REGGIO – Operazione “Tutto il mondo è paese”, 3 arresti per corruzione internazionale

A conclusione di complesse ed articolate indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Locri, personale della Polizia di Stato del Commissariato di Pubblica Sicurezza di Bovalino e della Squadra Mobile di Reggio Calabria, con l’ausilio delle Squadre Mobili di Roma e Forlì-Cesena, nell’ambito di un’operazione denominata “Tutto il mondo è paese”, ha eseguito l’Ordinanza di applicazione di misura cautelare in carcere, emessa dal GIP presso il Tribunale di Locri in data 25 maggio 2021 nei confronti di S.C. cl. 61, D.M. cl. 49 e P.G. cl. 47, ritenuti responsabili di corruzione internazionale e di Trasferimento fraudolento di valori.

Le indagini venivano avviate nel corso del 2020 dal Commissariato di Bovalino con il Coordinamento della Squadra Mobile di Reggio Calabria e per i profili internazionali dal Servizio Centrale Operativo della Direzione Centrale Anticrimine e dal Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia, sotto le direttive della Procura della Repubblica di Locri, anche con il ricorso a operazioni di intercettazione ed evidenziavano pregnanti elementi di reità in ordine ad accordi corruttivi con funzionari della Repubblica della Costa D’Avorio da parte degli indagati.

Si accertava, infatti, che gli indagati avevano costituito nel corso del 2017 due società di diritto ivoriano, rispettivamente una per il commercio e l’estrazione di prodotti minerari e petroliferi e l’altra  di import-export (utilizzata per finanziare la prima), in cui il socio occulto era S.C.. Tramite la prima società gli indagati avanzavano al competente ufficio ivoriano una richiesta di autorizzazione per la ricerca e l’estrazione semi-industriale di oro su dei terreni che ricadevano in un Parco Nazionale e che, per tale motivo, non poteva essere rilasciato il necessario parere favorevole. Per ottenerlo gli indagati ponevano in essere un’illecita attività corruttiva.

L’attività investigativa consentiva, infatti, di accertare che, per il rilascio delle autorizzazioni previste dalla normativa vigente nella Repubblica Ivoriana, gli indagati, in tempi diversi e con il concorso di altri soggetti Ivoriani, corrompevano prima il Direttore Regionale delle Miniere e della Geologia di Yamoussoukro e successivamente il competente Direttore dell’Ufficio Ivoriano dei Parchi e delle Riserve di Yamoussoukro mediante la corresponsione di tangenti, rispettivamente, di sette milioni di Franchi CFA (pari a circa € 10.600,00) e di un milione di Franchi CFA (pari a circa € 1.500,00).

Dall’attività di indagine emergevano, altresì, gravi indizi in ordine alla integrazione del reato di trasferimento fraudolento di valori, avendo riscontrato che le due società ivoriane a fronte della formale intestazione, avevano quale socio occulto e amministratore al pari degli altri soci italiani (odierni indagati) S.C., soggetto contiguo alla cosca di Ndrangheta dei Marando di Platì (RC), già sottoposto alla misura di prevenzione personale della Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza e di confisca di prevenzione di numerosi beni.

MESSINA – Operazione “Rav 4”, 9 arresti per riciclaggio di vetture di lusso

Questa mattina la Polizia Stradale di Messina, coadiuvata dal personale delle Sezioni di Catania, Siracusa, Ragusa ed Enna, ha dato esecuzione ad una ordinanza cautelare emessa dal Gip di Patti, dott. Ugo MOLINA, che ha applicato nei confronti di quattro persone la misura della custodia cautelare in carcere e nei confronti di altre cinque la misura degli arresti domiciliari.

I soggetti di cui sopra, alcuni dei quali di origine straniera (rumena, bielorussa e russa) ma da tempo residenti in Italia, in particolare nei comuni di Gioiosa Marea e Patti, sono stati ritenuti dal Gip gravemente indiziati dei reati ex artt. 416 c.p. (associazione a delinquere), 477, 482 c.p. (falsità in documenti) e 648 bis c.p. (riciclaggio, in particolare di autovetture).

Nel corso dell’indagine – denominata “Rav 4” – condotta dal Sostituto Procuratore della Repubblica di Patti Giorgia ORLANDO e coordinata dal Procuratore Angelo Vittorio CAVALLO, la Polizia Stradale di Messina ha accertato l’esistenza di un articolato sodalizio criminale operante fino a maggio 2020, dedito al riciclaggio di autovetture di lusso marca TOYOTA (in specie modelli RAV 4 e LEXUS), provento di furto in quanto rubate all’estero (o comunque di altra provenienza illecita).

