REGGIO – Ripepi: Falcomatà non cambia mai, è ormai il padrone del vapore. Calpestati i cittadini di Archi, le loro firme e gli istituti di partecipazione.

Credevamo che dall’apocalisse che ha colpito la nostra città negli ultimi sette anni, si sarebbero potuti salvare almeno gli istituti di partecipazione popolare. Niente, Falcomatà ormai padrone indiscusso del vapore, non risparmia neanche la sincera raccolta firme del comitato di quartiere il Popolo di Archi, depositata regolarmente circa 500 giorni fa al Comune di Reggio Calabria. Sì, 500 giorni di palleggi, scambi alla Roger Federer, ma risposte niente. La città è ormai allo sbando e a farne le spese sono i cittadini e le persone più deboli. Le inadempienze di Falcomatà non solo disattendono gli istituti di partecipazione popolare, ma evidenziano anche la totale assenza della democrazia, il blocco amministrativo e la morte socio-economica della città, che arranca dietro i vuoti proclami di un primo cittadino, il quale continua a non avere la minima idea dei disagi di tutta la cittadinanza. Lo dimostrano i fatti, a partire dalla giusta protesta, che chiama in causa il comitato di quartiere Il Popolo di Archi, il quale si è rivolto alla Commissione Controllo e Garanzia, in quanto la Via Nazionale di Archi, Gallico e Catona vive da almeno un anno e mezzo una situazione insostenibile. La questione è legata alla miriade di multe per divieto di sosta, che i cittadini si sono visti recapitare, da parte della Polizia Municipale, che ha portato i cittadini e i commercianti ad una raccolta firme. Peraltro, il danno economico che il cambio di marcia ha generato nei confronti dei negozianti, rappresenta il carico da novanta, che arriva alla fine di un periodo di grande emergenza e di cui ha sofferto soprattutto l’economia locale. Per evitare di prendere multe infatti, i cittadini ormai evitano persino di sostare sulla strada imputata e così il commercio al dettaglio ne ha risentito pesantemente. Ora i cittadini, che avrebbero diritto ad essere ascoltati, per effetto del Regolamento degli istituti di partecipazione popolare, chiedono che si dia atto alla petizione popolare, fortemente voluta da tutte quelle persone residenti, e tra questi anche disabili e donne in maternità. Eppure Falcomatà, già nel lontano 2016 andava sbandierando l’opportunità creata dalla nuova introduzione degli istituti di partecipazione popolare, strumento mai visto in una città come Reggio Calabria, ma intanto in questi anni non si è visto una sola volta dare pieno ascolto alla voce dei reggini. Soprattutto nei quartieri periferici, la situazione è drammatica a tutti i livelli, ma il sindaco fa orecchie da mercante e continua a comportarsi come se fosse il padrone del vapore, manifestando la totale incompetenza nella gestione del territorio. Le periferie poi sono quelle più penalizzate, perché da sempre lontane dai centri di potere. Ora, il Comitato Archi cerca una via d’uscita dall’impasse in cui è stata gettata la zona di Archi, Gallico e Catona, rivolgendosi, nella persona del dott. Luciano Surace, rappresentante del Comitato, alla Commissione Controllo e Garanzia. Proprio qualche giorno fa, il dott. Surace ha esposto una relazione giuridica in commissione Controllo e Garanzia, per spiegare la vicenda e ricordare al sindaco Falcomatà, che le petizioni popolari sono atti giuridici e come tale vanno rispettati. Diversamente, i cittadini potranno rivolgersi all’autorità giudiziaria e il sindaco Falcomatà si ritroverà sul capo un’altra spada di Damocle, l’ennesima denuncia a suo carico per inottemperanza ai suoi doveri istituzionali. E’ giunto il tempo di mettere fine a questa pagliacciata travestita da amministrazione, che è uno schiaffo in pieno viso alla Città più bella e martoriata del mondo.

Massimo Ripepi

REGGIO – Nominati i nuovi componenti del Forum del Terzo Settore Metropolitano

In data odierna, si è tenuta l’assemblea del Forum del Terzo Settore Metropolitano, presso la struttura dell’associazione Nuova Solidarietà in Via Calcara, nella frazione di Salice.

