una cifra di circa 74.000 euro! Soldi dei cittadini. Soldi che oggi, alla luce della sentenza del TAR, risultano spesi per nulla.
E qui la responsabilità politica diventa evidente. Non si tratta più di essere favorevoli o contrari al ponte: si tratta di capire se sia giusto utilizzare risorse pubbliche per battaglie ideologiche destinate a cadere davanti alla realtà dei fatti.
La narrazione distorta: il presunto “rinvio al 2034”
A rendere il quadro ancora più confuso contribuisce una certa narrazione mediatica, spesso alimentata da titoli sensazionalistici e fuorvianti. Alcuni giornali hanno parlato di “rinvio al 2034” come se il governo avesse deciso di congelare tutto.
Ma non è così.
La verità è molto più semplice: il governo Meloni ha rimesso mano al progetto, aggiornando il cronoprogramma e fissando la messa in funzione al 2034, appena un anno in più rispetto alle precedenti stime. L’avvio dei lavori, invece, resta previsto – almeno nelle intenzioni – per il 2026.
Non uno stop, dunque. Ma una ripartenza.
Eppure si continua a raccontare altro, a creare confusione, a insinuare dubbi. Una strategia comunicativa che non aiuta i cittadini a comprendere, ma li disorienta.
Il bivio del Sud
Oggi il Sud si trova davanti a un bivio chiaro: continuare a dire “no” a tutto, restando fermo, oppure cogliere un’occasione – forse l’ultima – per recuperare decenni di ritardo.
Il Ponte sullo Stretto non è la soluzione a tutti i problemi. Ma è, senza dubbio, una leva potente per iniziare a risolverli.
Continuare a remare contro, ignorando decisioni dei tribunali, evidenze normative e opportunità concrete, significa scegliere consapevolmente l’immobilismo.
E come direbbe il buon vecchio e saggio Totò: “E io pago!”











