Mamma sviene sopra il neonato di 4 mesi, tragedia sfiorata a Palermo

La 22enne e il neonato salvati dai carabinieri di Ficarazzi, allertati dalla nonna del piccolo. La giovane è affetta da diabete ed è stata colta da un malore.

Tragedia sfiorata a Palermo dove i carabinieri della Stazione di Ficarazzi hanno salvato un neonato di 4 mesi e la sua mamma, rimasti bloccati all’interno dell’abitazione dove la giovane aveva perso i sensi a causa di un malore. I militari, allertati dalla nonna del piccolo, che ne aveva sentito il pianto dall’esterno e aveva suonato il campanello senza ricevere risposta, sono immediatamente entrati in casa e hanno trovato la 22enne priva di sensi sul divano con il piccolo bloccato sotto il suo corpo.

Dopo aver liberato il neonato, i militari hanno soccorso la giovane, affetta da diabete, somministrandole degli zuccheri per contrastare la probabile ipoglicemia e consentendole di riprendere subito conoscenza. La mamma e il piccolo, visitati dal personale del 118 intervenuto sul posto, sono ora in buone condizioni di salute.

 

 

 

 

 

 

 

 FONTE: ADNKRONOS

PALERMO – Arresto Matteo Messina Denaro, il Comandante Generale incontra il personale operante

In occasione dell’arresto del latitante Matteo Messina Denaro, il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Gen. C.A. Teo Luzi, si è recato a Palermo dove per prima cosa ha voluto incontrare presso il Comando Legione dell’Arma il personale operante, ringraziando i Carabinieri per il lavoro svolto non solo in questa occasione ma nella quotidianità. Nel complimentarsi con tutti, il Comandante Luzi ha sottolineato come sia ancora molto valido il metodo investigativo che fu avviato dal Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il Gen. Luzi si è poi felicitato per come la perseveranza, la coerenza e la forza di volontà abbiano permesso di raggiungere un obiettivo investigativo di tale livello. Il pluriennale lavoro in sinergia con le altre forze di polizia e con la magistratura ha permesso di riaffermare la presenza e la vittoria dello Stato e delle istituzioni sulla criminalità organizzata.

La vicenda del bimbo di 6 mesi cacciato da un locale a Taormina approda in Parlamento

Il Garante Marziale: “Ringrazio l’on. Alfredo Antoniozzi per l’interrogazione al ministro per la famiglia”

È approdata in Parlamento la vicenda dell’imprenditore reggino che nel giorno dell’Epifania è stato invitato a lasciare insieme alla famiglia il bar-ristorante di uno dei più lussuosi e centrali alberghi di Taormina, perché presente il nipotino di 6 mesi.

A denunciare la vicenda è stato il Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Regione Calabria, Antonio Marziale, cui l’imprenditore si è rivolto.

 “Il deputato di FdI Alfredo Antoniozzi – evidenzia Marziale – in seguito alla mia presa di posizione, ha rivolto un’interrogazione al ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Maria Roccella, per conoscere se lo Stato sia a conoscenza di questa tendenza che vieta l’accesso a bambini al di sotto di una certa soglia d’età e che risulta essere applicata da un numero crescente di ristoratori per aggirare il pericolo di eventuali schiamazzi nei propri locali, ma non prevista da alcuna disposizione legislativa, che risulterebbe peraltro, a giudizio dell’interrogante, incostituzionale in quanto il divieto di accesso per ragioni anagrafiche è da considerarsi discriminatorio e in contrasto anche con la Dichiarazione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e ratificata dalla Repubblica Italiana”.

“All’indomani della segnalazione – continua il Garante – mi sono premurato di assumere informazioni sulla politica childfree perseguita nei locali dislocati sul territorio nazionale così apprendendo di tante strutture autodeterminate nel perseguire qualcosa addirittura di sanzionabile con ammende da 500 a 3mila, a conferma che le leggi vigenti vietano che si possa discriminare per età un soggetto”.