L’iniziativa sorge per ragioni amministrative, a motivo del passaggio da Provincia a Città Metropolitana, la quale genera la necessità di un Forum Metropolitano, forte delle ampie conoscenze dei bisogni collettivi, volto alla pianificazione territoriale generale e all’organizzazione dei servizi pubblici comprendenti il nuovo comprensorio.

Per tale occasione, secondo il meccanismo democratico, sono stati nominati i nuovi membri del Forum:

  • Componenti:  Cartisano Alessandro, Veccia Rosa, Ciccone Cristina, Barresi Domenico, Scopelliti Rosa, Nucera Gaetano, Tripodi Giuseppe, Marino Antonio Maria Maurizio, Carrozza Giuseppe, Arena Annalisa e Nunnari Tonino. Gli ultimi due, ex portavoce dei propri forum territoriali, transitati adesso al coordinamento.
  • Portavoce: Neri Pasquale.
  •  Collegio Garanzia: D’Aguì Patrizia, Franco Maria, Zumbo Antonino.

In virtù delle deleghe sulle politiche sociali dalle Regioni ai Comuni, il Forum si pone l’obiettivo di esercitare maggiore incidenza.

 

 

REGGIO – Scarcerati gli imputati del processo sui brogli elettorali, tra esaltazione propagandistica e sdegno popolare

Scarcerati gli imputati del processo sui brogli elettorali. Per Antonino Castorina, è disposto il divieto di dimora presso il territorio comunale.

Il Tar ha bocciato il ricorso avanzato da Nuova Italia Unita, ritenendolo inammissibile, a causa delle tempistiche inadeguate e dalla competenza del settore giuridico, poiché “l’esistenza di indagini penali in corso – pur quando, come nel caso di specie, attengano a condotte rilevante gravità – non vale di per sé a dimostrare l’illegittimità dell’atto amministrativo”.

Sui social network, il Sindaco Falcomatà esterna il proprio gaudio, mediante un’esternazione che suona sciocca, in quanto proferita da un dottore in Giurisprudenza: il primo cittadino, infatti, esordisce con “ELEZIONI REGOLARI”, giocando sull’ambiguità retorica; il Tar, d’altro canto, menziona l’accertamento delle dinamiche irregolari nel processo elettorale. Eppure, egli insiste parlando di “caso chiuso”, nonostante il percorso penale sia ancora attivo, ed assume toni trionfalistici per una vittoria che esiste soltanto nella sua mente. 

L’equiparazione di una sentenza del Tar con la risoluzione di un procedimento penale, evoca un asperrimo sapore di presa in giro da parte di un amministratore totalmente incosciente, dedito – finora – ad impertinenti bassezze, tra omissioni, scaricabarile e quant’altro.

A cosa dobbiamo tanta euforia? Approccio propagandistico, oppure, anticipazione profetica – e sospetta – di un esito favorevole in sede penale?

Atteggiamenti per nulla consoni alla figura di primo cittadino, il quale ritiene, forse, che il potere conferito venga esercitato oltre il limite di una decenza precipitata verso il baratro sulfureo di una commedia stantia, prossima al ribaltamento tragico.

DC

 

 

Contrabbando di gasolio tra Napoli, Salerno e Reggio Calabria: sequestrati beni per 18 milioni di euro

Il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli, sotto il. coordinamento della Procura della Repubblica partenopea – 3^ Sezione. Criminalità Economica ed Informatica, ha eseguito, tra le province di Napoli, Salerno e Reggio Calabria, un provvedimento di sequestro preventivo finalizzato alla confisca, anche per equivalente, di beni del valore di oltre 18 milioni di euro, nei confronti di 4 società e relativi amministratori operanti nel settore del commercio e distribuzione di carburanti.

Sequestrati, in particolare, conti correnti, denaro contante, preziosi e gioielli,  autovetture ed immobili, pari all’I.V.A. evasa sulle fatture false contabilizzate e dichiarate al Fisco, nei confronti dei rappresentati legali di molteplici società, indagati per frode fiscale.

Il meccanismo fraudolento ricostruito dai finanzieri del 1° Nucleo Operativo  Metropolitano di Napoli consisteva nell’importare il prodotto energetico via mare dalla Spagna, da una società di capitali maltese, con basi decisionali a Napoli e Catania, e stoccarlo, in sospensione d’imposta, nei pressi di un. deposito costiero napoletano.

