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Congiunzioni astrali ad Abbey Road

Articolo di D.C.

Cinquantanove anni fa, tra i corridoi degli studi di Abbey Road, il futuro del rock prendeva forma a poche stanze di distanza. Era la primavera del 1967. Mentre i Beatles completavano quel capolavoro intriso di psichedelia che è Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band, i Pink Floyd di Syd Barrett varcavano per la prima volta la soglia di quello stesso edificio per incidere il loro esordio, The Piper at the Gates of Dawn.

Il ventuno marzo del 1967, i Pink Floyd fecero una pausa dalle loro sessioni per intrufolarsi nello Studio 2 e osservare i Beatles al lavoro sul pezzo Lovely Rita. I membri della band di Barrett guardavano quei miti viventi con un misto di soggezione e stupore, mentre Paul McCartney seguiva con curiosità la nuova e spregiudicata scena underground londinese.

Quel ponte invisibile affondava le radici nel terreno fertile dissodato dai Fab Four. I Pink Floyd degli esordi ne ereditarono la spiccata vocazione melodica e una formidabile abilità di scrittura che, pur filtrata attraverso bizzarre visioni, sapeva dar vita a miniature pop geniali come Matilda Mother, The Gnome o Scarecrow. A completare il quadro c’erano le polifonie vocali, gli intrecci corali e una partecipazione collettiva in cui ogni musicista contribuiva attivamente alla costruzione dei brani, ricalcando lo spirito di gruppo dei Beatles.

La genialità precoce di Syd Barrett impresse poi una sterzata radicale a quell’eredità. I Beatles avevano già spalancato le porte a sonorità “oniriche”, manipolazioni e colori caleidoscopici, ma Floyd decisero di andare oltre. La sperimentazione sonora e i nastri deformati servivano a dissolvere la canzone in un flusso caotico, spaziale e perturbante. La band trasformò lo studio di registrazione in un acceleratore di particelle, inaugurando l’Acid e lo Space Rock con una libertà espressiva che guardava ben oltre la forma tradizionale.

In quell’incontro ravvicinato del 1967, la canzone melodica e le vette più innovative si sono sfiorate e compenetrarono nello stesso edificio, dimostrando che la grande musica vive di questa linfa, dove la rivoluzione nasce dalla capacità di raccogliere un testimone e lanciarlo coraggiosamente verso lo spazio profondo, verso l’infinito e oltre.

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