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DISABILITÀ E SPORT – Paralimpiadi di Tokyo, quando lo sport è di tutti; un cambiamento culturale nelle menti di tutti.

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Iniziai a parlare del connubio Disabilità e sport nel 2015, a seguito della mia tesi di Laurea Magistrale in cui cercavo di esporre i vantaggi dello sport in generale e, nello specifico, nei soggetti disabili. Iniziai quindi il mio cammino alla ricerca di atleti con disabilità che praticavano sport di qualsiasi genere e tipo, amatoriale o agonistico, in varie città della Calabria. Connubio che all’epoca feci un po’ fatica a mettere insieme, a causa dei vari pregiudizi radicati profondamente in alcune famiglie, per cui i propri figli disabili non erano in grado di praticare (a detta loro) sport o non vedevano nello stesso delle risorse a cui poter attingere per un migliore sviluppo psicofisico e di conseguenza una migliore qualità della vita.

Cos’è lo Sport?

La carta Europea dello sport dichiara che: “per sport si intende qualsiasi forma di attività fisica che, attraverso una partecipazione organizzata o non organizzata, ha per obiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli”. Documento approvato dalla 7° conferenza dei Ministri Europei per lo sport nel 1992 a Rodi.

Stabilisce che bisogna dare a tutti i giovani la possibilità di beneficiare di tutti i programmi di educazione fisica al fine di sviluppare le proprie attitudini sportive di base, garantire a ciascuno la possibilità di praticare sport e di partecipare ad attività fisiche.

Lo sport è una palestra di vita, fondamentale nell’educazione e nelle relazioni sociali, motivo di incontro e di confronto con le diverse realtà; costituisce quindi aspetti socialmente rilevanti, divenendo così necessario e determinante nel percorso di crescita di ogni individuo. Rappresenta un fattore di accettazione, rispetto per le regole; regole che permettono di entrare in relazione con l’altro emotivamente e affettivamente.

È da considerarsi come un diritto che consente a tutti gli individui, atleti agonistici e non, di compiere una esperienza di maturazione umana, finalizzata alla formazione e allo sviluppo della persona, ma non solo. Anche di integrazione sociale.

Limiti come risorsa

Ma guardiamo cosa accade ancora oggi.

La maggior parte di noi vede i limiti come qualcosa di insuperabile, come qualcosa per i quali non si possa andare oltre. Un concetto ormai superato abbondantemente dalla capacità degli atleti disabili di andare oltre le barriere mentali e sociali che vigono ancora oggi: barriere mentali comunemente definiti pregiudizi della gente comune, che non riesce a rendersi conto delle reali difficoltà dei disabili nei normali processi di vita quotidiana, quali strade, accessi al mare, ecc. Nonostante il CIP (Comitato Paralimpico Internazionale) cerchi di dare risalto allo sport per disabili per renderne l’accesso a tutti come doveroso e come un modo per far capire alle famiglie di occupare il tempo “vuoto” dei ragazzi a casa in un tempo in cui i limiti divengono risorse, la strada è ancora lunga. Le Paralimpiadi di Tokyo stanno dimostrando quanto – però -le competizioni agonistiche degli atleti con disabilità vadano oltre il superamento dei propri limiti. Atleti che hanno imparato a conoscere il proprio corpo, di potenziarne le abilità.

Tra gli effetti psicologici infatti vi è quello di:

– migliorare la propria autostima che fa si manifesti appunto il miglioramento della forma fisica.

– acquisizione di nuove e diverse abilità.

– miglioramento della coordinazione motoria.

– maggiore controllo del proprio corpo.

– miglioramento delle relazioni interpersonali.

– condivisione delle problematiche.

Ovviamente questo comporta costanti e intensi allenamenti quotidiani, per arrivare alla competizione che vede la sfida, lo scontro e anche il confronto con gli altri e con il proprio “Io” per mettersi a confronto con sé stessi per migliorare e potenziare le proprie abilità.

Un ruolo importante a seconda dello sport che si pratica viene dalla tecnologia. I progressi della biomeccanica e dell’ingegneria dei materiali utilizzati hanno permesso di avere dei vantaggi in più: carrozzine, protesi, abbigliamento creano una forza “abilitante” in più.

Comunicazione e Sensibilizzazione

Ancora oggi, uno dei modi per avvicinare e far conoscere questa splendida realtà, soprattutto nei paesi in cui i retaggi culturali ne condizionano il modo di vivere, è il mondo dei social e per fortuna con le Olimpiadi anche il livello mediatico è cresciuto in maniera esponenziale. Ma ciò che bisogna fare è avvicinare quanti più adolescenti e famiglie possibile, ma non solo; un ruolo importante appartiene alle scuole e alla promozione di progetti volti alla sensibilizzazione, alla educazione e all’avvicinamento di persone normodotate alle competizioni sportive. Da anni si muove in tutto il territorio nello specifico quello Calabrese Reno Insardà, presidente dell’associazione Aida Onlus (Associazione Italiana Diversamente abili), vincitore di un bando che gli ha consentito di far conoscere lo sport paralimpico all’interno delle scuole, a far scoprire un modo nuovo, dove, con gli ausili e gli atleti paralimpici, hanno permesso a tutti gli alunni normodotati di praticare attivamente gli sport e far toccare loro con mano questa realtà. Perché è proprio da qui che bisogna partire, dalla scuola, che rappresenta la seconda agenzia educativa per eccellenza, dove si scoprono i valori, l’educazione alla vita, l’empatia, l’incontro con l’altro. Serve parlare di paralimpiadi e di sport come normalità e di promuovere un cambiamento culturale nelle menti di tutti. Di riempire anche gli spalti, di solito occupati solo da chi ne fa parte attivamente e da chi ne conosce effettivamente le potenzialità.

Ma si sa che il nuovo, e ciò che ancora non si conosce, spaventa. Ma credo che sarà il tempo a dare tutte le risposte e con esso anche un avvicinamento da parte delle istituzioni che dovrebbero facilitare attraverso la loro funzione. In primis, l’abbattimento delle barriere architettoniche perennemente presenti ancora oggi all’interno delle città, per poter eliminare definitivamente la disparità tra persone disabili e normodotati.

Perché in fondo come sostiene Iacopo Melio:

“La vera disabilità è negli occhi di chi guarda, di chi non comprende che dalle diversità possiamo solo imparare. Disabile è chi non è in grado di provare empatia mettendosi nei panni degli altri, di mescolarsi affamato con altre esistenze, di adottare punti di vista inediti per pura e semplice curiosità”. (Iacopo Melio).

PSICOLOGA Dott.ssa Paola Alessandra Repaci

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