Da qui il carburante veniva ceduto solo cartolarmente, e quindi senz versare accisa ed I.V.A., ad un altro deposito fiscale situato in Calabria e fatto risultare venduto a società “cartiere”, prive di deposito o di qualunque struttura organizzativa, le quali acquistavano solo sulla carta il prodotto in
esenzione di I.V.A. per poi cederlo con l’emissione di fatture false a depositi commerciali campani.

Questi ultimi erano di fatto gli unici utilizzatori del carburante di contrabbando che non si era mai mosso da Napoli.

CALABRIA – Condannato a 3 anni e 6 mesi di carcere per corruzione elettorale l’ex consigliere regionale Antonio Rappoccio

L’ex consigliere Antonio Rappoccio, accusato di essere promotore di un’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione elettorale, è stato condannato in Appello a 3 anni e 6 mesi di carcere.

Confermata, dunque, la sentenza emanata da giudici di primo grado.

Rappoccio, secondo le indagini della Procura di Reggio Calabria, avrebbe ottenuto il seggio in Palazzo Campanella tramite voti irregolari conquistati con l’esercizio di promesse lavorative presso alcune cooperative, immolate al fine elettorale, e concorsi fittizi realizzabili solo nel caso in cui il suddetto fosse stato eletto. Addirittura, alcune persone avrebbero pagato la cifra di 20 euro per partecipare alla selezione delle risorse.

 

 

 

 

 

CATANZARO – ‘Ndrangheta, operazione “Itaca-Freeboat”: 3 milioni di euro confiscati da Guardia della Finanza a presunto affiliato

Beni per oltre 3 milioni di euro sono stati confiscati dalla Guardia di Finanza di Catanzaro ad Antonio Saraco, di Badolato, coinvolto nell’operazione “Itaca-Freeboat”, culminata nel 2013 con l’arresto di 25 soggetti, ritenuti affiliati alla cosca Gallace/Gallelli, operante nel Basso Ionio catanzarese. Il provvedimento, emesso dal Tribunale di Catanzaro su richiesta della Dda, ha confermato un precedente sequestro nei confronti di Saraco, risultato coinvolto in due episodi di estorsione nella vicenda relativa alla gestione del porto di Badolato, realizzata dalla Salteg, riconducibile a imprenditori modenesi, per i quali è già intervenuta sentenza di condanna in primo e in grado di appello.

Nell’ambito di quel procedimento, a seguito delle investigazioni svolte dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Catanzaro, dirette e coordinate dalla Dda, parte dei beni riconducibili a Saraco erano stati sottoposti a sequestro nel novembre del 2016, poi culminato nella confisca oggetto di sentenza di primo grado del Tribunale di Catanzaro, confermata in Appello. La vicenda processuale, in riferimento ad un successivo dissequestro è stata oggetto di procedimento a Salerno scaturito dall’operazione Genesi e conclusosi, in primo grado, con una condanna.
Le ulteriori investigazioni patrimoniali hanno avuto seguito con una ipotesi di intestazione fittizia di beni avente ad oggetto una società e il relativo complesso aziendale, tra cui un conto corrente bancario, oggetto di sequestro preventivo. Indagini che hanno consentito di ricostruire un complesso patrimoniale il cui valore è risultato sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati e all’attività economica svolta. Tra i beni confiscati ci sono il complesso alberghiero “Aquilia Resort” a Badolato (60 mila metri quadrati, albergo, due piscine, ristorante e campo sportivo), la società IT Consulting s.r.l.;una villa a Roma, società rmane tra le quali una che gestisce villaggio “Le Rosette Resort” a Parghelia, 8 magazzini, 3 locali commerciali, 28 appartamenti, 2 fabbricati, 16 terreni 2 autovetture, una moto, quote di due società con sede una a Cosenza e l’altra a Catanzaro e diversi rapporti bancari e finanziari. (ANSA).