Tale sodalizio, in particolare, provvedeva al reperimento materiale dei mezzi, alla contraffazione dei numeri identificativi del telaio/motore, alla loro introduzione nel territorio nazionale ed alla successiva immatricolazione presso la Motorizzazione Civile di Messina mediante falsificazione della relativa documentazione di accompagnamento (libretto di circolazione, schede tecniche, titoli di acquisto). In tal modo i veicoli venivano nazionalizzati e “legalizzati”, per essere poi immessi nel mercato parallelo dell’usato, con la realizzazione di ingenti guadagni.

Il Gip ha evidenziato l’esistenza di “… un sofisticatissimo meccanismo delinquenziale che si estrinsecava in diverse fasi, ideate ed eseguite con precisione chirurgica e con elevatissima professionalità …”. Nel dettaglio, il programma criminoso ed il modus operandi si estrinsecava nelle seguenti fasi operative.

Venivano dapprima formati e utilizzati documenti falsi (falsa carta di circolazione, falsi contratti di acquisto, false schede tecniche dei veicoli) per potere immatricolare in Italia un’autovettura estera, apparentemente di provenienza lecita.

La nazionalizzazione, mediante falsa documentazione, poteva avvenire anche prima della commissione del furto stesso. In questo caso l’immatricolazione aveva ad oggetto una autovettura di fatto non ancora esistente (ciò è reso possibile anche per la mancanza della c.d. “visita e prova” del veicolo da parte della Motorizzazione). La nazionalizzazione, in questi casi, diveniva prodromica al successivo furto e serviva a “preparare” la nuova identità da assegnarsi alla autovettura, una volta materialmente rubata.

L’immatricolazione veniva effettuata in Italia utilizzando un codice V.I.N. (Vehicle Idetification Number) di altra autovettura possibilmente ancora circolante in territorio estero, della stessa marca e dello stesso modello di quella che era stata rubata o che sarebbe stata rubata in futuro.

Nel caso in cui gli indagati non avessero avuto ancora la disponibilità materiale dell’auto, veniva, quindi, creata ad hoc l’identità documentale di una autovettura Toyota “fantasma” (materialmente inesistente al momento della immatricolazione), con l’acquisizione di targa e libretto di circolazione italiani.

Prima o dopo la illegale immatricolazione, veniva eseguito, di solito in uno stato estero e con precisione chirurgica, il furto di altra autovettura Toyota della stessa marca e modello di quella immatricolata attraverso la falsa documentazione (modelli Rav 4 o Lexus).

Una volta acquisita la materiale disponibilità del veicolo, iniziava la fase della vera e propria “clonazione” dell’autovettura rubata, tramite la punzonatura, con tecniche sofisticate, del numero di telaio, in modo da farlo coincidere con quello del veicolo immatricolato in Italia attraverso la falsa documentazione.

Conclusa l’operazione di “maquillage”, il veicolo rubato, con la sua nuova identità, veniva immesso sul mercato parallelo dell’usato, così ottenendo ingenti guadagni illeciti provenienti dalla vendita.

Nel corso delle indagini sono state sequestrate cinque autovetture (n. 2 Toyota Rav 4 e n. 3 Toyota Lexus).

Gli accertamenti bancari e le indagini finanziarie avviate nei confronti degli indagati, per verificare l’eventuale sproporzione tra il reddito dichiarato e i rapporti attivi in essere con gli istituti di credito e simili, hanno dimostrato l’esistenza di una movimentazione bancaria assolutamente incompatibile con le condizioni reddituali dichiarate. Ciò ha evidenziato, ancora una volta, la provenienza delittuosa dei proventi con i quali gli indagati mostravano di vivere.

La Polizia Stradale di Messina, inoltre, così come disposto dal Gip, ha proceduto al sequestro preventivo ex art. 321 II comma cpp e 12 sexies Legge 356/1992 di nove autovetture Rav 4 e Lexus intestate agli indagati, sul presupposto che alcuni di essi avevano dichiarato redditi bassissimi, pur risultando intestatari di autovetture Toyota di alta gamma, il cui costo di acquisto e, soprattutto, di gestione, appariva all’evidenza sproporzionato rispetto al reddito dichiarato e alle attività svolte.