“Una delle scuse accampate dai promotori del no-kids risiede nella mutuazione da paesi come gli Stati Uniti d’America ed altri paesi dell’Unione Europea, ma dovremmo stare attenti ad importare civiltà, non a distruggerla – conclude Marziale – perché apporre divieti ai bambini significa vanificare secoli di lotta per la piena affermazione dei loro diritti, significa annientare il significato profondo della famiglia. E per questo mi batterò alacremente, ringraziando intanto l’on. Alfredo Antoniozzi per la sensibile assunzione di responsabilità a tutela dei minori e nelle prossime ore chiederò ufficialmente alla Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Garlatti, di voler inserire la trattazione del fenomeno tra i punti all’ordine del giorno della prossima Conferenza nazionale dei Garanti”.

REGGIO – Mafia, Denaro indagato anche per omicidio Scopelliti

Nel 2019 avviso accertamenti tecnici da Dda Reggio Calabria.

Il boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, arrestato stamattina a Palermo, è indagato anche dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria.

Il suo nome compariva, assieme a quello di alti 16 indagati tra boss e affiliati a cosche mafiose siciliane e calabresi, in un avviso di accertamenti tecnici non ripetibili notificato nel 2019 dal procuratore Giovanni Bombardieri e dall’aggiunto Giuseppe Lombardo e dal pm Stefano Musolino, nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio del sostituto procuratore generale della Corte di cassazione Antonino Scopelliti, ucciso il 9 agosto del 1991 in località “Piale” di Villa San Giovanni mentre faceva rientro a Campo Calabro.

In passato, su quel delitto c’era stato un processo che si era concluso, nel 2000 in Corte d’Appello e nel 2004 in Cassazione, con l’assoluzione di numerosi boss siciliani tra cui Bernardo Provenzano, Nitto Santapaola, Giuseppe e Filippo Graviano.
A distanza di anni, l’inchiesta sull’omicidio del giudice Scopelliti è stata riaperta grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola che ha fatto ritrovare in provincia di Catania il fucile che, secondo la Dda, avrebbe sparato al magistrato che, in Cassazione, avrebbe dovuto rappresentare l’accusa al maxiprocesso a Cosa nostra. L’indagine è ancora in corso e oltre a Matteo Messina Denaro, sono coinvolti altri sei siciliani, i catanesi Marcello D’Agata, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Vincenzo Salvatore Santapaola, Francesco Romeo e Maurizio Avola. Sono 9, invece, i calabresi indagati: Giuseppe Piromalli, Paquale Tegano, Antonino Pesce, Giorgio De Stefano, Vincenzo Zito, Pasquale e Vincenzo Bertuca, Santo Araniti e Gino Molinetti. Tra gli iscritti nel registro degli indagati c’era anche il boss di Archi Giovanni Tegano che, però, è deceduto l’anno scorso in carcere.

 

 

 

 

(Fonte: ANSA)

Napoli, traffico transnazionale di banconote false: 8 misure cautelari coercitive personali, perquisizioni anche a Reggio C.