MESSINA – Controlli dei Carabinieri Nas su ambulanze: 160 mezzi non conformi

Il carabinieri dei Nas, d’intesa con il ministero della Salute, al termine di controlli su 1.297 ambulanze impiegate in servizi di emergenza, hanno individuando 160 mezzi non conformi e contestate 52 violazioni penali e 113 amministrative.
In particolare 29 violazioni sono riconducibili alla mancata adozione dei sistemi di prevenzione incendi e di revisione degli estintori, mentre ulteriori 20 riguardano la detenzione di farmaci, bombole di ossigeno e dispositivi medici scaduti.
Nel corso dei controlli sono state sequestrate 154 confezioni di farmaci, tra antidolorifici e anestetici, e 38 bombole di ossigeno medicinale tutti scaduti di validità; medesima motivazione ha determinato il vincolo di 464 dispositivi medici (ago-cannule, maschere per anestesia e per ossigeno, sondini e deflussori), altrettanto importanti per un immediato primo soccorso o trattamento sul mezzo di pazienti bisognosi.
Tra gli episodi più eclatanti, sono state rilevate dai Carabinieri dei Nas tecniche elusive per evitare il controllo delle ambulanze irregolarmente adibite al trasporto di infermi e ventilatori polmonari collegatori a bombole contenenti ossigeno medicinale con data di scadenza superata addirittura dal luglio 2018. Inoltre gli accertamenti hanno evidenziato personale infermieristico e di ausilio, impiegati a bordo di ambulanze di emergenza-urgenza, privi di abilitazione e di corsi basici di primo intervento, in altri casi invece ancora non sottoposto alla vaccinazione anti-Covid. Proprio a causa di gravi carenze igienico-gestionali e di impiego di mezzi non idonei alle attività sanitarie, sono stati eseguiti provvedimenti di sospensione dell’attività con divieto d’uso di 9 ambulanze appartenenti ad aziende private operanti nel settore, per un valore di 500mila euro.

Per quanto riguarda in particolare la Sicilia, all’Ospedale civile di Caltagirone sono state sequestrate 3 ambulanze di associazioni private che operavano in condizioni di degrado, in assenza di autorizzazione sanitaria ed equipaggiati con estintori antincendio scaduti di validità. Inoltre, al fine di eludere possibili controlli, alcuni operatori di bordo lasciavano gli automezzi in sosta in luoghi distanti dall’ospedale, presenziando a piedi l’attività di “reclutamento” di utenti. Analoghi sopralluoghi del NAS svolti nelle aree antistanti gli ospedali “Cannizzaro” di Catania e “Papardo” di Messina hanno determinato il sequestro di ulteriori due mezzi, sempre di associazioni private, entrambe risultate prive di autorizzazione sanitaria e dei requisiti, sebbene avessero appena concluso il trasporto di pazienti presso i presidi sanitari.
Il Nas di Ragusa, nell’ambito dei controlli presso il 118 di Floridia (Siracusa), ha scoperto che un autista ed una infermiera, impegnati in servizio con l’ambulanza non erano stati sottoposti alla vaccinazione per il Covid-19. A Palermo sono state sequestrate 2 albulanze riconducibili ad altrettante associazioni di soccorso sanitario, poiché utilizzate in assenza di autorizzazione. A bordo di uno dei due veicoli, inoltre, erano presenti estintori non revisionati. Il valore degli automezzi in sequestro ammonta a complessivi 180mila euro. Inoltre, presso un’associazione di soccorso ad Alcamo (Trapani), sono state sequestrate 9 bombole di ossigeno medicinale scadute di validità rinvenute a bordo di 3 diverse ambulanze.

Beni confiscati, ultimatum del centrodestra: Falcomatà non è trasparente, fuori le carpette o chiederemo commissariamento

Sono perentori i toni del centrodestra nel delineare la vicenda che potrebbe abbattersi, sul sindaco Falcomatà, come un nuovo caso Miramare.

A sollevare la questione, è nuovamente il consigliere comunale e presidente della Commissione Controllo e Vigilanza, Massimo Ripepi, il quale sfogliando allibito le liste di assegnazione dei beni confiscati, constata l’assenza di monitoraggio. “Non si sa a chi siano stati assegnati i beni e perché, – dichiara – e questo in un contesto dove la lotta alla ‘ndrangheta dovrebbe essere prioritario, soprattutto in seguito a certi manifesti elettorali”.