REGGIO – Ripepi a Falcomatà: “Che fine hanno fatto i 5,5 milioni di euro destinati alla manutenzione ed all’acquisto di alloggi popolari?”

Che fine hanno fatto i soldi delle entrate dell’ERP? Quale strada hanno preso gli oltre 5 milioni di euro, frutto di canoni e profitti delle vendite, entrati nelle casse dell’ERP e dei quali non si sa nulla? Anche perché i soldi in questione, accantonati negli ultimi sette anni, dovevano servire per la manutenzione degli alloggi popolari; eppure, le urgenze dei quartieri a sud e a nord della città sono tantissime e sempre più emergenziali, ma di interventi per sanare l’edilizia popolare e le infrastrutture attorno, non se ne vedono. Acquisto di nuovi alloggi, manutenzione straordinaria, pratiche amministrative e in sostanza applicazione di diritti fondamentali, come quello ad un alloggio integro e pulito in aree altrettanto sane e bonificate, sono solo alcune delle richieste fatte dall’Osservatorio sul disagio abitativo. Ma è proprio dall’esame emergenziale, sostenuto dalle impellenti segnalazioni dei cittadini, che chiedono solo di vivere degnamente, che ci sorge in modo spontaneo la domanda. Questi 5 milioni mancano all’appello: per quale motivo? E allora vorremmo sapere dal sindaco Falcomatà, che è il gestore del denaro pubblico, in che modo questi soldi sono stati impiegati per migliorie o interventi eccezionali, altrimenti non si spiega il fatto, per cui i quartieri popolari e in generale le periferie, stiano cadendo a pezzi e con essi l’esistenza di tantissime famiglie, ancora oggi con le fogne a cielo aperto sotto le finestre. E’ cura del territorio questa? Alla luce delle tante anomalie e delle numerose richieste di aiuto, farò una interrogazione in Consiglio comunale, perché il primo cittadino declini, con documenti alla mano, le voci di spesa che possono ricondursi ad azioni a favore della cittadinanza più svantaggiata, a partire dalle case popolari. Sorgono medesimi dubbi sugli 11 milioni del Decreto Reggio, i quali da tempo immemore attendono di essere utilizzati per l’acquisto di nuovi alloggi; ma l’unica risposta che ci viene data dall’assessore Albanese è quella di una ulteriore attesa, come se le famiglie che non hanno un tetto sulla testa, se non alloggi di fortuna, abbiano ancora tempo da perdere. E’ sempre colpa del Ministero per le Infrastrutture e delle lungaggini burocratiche; il fatto vero è che non c’è un serio interesse ed impegno da parte dell’amministrazione, la quale invece almeno dovrebbe farsi un serio esame di coscienza e spiegare in che modo ha agito, perché la questione non cadesse nel dimenticatoio. Se davvero ci fosse anche solo l’idea di un progetto inclusivo, oggi non ci ritroveremmo con situazioni gravissime, laddove dovrebbe regnare la pulizia, l’ordine, il funzionamento dei servizi essenziali. Che fine ha fatto l’adeguamento del regolamento comunale per le emergenze abitative? E la normativa sui cambi d’alloggio? Una lunga lista di interrogativi, getta ombra sull’operato dell’amministrazione Falcomatà, che già tante volte si è messa in evidenza per il suo agire improvvisato e lento. Attendiamo fiduciosi, ma intanto da questa parte vogliamo riscontri seri e concreti, perché queste famiglie hanno diritto ad una vita normale e adeguata, perché i reggini tutti si meritano delle risposte puntuali e trasparenti.

REGGIO-Cattura Morabito, il plauso di Falcomatà: “Lo Stato sferra un duro colpo alle mafie a pochi giorni dall’anniversario di Capaci”

Il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, in una nota stampa, esprime il proprio plauso ai Carabinieri del Ros ed ai magistrati per la cattura di Rocco Morabito, esponente di spicco della cosca Morabito-Bruzzaniti-Palamara di Africo Nuovo arrestato in Brasile.
“Un grande lavoro di intelligence – ha detto il sindaco di Reggio Calabria – brillantemente coordinato dalla Procura reggina diretta dal Procuratore Giovanni Bombardieri ha consentito di acciuffare un pericoloso latitante, al numero due tra i 100 più ricercati, secondo solo a Matteo Messina Denaro. Lo Stato, a pochi giorni dall’anniversario dalla strage di Capaci, ha assestato un nuovo e duro colpo alle mafie”.
“La ‘ndrangheta, come l’odierna operazione dimostra – ha continuato – è ormai un cancro planetario che fa del narcotraffico uno dei suoi principali business. In Brasile, dopo la fuga dal carcere di Montevideo, Rocco Morabito pensava di poter sfuggire dalle maglie della giustizia, ma evidentemente non aveva fatto bene i suoi conti”.