A conclusione di un’articolata attività investigativa finalizzata al contrasto del traffico transnazionale di banconote false, i militari del Comando Carabinieri Antifalsificazione Monetaria hanno eseguito un’ordinanza dispositiva di misure cautelari coercitive personali emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Napoli nei confronti di 8 soggetti, tutti gravemente indiziati di associazione per delinquere finalizzata al traffico di valuta falsa (artt. 416 e 453 C.P.).
In particolare, è stata data esecuzione:
– 1 ordinanza di custodia cautelare in carcere;
– 5 ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari;
– 2 ordinanze di divieto di dimora nella provincia di Napoli.
La complessa attività investigativa, avviata nel mese di luglio 2018 nell’ambito di una mirata strategia investigativa di contrasto al “Napoli Group”, ha focalizzato i principali collettori distributivi attivati nei marketplace del darknet e social – media, mediante pagamenti in criptovalute.
Le indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli, hanno consentito di accertare l’operatività di un’associazione per delinquere strutturata per la gestione di una rete distributiva contigua alle più temibili filiere produttive partenopee, con terminali in Italia (province di Gorizia, Firenze, Catania, Salerno) e all’estero (Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Gran Bretagna, Indonesia, Irlanda, Lettonia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Spagna e Ucraina).
L’estensione internazionale delle investigazioni ha visto:
– il coinvolgimento di numerosi stati europei con collaborazione delle Autorità austriache;
– il finanziamento ed il supporto di Europol per il collegamento con le polizie estere interessate.
Le investigazioni, condotte con il supporto del Reparto Tecnologie Informatiche del Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche e con il contributo della neo istituita Sezione Criptovalute del Comando Carabinieri Antifalsificazione Monetaria, hanno complessivamente consentito di:
– delineare le dinamiche distributive della valuta falsa, attraverso un vendor attivo sui marketplace dal 2012, il quale, ricorrendo a complessi processi di anonimizzazione telematica, gestiva i pagamenti in criptovalute e le conseguenti forniture effettuate da spedizionieri che inviavano plichi e pacchi postali – celando la valuta falsa all’interno di materiale vario (giocattoli, manufatti in legno, ecc.);
– sequestrare:
 41 plichi postali all’atto della consegna in Italia e diversi paesi esteri;
 banconote false di vario taglio (20, 50 e 100 euro), per complessivi euro 120.000 (centoventimila), nonche’ numerosi “device” utilizzati per le transazioni operate nel darknet e per i trasferimenti di criptovaluta;
– arrestare in flagranza 31 soggetti che avevano perfezionato l’acquisto delle banconote false
sul dark-web, localizzati in Italia e all’estero;
– smantellare in Arzano (Na) una stamperia clandestina digitale per la produzione di banconote
false, attrezzata con apparecchiature (stampanti e computer) altamente performanti, i cui produttori sono stati già tratti in arresto in data 1° dicembre 2021, in esecuzione della misura cautelare di sottoposizione agli arresti domiciliari, emessa dal Gip del Tribunale di Napoli-Nord nell’ambito della medesima operazione;
– deferire in stato di libertà complessivamente 50 indagati.
Contestualmente all’esecuzione delle suddette misure cautelari, i Comandi dell’Arma territorialmente competenti hanno eseguito numerose perquisizioni nei confronti dei terminali della filiera distributiva localizzati nelle province di Udine, Rovigo, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Barletta-Andria-Trani e Catania.
Inoltre, per i terminali localizzati all’estero, nell’ambito della cooperazione internazionale di polizia sono stati interessate le polizie di Austria, Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna e Lituania.
Il provvedimento eseguito è una misura cautelare, disposta in sede di indagini preliminari, avverso cui sono ammessi mezzi di impugnazione, e i destinatari della stessa sono persone sottoposte alle indagini e quindi presunti innocenti fino a sentenza definitiva.

Migranti, Piantedosi: “Sicilia e Calabria non siano campo profughi Europa”

“Noi puntiamo a un’equa distribuzione su tutti gli altri luoghi di possibile sbarco”

 

“Noi puntiamo a un’equa distribuzione su tutti gli altri luoghi di possibile sbarco, con il compito di sgravare Sicilia e Calabria. Queste due Regioni non devono essere condannate ad essere il campo profughi dell’Europa”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi incontrando i giornalisti ad Agrigento.

“Giusto creare i presupposti e le condizioni per una distribuzione dei migranti su tutto il territorio nazionale – ha proseguito Piantedosi – Abbiamo immaginato che il gravame non può riguardare solo la Sicilia e la Calabria”. “Se si fa la mappatura cromatica dei porti che abbiamo indicato da quando siamo in carica si vede che c’è stata una equa distribuzione – dice – questa è unicamente la ragione della scelta degli altri luoghi di possibili sbarchi, per sgravare il più possibile la Sicilia e la Calabria. Che non devono essere condannati a essere il campo profughi dell’intera Europa. Lavoreremo affinché questa storia finisca al più presto”.