Il pericolo, incombente dati i controlli “praticamente inesistenti”, se non quelli formali stilati da una lista sommaria della consigliera Nancy Iachino, sarebbe la riappropriazione degli immobili sequestrati – da parte degli stessi ‘ndranghetisti. 

” Innanzitutto il numero autentico delle operazioni di confisca sarebbe introvabile;  sarebbero contate presumibilmente intorno alle trecento unità, rispetto alle quali – mostra carte alla mano Ripepi – solo una parte, 111, sono stati assegnate. Di queste, al vaglio di Ripepi presso il Settore Servizi Sociali non è stato ottenuto riscontro. La risposta, parziale, arriva dal Settore Patrimonio, che stila un elenco di sole 22 strutture sottoposte al doveroso monitoraggio antimafia. Peraltro, lo stesso Settore Patrimonio del Comune declina la propria responsabilità a proposito del monitoraggio, che gli spetta d’ufficio.”

Rispetto a quanto pronunciato, non si può fare a meno di notare un’altra ombra sull’accaduto, ovvero, la condizione di abbandono delle strutture sequestrate. Infatti, se quanto sottratto alle mafie non viene ridistribuito alla collettività, l’impatto civico percepito è nullo, per non dire che si tratti di un autogol sul fronte della giustizia, di cui lo Stato si fa promotore, spesso, a caro prezzo.

Si aggiungono, ad infiammare gli animi, le pompose manifestazioni di autoencomio da parte di Giuseppe Marino, che si attribuisce la perfetta gestione del settore. “Un modello” dice l’assessore del PD – oltre il danno, la beffa.

A ribadirlo, in un coro dai toni non sempre composti (Minicuci si appella a “Pinocchio-Falcomatà”) è il gruppo di minoranza composto oltre che da Ripepi, da Minicuci, Milia, Caridi, Maiolino, De Biasi, Anghelone, Malaspina, Rulli.

Il desolante scenario, quantomeno di irresponsabilità (ad essere garantisti), sarebbe la copia di quanto avvenuto di recente, anche riguardo ai presunti brogli elettorali, in relazione ai quali, il responsabile Antonino Castorina avrebbe negato di aver nominato i presidenti di seggio alle famigerate comunali, affermando che, al proprio posto, fossero delegati altri soggetti. Esternazione incalzata da un Minicuci a muso duro, tramite l’epiteto di “ignorante funzionale” nei confronti di Castorina “che, invece, – afferma il consigliere di opposizione – era l’unico candidato possibile, salvo deleghe indirizzabili soltanto ad un assessore anziano, oppure, ad un incaricato.”

Riprendendo la questione dei beni confiscati, è imprescindibile rammentare lo “scippo” dell’agenzia su cui era stata intrapresa una battaglia, nella quale la maggioranza ridusse il tutto ad una formalità, vaneggiando sulle prassi della procedura. Stando ai fatti, non era così. “A meno che non saltino fuori le carpette contenenti i dati trasparenti”. Finora, le richieste in tal senso sono state ignorate e nessuna dichiarazione è stata fornita. Che le dita del sindaco siano impegnate altrove, a consultare altre carte, processuali, dov’è imputato; si veda il già citato caso Miramare. Potrebbe valere come attenuante nei ritardi?

Ma, qualora si mantenesse il silenzio, i consiglieri di minoranza hanno promesso di far valere le ragioni della città alla Procura chiedendo il commissariamento per la manifesta incapacità di gestione degli immobili.

“Importante – sottolinea Federico Milia – ricalcare l’importanza di simboli correlati alla confisca di beni. Mentre Falcomatà si collega a contesti esclusivi di propaganda, in occasione, ad esempio, della preparazione dei Murales, con sollecitudine non usufruita in merito alle reali emergenze della città.”

Anche Nicola Malaspina di “Reggio Attiva” evidenzia come la gestione di questi beni necessiti del poker virtuoso di: economicità, efficienza, imparzialità e trasparenza. D’altro canto – viene osservato, paradossalmente – l’unica chiarezza, al momento, è la mancanza di trasparenza .