“Congratulazioni, quindi – ha proseguito l’inquilino di Palazzo San Giorgio – agli uomini che hanno lavorato in sinergia con le autorità brasiliane e che non hanno mai smesso di credere in un’attività che punta a spezzare i gangli della prepotenza e dell’economia mafiosa. È a loro che, ogni giorno, dobbiamo rinnovare la nostra gratitudine”.
“La mafia, come diceva Giovanni Falcone – ha concluso il sindaco Falcomatà – è un fenomeno umano e, come tale, ha un inizio ed avrà necessariamente anche una fine. Tutti insieme, ognuno per la sua parte e con le responsabilità del proprio ruolo, possiamo sconfiggerla”.

‘Ndrangheta, arrestati in Brasile i boss Rocco Morabito e Pasquino Vincenzo

Nel corso della serata il Ros unitamente al personale del gruppo carabinieri di Locri (Rc), dei comandi provinciali carabinieri di Reggio Calabria e Torino, del servizio centrale di cooperazione di polizia – progetto Ican, della polizia federale brasiliana, hanno rintracciato in Joao Pessoa (Brasile) i narcotrafficanti Rocco Morabito di Africo (Rc) e Pasquino Vincenzo, torinese, rispettivamente inseriti negli elenchi dei latitanti di massima pericolosità facenti parte del “programma speciale di ricerca” e dei latitanti pericolosi stilate dal ministero dell’interno. L’attività svolta in sinergia tra i reparti dell’arma e il collaterale brasiliano, con il supporto dell’Fbi e della dea statunitense è stata coordinata dalle procure distrettuali di Reggio Calabria e di Torino con l’ausilio della direzione generale affari internazionali e cooperazione giudiziaria del ministero della giustizia italiano e del dipartimento di giustizia statunitense. Rilevante è stato il contributo informativo delle autorità uruguaiane. Morabito era infatti evaso dal carcere di Montevideo nel 2019 nel quale era ristretto dal 2017, quando fu arrestato dai carabinieri e dalla polizia uruguaiana a punta dell’Este. I dettagli dell’operazione saranno resi noti domani 25 maggio 2021 nel corso di conferenza stampa.

REGGIO – Waterfront, il feudo dell’ipocrisia

All’inaugurazione del Waterfront di Reggio Calabria, il Sindaco Giuseppe Falcomatà invoca il pluralismo delle forze politiche e l’universalità del progetto con lo scopo di minimizzare il dibattito sulla paternità dell’opera e il repentino adeguamento dell’attuale amministrazione sulla validità strategica della struttura.

L’opposizione – salvo eccezioni puntualmente stigmatizzate – si limita a striscioni che rubano più tempo agli autori, per la loro preparazione, che al primo cittadino, il cui sonno rimarrà intatto.

Quest’ultimo prosegue indisturbato nel suo compito di ridimensionamento della città, ridotta ad una cartolina per turisti in cerca di una vacanza a basso costo e per i cittadini i quali, vinti inconsciamente dalla rassegnazione, patiscono i soliti magheggi da colletti bianchi.

Il Waterfront, infatti, realizzato intorno ad un lido comunale insozzato da indicibili condizioni igienico-sanitarie, è emblema di una classe dirigente disinteressata alla realtà, frettolosa nell’ottenere approvazione e politicamente miope. Per non dire peggio.

Spesso si è sottolineato il divario di trattamento tra centro storico e periferie. Ebbene, persino all’interno del primo troviamo zone inesplorabili per lo stato di incuria e degrado contestualizzabili ad una nazione del terzo mondo. Una perversa spirale che si traduce, tristemente, nella dinamica dell’usa e getta, relativa alle necessità elettorali e, in generale, a discrezioni personali.

Reggio Calabria necessita di interventi ripristinatori dettati da una conoscenza autorevole e professionale, non di acrobazie retoriche proprie di imbonitori televisivi o sermoni motivazionali utili soltanto ad ammansire la popolazione frustrata. Il Sindaco tratta la città alla stregua di un corpo che non entra in doccia da mesi, ma persiste con il deodorante.