“Dobbiamo provare a tradurre in linee d’azione il contrasto di questo fenomeno, parlando dello sfruttamento che c’è dietro il fenomeno migratorio. C’è una umanità dolente e sofferente”.

 

NAVI ONG – Le navi Ong dirottate nei porti delle città a guida Pd? “Io ho il massimo rispetto per tutte le critiche, soprattutto quelle dell’opposizione, ma non la condivido” risponde il ministro Piantedosi alle critiche di Stefano Bonaccini e altri sindaci di città a guida Pd. “L’esigenza è quella di garantire un’equa distribuzione e in ogni caso la città, dove avviene lo sbarco, non si fa carico dell’assistenza perché i migranti vengono poi smistati sempre in altre Regioni”. “Perché è stata scelta la città di Ancona per lo sbarco della Ong? Perché i nostri esperti tecnici hanno valutato che si poteva fare”.

 

 

 

Fonte Adnkronos

Taormina, noto imprenditore reggino invitato a lasciare ristorante perché vietato al nipotino di 6 mesi

Il Garante Marziale: “Un Paese firmatario della Dichiarazione ONU non può permettere simili divieti”.

“Un noto imprenditore di Reggio Calabria mi ha segnalato che nel giorno dell’Epifania si è recato per un aperitivo con la famiglia in un centralissimo ristorante-albergo a 5 Stelle di Taormina, dove è stato invitato ad uscire perché al seguito c’era il nipotino di 6 mesi”: è quanto dichiara il Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Regione Calabria, Antonio Marziale.

“Ho prontamente verificato la segnalazione – spiega il Garante – telefonando al locale e parlando con il direttore, che mi ha confermato gli accadimenti parlandomi di una postilla sul menu del ristorante, adducendo ragioni di privacy dei clienti, di possibile pericolo essendo la balconata della struttura a strapiombo sul mare, di somministrazione di bevande alcoliche e comunque di intralcio della carrozzina. Motivazioni che in un locale pubblico sono scontate, come la sicurezza del luogo e la non somministrazione a minori di alcool. Sull’intralcio della carrozzina penso che anche un cane di grossa taglia sia di impedimento per i camerieri, però agli animali l’ingresso non è vietato come ai bambini”.

Per Marziale: “Se il divieto esiste, posso immaginare che esistano leggi che lo consentano e che permettano ai gestori di applicarle e se così è non è accettabile che un Paese firmatario della Dichiarazione ONU sui diritti dei fanciulli possa mantenerle in vita. Ci ammantiamo di ricorrenze volte ad affermare i diritti dei bambini quando essi, in realtà, sono sempre più assottigliati, facendo a pugni con il concetto di civiltà emancipata. Si può immaginare un locale only adult, come i motel preposti, dove il buonsenso più che le leggi consiglia di stare alla larga con bambini al seguito, e così avrebbe fatto l’imprenditore che mi ha segnalato gli accadimenti, se non fosse che trattasi di una struttura lussuosa, centrale e priva di cartelli esterni che segnalino il divieto, in una tra le località più belle d’Italia, che dovrebbe essere culla dell’inclusione universale, bambini compresi”.

“Mi batterò – conclude Marziale – affinché queste eventuali disposizioni di legge vengano riviste ed a tal proposito provvedo a segnalare gli accadimenti all’Autorità Garante nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, perché sia motivo di trattazione alla prossima Conferenza nazionale di Garanzia”.

ROCCELLA I. (RC) – Migranti, assegnato porto a nave Rise Above

È Roccella Ionica il porto sicuro assegnato alla Rise Above. La nave dell’ong tedesca Mission Lifeline ieri aveva preso a bordo oltre 80 migranti da un barchino sovraccarico. “Più della metà sono minorenni e non accompagnati”, ha spiegato l’equipaggio. Per un uomo e una donna è stata necessaria l’evacuazione medica: una motovedetta della Guardia costiera li ha condotti ieri a Lampedusa.