Ripepi e i Consiglieri di opposizione: Beni confiscati alla ‘ndrangheta abbandonati a sé stessi. Falcomatà non effettua i controlli da sei anni. Pericolo infiltrazioni, chiesto al Prefetto il Commissariamento del Settore

Schierati al gran completo i Consiglieri di opposizione, Minicuci, Milia, Caridi, Maiolino, De Biasi, Anghelone, Malaspina, Rulli, accanto al Presidente della Commissione Controllo e Garanzia del Comune Massimo Ripepi per denunciare una situazione gravissima: i beni confiscati alla ‘ndrangheta risultano fuori controllo e negli ultimi sei anni, ovvero da quando è in carica l’amministrazione Falcomatà, non si è proceduto mai a nessuna ispezione. Non esistono neanche le carpette con la documentazione dell’assegnazione dei beni assegnati e, addirittura, non si conosce neanche il numero reale dei beni. Per questo Ripepi e i Consiglieri di minoranza hanno chiesto l’urgente intervento degli organi competenti per l’immediato commissariamento del Settore gestione beni confiscati del Comune di Reggio Calabria. Solo in seguito alle continue richieste di chiarimento della Commissione Controllo e Garanzia del Comune, presieduta da Massimo Ripepi, si è appreso che nessuno conosce il numero dei beni confiscati assegnati e nessun monitoraggio e controllo è stato effettuato negli ultimi sei anni, anzi gli attuali due Assessori dei Servizi Sociali e del Patrimonio, con relativi Dirigenti, non hanno ben chiaro di chi sia la competenza ad effettuare gli adempimenti prescritti per legge. Si tratta di un fatto gravissimo, per il quale urge una denuncia pubblica sul comportamento incompetente, inadeguato e a dir poco vergognoso del Sindaco e degli organi deputati alla gestione di tali atti amministrativi. Al danno gravissimo, la beffa delle giustificazioni incredibili e mirabolanti degli amici del Sindaco che difendono l’indifendibile senza rossore e vergogna. Proprio ieri in Commissione Controllo e Garanzia, dinanzi a questo scenario apocalittico di incuria e sciatteria politico-amministrativa, il consigliere di maggioranza Giuseppe Marino, capogruppo PD, si vantava sostenendo che Reggio Calabria rappresenta un fiore all’occhiello nazionale nella gestione dei beni confiscati e un modello da imitare per le altre città italiane. Ci chiediamo su quali basi si possano fare tali affermazioni, quando non siamo riusciti a trovare nemmeno le carpette delle pratiche riguardanti i singoli beni confiscati. Dov’è la trasparenza? Ma soprattutto dov’è la cultura della legalità? In una città ad altissimo tasso mafioso, dove è facile che le infiltrazioni criminose facciano velocemente il loro corso, il Comune non si preoccupa di fare le dovute ispezioni come raccomanda la normativa del “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la rigenerazione dei beni comuni urbani”. Tale prescrizione prevede, che almeno una volta all’anno l’ente preposto, ovvero il Comune, faccia un monitoraggio della situazione e controlli il rispetto di tutti i requisiti previsti dalla suddetta normativa, da parte dei concessionari di tali beni. Il responsabile del procedimento in questione si deve anche avvalere della Polizia Municipale per fare tutti gli accertamenti del caso. Ebbene, ad oggi il Comune di Reggio non ha effettuato nemmeno una verifica, ma al tempo stesso non si è nemmeno preoccupato di comunicare alla Prefettura eventuali difficoltà ad ottemperare al suo dovere istituzionale. E’ mai possibile, che si debba accettare una tale negligenza e poi addirittura sentire un consigliere di maggioranza propagandare il grande lavoro dell’amministrazione, quando quest’ultima si comporta in maniera contraria a quanto dice? Lo provano i fatti, che il Presidente Ripepi ha deciso di comunicare nel dettaglio con una lettera al Prefetto, al Ministro degli Interni, al Direttore dell’Agenzia Nazionale dei beni Confiscati, al Procuratore Nazionale Antimafia ed antiterrorismo ed al Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, attraverso una lettera in cui sono narrate le peripezie della Commissione Controllo e Garanzia, che in questi mesi ha tentato con ogni mezzo lecito di ottenere sia dal Settore Patrimonio e ERP sia dal Settore Servizi sociali i documenti relativi all’attività di monitoraggio e controllo dei beni confiscati. Per tutta risposta, la Commissione ha ricevuto solo l’elenco parziale dei beni, ma né i verbali del monitoraggio né i provvedimenti di revoca sono pervenuti alla Commissione. E’ altresì chiamato in causa l’assessore Delfino e il dirigente dei Servizi sociali Barreca, ma anche in questo caso l’unica risposta è stata una giustificazione di assenza e per ultimo la promessa di avviare i procedimenti relativi al controllo. A questo punto, urge nell’immediatezza, rispetto a questi fatti che violano la legge e la fiducia accordata dai cittadini al Comune, l’intervento dell’ufficio territoriale del Governo. Oggi più che mai, corre l’obbligo della Commissione di andare avanti con il lavoro di accertamento dell’attività amministrativa, perché ormai è sotto gli occhi di tutti che Falcomatà non è in grado di sostenere il suo ruolo politico e amministrativo, generando un danno enorme per l’intera comunità reggina e, in questo specifico caso, un gravissimo pericolo di ulteriore penetrazione mafiosa nel tessuto socio-economico della città già così provata da anni di incuria e connivenze. I reggini hanno bisogno di amministratori competenti, di uomini e donne in grado di salvaguardare e riqualificare questo difficile territorio e di far tesoro degli errori del passato, spargendo semi di fiducia e prospettive di futuro in una regione che da sempre sopravvive ai soprusi della ‘ndrangheta. Ripepi ribadisce il dovere, a tutti i costi, di tutelare il nostro territorio e di promuovere una politica sana, capace e propositiva. Dello stesso avviso sono stati i Consiglieri intervenuti Minicuci, Milia, Malaspina che hanno ribadito con forza la gravità di quanto avvenuto nella gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata da parte di una amministrazione che continua a sventolare ipocritamente la bandiera della legalità e della trasparenza