 

 

 

 

 

 

 

 

La strage di Capaci, 29 anni dopo, nel ricordo degli innocenti

Oggi ricorrono i 29 anni dall’attentato, perpetrato da “Cosa nostra”, in cui il giudice Giovanni Falcone perse la vita.

La vicenda ha avuto luogo il 23 maggio del 1992 nei pressi di Capaci (PA), nell’autostrada A29. La strada venne fatta esplodere con oltre 500kg di tritolo, andando in questo modo ad uccidere, oltre al giudice Falcone, Francesca Morvillo (moglie del giudice Falcone) e tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

La “decisione” dell’attentato venne presa in seguito ad una serie di incontri avvenuti tra gli esponenti più importanti di Cosa Nostra, tra i cui “partecipanti” troviamo anche Salvatore Riina e Matteo Messina Denaro (tutt’ora latitante).

L’attentato  – secondo alcune indagini –  è stato ordito come rappresaglia, a seguito delle condanne emesse alla fine del Maxiprocesso a Cosa Nostra, conclusosi soltanto qualche mese prima.

In seguito alla strage, nel 1995, venne indetto il processo “Capaci uno” ed in seguito, nel 2014, il processo “Capaci bis”, nel quale vennero condannati moltissimi esponenti e capi di Cosa Nostra, tra cui i sopracitati Salvatore Riina e Matteo Messina Denaro.

La strage di Capaci, purtroppo, è una dimostrazione di come non solo una persona che si adopera attivamente per il bene comune molto spesso rischia  la vita, ma anche le persone più care sono esposte al medesimo rischio; e noi ricordiamo oggi che la “caduta” della mafia in Sicilia ha avuto come prezzo il sangue di molti innocenti.

VIBO VALENTIA – Incidente mortale nel vibonese, muore ragazzo di 18 anni

Incidente mortale nella serata di ieri lungo la ex Statale 522 nei pressi della frazione Bivona, nel comune di Vibo Valentia. A perdere la vita un ragazzo di 18 anni, Dennis Muzzi, di Vibo Marina.

Il giovane era a bordo di una Lancia Y insieme ad un amico che si è scontrata con un’altra auto. I soccorsi si sono rivelati inutili. I medici del 118 giunti sul posto non hanno potuto fare altro che constatare il decesso. Nell’incidente sono rimaste ferite altre due persone che sono state portate in ambulanza nell’ospedale di Vibo valentia dove sono ricoverate. Secondo quanto si è appreso non sono in pericolo di vita. Le indagini per ricostruire la dinamica dello scontro sono condotte dalla polizia di Stato.

(ANSA).

GOTHA – Lombardo: “Paolo Romeo al centro della strategia politica della ‘ndrangheta”

Il procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo ha continuato anche ieri in aula bunker, lo spaccato della ‘ndrangheta nelle sue connotazioni di vera e propria Istituzione.  Una definizione, quella di istituzione, scioccante rispetto all’immaginario collettivo che limita il fenomeno mafioso alle lupare. In realtà, da un certo punto in avanti la componente occulta della ‘ndrangheta inizia a risparmiare i proiettili ed a manovrare piuttosto i “rubinetti” dell’economia, dosando allo stretto necessario le intimidazioni verso i politici esterni, per iniziare a generare i propri; coloro, cioè, che sarebbero stati chiamati, a partire dai primi anni del 2000 a portare avanti i progetti criminali su Reggio. E se Reggio viene definita “testa della ‘ndrangheta” nel mondo -usando la stessa metafora- l’accusa definisce Romeo come “la testa della ‘ndrangheta” stessa, deus ex-machina capace persino di far sedere al tavolo della pace gli schieramenti della seconda guerra di ‘ndrangheta al fine di realizzare la propria città.

Progetti consistenti nell’intercettazione dei flussi finanziari ed il riciclaggio dei capitali sporchi da destinare al territorio attraverso il filtro della macchina statale. L’economia, inutile dirlo, è il motore di tutto, soprattutto dei circuiti della componente militare che servono al mantenimento del potere mafioso. La ‘ndrangheta, assicura il pm a proposito, non ha smesso di avere fame. E nemmeno i cittadini, che, come tristemente ricordato nei giorni scorsi, pur non essendo ‘ndrangheta, vivono di essa.

Creature politiche di Romeo sarebbero soprattutto l’ex-senatore Antonio Caridi e l’ex sottosegretario alla Regione Alberto Sarra, mentre Francesco Chirico, imparentato coi De Stefano, sarebbe stato il tramite tra “sopramondo e sottomondo” mafioso. Loro il compito di dirigere la macchina politica.