 

 

 

 

 

FONTE ADNKRONOS

Sgominata organizzazione criminale operativa tra la Calabria e la Sicilia per traffico di sostanze stupefacenti

Messina – Eseguite 61 misure cautelari personali e sottoposti a sequestro beni mobili e immobili.

I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Messina, dalle prime ore odierne, stanno dando esecuzione ad una massiccia operazione di Polizia Giudiziaria nel settore del contrasto al traffico di sostanze stupefacenti.

Il provvedimento restrittivo, emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Messina, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, ha disposto la custodia cautelare personale nei confronti di 61 soggetti (48 dei quali in carcere, 6 agli arresti domiciliari e 7 con obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria), promotori e partecipi di una strutturata organizzazione criminale dedita, secondo l’impostazione accusatoria, alla gestione di un lucroso traffico di sostanze stupefacenti sull’asse tra la Calabria e la Sicilia.

I provvedimenti cautelari intervengono nella fase delle indagini preliminari e sono basati su imputazioni provvisorie, che dovranno comunque trovare riscontro in dibattimento e nei successivi gradi di giudizio, nel rispetto, pertanto, della presunzione di innocenza che l’art. 27 della Costituzione garantisce ai cittadini fino a sentenza definitiva.

Le indagini, condotte in maniera sinergica dalle Fiamme Gialle del Gruppo di Messina e dagli specialisti del Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata del Nucleo PEF di Messina, traggono origine da approfondimenti avviati su una delle principali piazze di spaccio del capoluogo peloritano, il quartiere di Giostra, già teatro di eventi criminali e noto per la significativa presenza di esponenti di spicco della locale criminalità organizzata, anche di matrice mafiosa.

In tale contesto, la Direzione Distrettuale Antimafia di Messina disponeva l’avvio di indagini tecniche (telefoniche, ambientali, telematiche con captatore informatico e di video ripresa) che, corroborate da serrate attività tipiche di polizia giudiziaria sul territorio, consentivano di disvelare l’esistenza e l’operatività di un’agguerrita associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico.

In aggiunta, ad ulteriormente corroborare il già convergente quadro indiziario raccolto, nel corso delle indagini interveniva l’apporto dichiarativo di un collaboratore di giustizia il quale, inizialmente partecipe dell’associazione, si dissociava dal contesto criminale di appartenenza, consentendo agli inquirenti una puntuale ricostruzione della fitta rete di relazioni e degli affari illeciti che costituiscono l’attività della associazione.

Le investigazioni hanno consentito dunque:

(a) di ricostruire come la complessa organizzazione criminale potesse vantare su stabili canali di approvvigionamento, indispensabili per garantire il  costante flusso di droga di varie tipologie, dalla cocaina, alla marijuana e all’hashish. In particolare:

1. un primo canale, molto più strutturato degli altri, anche per la documentata frequenza delle illecite consegne, riferibile a soggetti con base operativa a Reggio Calabria e nelle roccaforti ndranghetiste di San Luca e Melito Porto Salvo.

In particolare, circa la solidità dell’illecito business, oltre all’utilizzo di sistemi di comunicazione criptati, basti dire come, in piena pandemia, considerate le stringenti restrizioni sulla circolazione di mezzi e persone, i fornitori calabresi, al fine di eludere i controlli delle Forze di Polizia e poter beneficiare, nel contempo, di un canale di passaggio prioritario sullo Stretto, provvedessero alla consegna dello stupefacente a Messina utilizzando autoambulanze;

2. un secondo canale, parallelo al primo, riferibile a soggetti operanti a Catania, risultati attivi nel quartiere ad alta densità criminale di San Cristoforo del capoluogo etneo;

(b) di individuare una capillare rete di pusher e intermediari, responsabili della gestione operativa del narcotraffico: dalla consegna al dettaglio ai singoli clienti, sino alle forniture più significative.