Operazione “Ironside”, centinaia di arresti in diverse parti del mondo grazie ad app installata su dispositivi dei criminali

Centinaia di persone sono state arrestate in diverse parti del mondo in una massiccia operazione contro la criminalità organizzata, grazie all’infiltrazione della polizia in un’app utilizzata per scambiare messaggi in codice tra criminali. Lo ha reso noto oggi la polizia federale australiana.
L’operazione è stata eseguita in diversi paesi di Europa, Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda ed è riuscita a decodificare in tempo reale e per tre anni migliaia di comunicazioni crittografate all’interno di reti criminali di ogni tipo. La polizia neozelandese dal canto suo ha descritto l’operazione come “la più sofisticata al mondo contro la criminalità organizzata che sia stata condotta fino a oggi dalla polizia”. Questa massiccia intercettazione di messaggi è stata resa possibile da un’applicazione chiamata ‘ANoM’, che i criminali di tutto il mondo usavano per comunicare in modo criptato ma che in realtà era controllata dall’Fbi. Questi messaggi riguardavano in particolare progetti di assassinio e traffico di droga e armi, ha affermato la polizia australiana che ha arrestato 224 persone. E altre “centinaia di persone sono state arrestate” fuori dall’Australia, ha aggiunto.
L’applicazione ANoM era stata installata sui telefoni cellulari che, privi di ogni altra funzionalità, venivano scambiati al mercato nero. Un telefono di questo tipo può comunicare solo con un altro telefono contenente l’applicazione.
“I dispositivi sono circolati e la loro popolarità è cresciuta tra i criminali, che avevano fiducia nella legittimità dell’applicazione perché le principali figure della criminalità organizzata ne garantivano l’integrità”, ha aggiunto. “Questi influencer criminali hanno messo la polizia federale australiana nelle tasche di centinaia di sospetti trasgressori”, ha dichiarato il capo della polizia australiana Reece Kershaw nella dichiarazione. “Fondamentalmente, si sono ammanettati l’un l’altro abbracciando e fidandosi di ANoM e comunicando apertamente con esso, non sapendo che li stavamo ascoltando tutto il tempo”, ha aggiunto. L’operazione è stata denominata in codice ‘Ironside’ in Australia e ‘Trojan Shield’ in tutto il mondo.