Quanto ad Alberto Sarra, sarebbe stato l’interlocutore di Romeo sulle strategie politiche.

Ampio capitolo è dedicato alle dinamiche cittadine, in particolare al percorso politico di Scopelliti, i cui rapporti con Romeo non sarebbero diretti, ma che, in una serie di intercettazioni, l’avvocato avrebbe preferito a Naccari Carlizzi per una serie di motivi. In primis, in maniera naturale il politico convergeva in direzione degli interessi dei potentati economici reggini, come alcune società di servizi, utili alle future manovre di captazione di quello che viene definito il “fieno da Roma”; ovvero i capitali, derivanti dall’esternalizzazione di servizi e dall’attuazione del Decreto Reggio.

Per tali ragioni quando Scopelliti, approvato dall’allora dirigente di AN Fini, decide di candidarsi alle europee, Romeo lancia Pirilli per bloccarne la fuga e per dirigere Alberto Sarra alla Regione.

Importante la figura di Antonio Caridi, abile nel procacciarsi voti, si sarebbe mosso in maniera trasversale, mantenendo il contatto con tutti i mandamenti reggini; è definito da Pelle “uno dei nostri” e da Romeo “l’uomo giusto al momento giusto”. Per questo, sarebbe stato destinato da Romeo come senatore ai tavoli romani.

Cesare MINNITI

“FERMIAMO IL DDL ZAN!”, L’INTERVENTO DELL’ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO “ISTITUTO PER LA FAMIGLIA SEZ.289 GILBERTO PERRI”

Nella giornata del 19/05, l’Associazione di Volontariato “ISTITUTO PER LA FAMIGLIA SEZ.289 GILBERTO PERRI” è intervenuta durante il dibattito sul Disegno di Legge Zan, tenutosi durante l’Ottava Commissione Pari Opportunità. L’Associazione IPF289, nata dal cuore cristiano del missionario Gilberto Perri, che da decenni opera nel territorio cittadino,  si è espressa contraria al disegno di legge Zan.

L’Avvocato Antonio Marino, membro del Consiglio Direttivo dell’associazione, durante il suo intervento, ha  evidenziato che, nel sentire comune, non si avverte una così forte emergenza per la tutela di queste categorie sociali, che comunque sono meritevoli di attenzione. Si avverte invece una fortissima ideologizzazione di questa legge e si ha la percezione che ciò sia il frutto di una pressione da parte una vera e propria Lobby, quale è quella LGBT+. Questa pressione è chiaramente esplicata soprattutto nella comunicazione di massa e nella politica, al quale la popolazione però non vuole sottomettersi. Lo stesso,  ha chiarito che nessuno può togliere o limitare i diritti, tuttavia questo Disegno di Legge non appare affatto pregevole, in quanto lascia troppi margini di indeterminatezza con il rischio di abusi nel momento della sua attuazione. (Rif. Art.4 del Ddl Zan)

L’Avv. Marino ha ricordato, altresì, che anche in altri Stati dove leggi simili sono già in vigore, si è riscontrato un uso strumentale della norma.  La tutela dell’identità sessuale è un tema di cui lo Stato deve sicuramente farsi carico e deve intervenire, senza però andare a ledere e limitare la libertà di espressione e di opinione: ognuno deve essere libero di manifestare la propria identità, questo però non significa che l’ordinamento giuridico possa riconoscere qualunque tutela a qualunque libertà, in quanto si rischia di arrivare a tutelare giuridicamente i desideri del singolo individuo e non ciò che è. (Rif.Art.1 del Ddl Zan)

L’Istituto per la Famiglia sez.289 Gilberto Perri ricorda che il Consiglio Comunale di Reggio Calabria ha approvato “La Giornata della Famiglia” e nonostante sia evidente il sostegno a tutto il mondo LGBT+ da parte delle Istituzioni, alla famiglia naturale non viene riconosciuta una giornata, attuando una vera e propria discriminazione.

Ognuno deve essere libero di manifestare proprie idee e opinioni, sempre nel rispetto altrui, senza il pericolo di essere imputato o addirittura indagato.

Per tutto questo, l’Istituto per la famiglia sez. 289 Gilberto Perri si pone fortemente contro il Ddl Zan.

 

Ufficio Stampa

 IPF289 Gilberto Perri