La base operativa dell’associazione era collocata all’interno di un vicolo cieco del quartiere Giostra, così da poter costantemente monitorare qualsiasi tipo di accesso. Al medesimo fine, con l’obiettivo di tutelare l’illecito traffico, il gruppo investigato è risultato utilizzare, quale luogo di occultamento di armi e stupefacenti, una baracca abbandonata. In altri termini, un sodalizio criminale dinamico e strutturato, in grado persino di contrattare con organizzazioni calabresi l’acquisto di armi da guerra, come fucili mitragliatori del tipo Uzi, dotati di silenziatore.

Sul punto, è lo stesso Giudice di prime cure che, nella valutazione della sussistenza delle esigenze cautelari, sottolinea come il traffico di stupefacenti oggetto d’indagine sia caratterizzato da “tratti di inquietante sistematicità e pianificazione”, definendolo, senza alcuna iperbole, come di tipo “imprenditoriale”.

Sotto il profilo economico-finanziario, infine, si è documentata la disponibilità di beni mobili ed immobili in misura sproporzionata al reddito lecitamente dichiarato ed al tenore di vita sostenuto, da qui il disposto ed eseguito sequestro di unità immobiliari, autoveicoli e motoveicoli, per un valore complessivo stimato di circa 500.000,00 euro. Parimenti, è emerso come 17 soggetti, dei 61 arrestati, risultassero percettori/beneficiari di reddito di cittadinanza.

L’attività investigativa sfociata nell’odierna operazione di polizia si colloca nel più ampio quadro delle attività poste in essere dalla Guardia di Finanza volte alla repressione della produzione, traffico e dello spaccio di sostanze stupefacenti.

‘Ndrangheta, blitz della Polizia: arrestate 10 persone in provincia di Milano

I poliziotti della Squadra mobile di Milano hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di dieci persone ritenute responsabili dei reati associazione per delinquere di tipo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, tentata estorsione e omicidio, ricettazione, porto illegale di armi, furto aggravato, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, intestazione fittizia e coercizione elettorale, usura, tutti reati aggravati dalla contestazione della mafiosità.

Si tratta del frutto di un’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia milanese, che ha fatto luce sulla Locale di ‘Ndrangheta di Pioltello (Milano), governata dalle famiglie Maiolo-Manno, e sull’attività criminale di una persona legata ad una famiglia di Cosa nostra di Pietraperzia, in provincia di Enna, collegata al clan dei Rinzivillo.

Dall’attività investigativa e dalle numerose intercettazioni è emersa la struttura mafiosa molto diffusa nel tessuto sociale della zona e fortemente legata ai segni e simboli tipici della ‘Ndrangheta. In diverse occasioni infatti venivano sottolineate l’importanza dei legami di sangue, che assicurano un’affiliazione automatica, e l’esaltazione dei segni della ‘Ndrangheta, fondamentali per riconoscere l’appartenenza al gruppo criminale.

L’organizzazione aveva la capacità di gestire notevoli flussi di denaro provenienti dalle attività illecite, e proprio a questo servivano le reiterate intestazioni di aziende a prestanome documentate durante l’indagine; molto utilizzata anche la fatturazione di operazioni inesistenti o con cifre molto gonfiate, nonché le finte assunzioni di dipendenti. Tutte operazioni che andavano ad inquinare il tessuto economico sano del territorio, e che permettevano di conseguire guadagni illeciti nei settori della logistica e dei servizi funerari.

All’uomo appartenente alla famiglia mafiosa di Pietraperzia, sono stati contestati i reati di usura e intestazione fittizia, aggravati dalla mafiosità. Infatti gli investigatori della Mobile hanno documentato che era attivo nel campo dei prestiti ad usura, i cui frutti venivano reinvestiti nell’acquisto di beni mobili e immobili.

Alle operazioni di rintraccio e notifica delle ordinanze di custodia cautelare hanno collaborato i poliziotti del Reparto prevenzione crimine e le unità cinofile della questura di Milano.