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Ernst Jünger e il mito dell’operaio

Articolo di D.C.

Il lavoro salariato si rivela da sempre una categoria inadeguata per decifrare la vera natura dell’operaio descritto da Ernst Jünger in L’Operaio. Dominio e forma. L’essere umano smentisce il paradigma che lo vuole semplice ologramma della propria classe sociale, poiché la lettura storica urta contro la contraddizione interna al proletariato storico, spinto a desiderare l’occupazione del posto della borghesia per goderne i privilegi. La Gestalt (la Figura) evocata da Jünger oltrepassa questo orizzonte piccolo-borghese per guadagnare un piano eroico e sovraindividuale.

L’operaio jüngeriano impugna i suoi attrezzi come armi di precisione. I ferri del mestiere, le macchine pesanti e le strutture industriali formano un’estensione diretta della sua potenzialità inespressa. Attraverso questo arsenale, egli combatte per la propria autodeterminazione radicale, rifiutando le logiche subalterne della rivendicazione sindacale e puntando a un traguardo ben più ambizioso. Nel suo intimo, l’operaio evita ogni aspirazione ugualitaria, inseguendo invece l’affermazione signorile per conquistare la sua autorevolezza nel mondo materiale, dove incarnerebbe quel tipo umano che abbandona la sicurezza liberale per votarsi al lavoro come stile totale e opportunità di elevazione.

La fabbrica e il cantiere costituiscono una vera e propria trincea del quotidiano, lo spazio in cui la disciplina del fronte si trasferisce nei reparti produttivi. Tale luogo esclude l’idea di un rifugio o di un luogo di sfruttamento passivo, rappresentando piuttosto una linea di fuoco avanzata in cui l’individuo si corazza, si indurisce e sperimenta una severa solidarietà d’acciaio.

Questa impostazione appare distante in contesti arretrati segnati da residui di feudalesimo, dove i lavoratori subiscono condizioni simili a quelle dei servi della gleba, ridotti a una sottomissione arcaica che cancella ogni dignità. Una frattura analoga emerge all’estremità opposta, dove l’iper-sviluppo tecnologico genera impieghi frammentati e immateriali, capaci di condurre l’individuo a forme inedite di alienazione e a una depressione profonda.

Nonostante queste derive, il percorso di affermazione jüngeriano si compie attraverso un legame viscerale con la tecnica, intesa come energia primordiale, stile di ferro e forza plasmatrice della Terra che richiama il mito tellurico di Anteo. La simbiosi con la macchina genera un processo ininterrotto di rafforzamento reciproco: l’uomo forgia l’apparato e, nel farlo, plasma se stesso in un tipo umano durissimo, spoglio di ideologie deboli e votato interamente al dominio.

Il risultato coincide con la nascita di una sovranità inedita all’interno della mobilitazione totale. L’operaio attraversa l’epoca delle macchine come il crogiuolo necessario per incanalare la proprio forza di volontà, emergendo quale figura radicale che supera il nichilismo occidentale. Giunto a questo compimento, l’operaio rappresenta la sintesi perfetta nel mondo del lavoro, liberato da ogni zavorra assistenzialistica o rivendicativa per incarnare la compiutezza assoluta dell’azione all’interno di un ferreo destino.

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