Articolo di D.C.
Il verdetto delle urne in Islanda è di quelli che lasciano il segno. Con il 52,8% dei voti contrari alla ripresa dei negoziati di adesione, i cittadini islandesi hanno deciso di mantenere lo status quo: dentro il mercato dello Spazio Economico Europeo e nell’area Schengen, ma rigidamente fuori dall’Unione Europea.
A prevalere non è stata la spinta europeista della capitale Reykjavík, quanto la ferma opposizione delle comunità costiere e periferiche del Paese. Il motivo principale è la difesa a oltranza della risorsa più preziosa dell’isola: il mare e i suoi pesci.
Per l’Islanda il settore ittico è il vero e proprio pilastro dell’economia nazionale, rappresentando quasi il quaranta percento delle esportazioni totali. L’idea di dover sottostare alla Politica Comune della Pesca dell’Unione Europea ha rappresentato l’argomento decisivo del fronte del contrario. Gli islandesi temevano che Bruxelles potesse imporre quote di cattura rigide e, soprattutto, aprire le ricche acque territoriali islandesi ai pescherecci degli altri Paesi membri, diluendo il controllo sovrano su quello che considerano un patrimonio intoccabile.
Guardando al voto islandese da una prospettiva continentale, e in particolare dall’Italia, emergono analogie e riflessioni profonde sulle storture che il processo di integrazione europea ha spesso generato nei singoli Stati membri. Le preoccupazioni degli islandesi sulla perdita di competitività e sul controllo calato dall’alto richiamano infatti dinamiche ben note nel nostro Paese.
Se l’Islanda ha respinto preventivamente i vincoli comunitari per difendere la propria flotta, l’Italia sperimenta da decenni gli effetti di una gestione centralizzata del comparto ittico. Riduzioni drastiche delle giornate in mare, quote di cattura stringenti e normative spesso calate senza considerare le peculiarità della pesca mediterranea hanno messo a dura prova la pesca artigianale e industriale italiana, percepita spesso come sacrificata a favore di flotte straniere o di normative burocratiche lontane dalla realtà dei porti.
Uno dei grandi timori dei mercati periferici di fronte all’Unione è l’appiattimento degli standard e l’esposizione a una concorrenza non sempre a pari condizioni, guidata da economie forti con costi di produzione differenti. L’Italia conosce bene questo fenomeno poiché l’adozione di normative comunitarie uniformi, nate spesso per tutelare i mercati altrui, ha finito per penalizzare le specificità del tessuto produttivo nazionale. A ciò si aggiunge la concorrenza spietata di Paesi, sia interni che esterni all’Unione, che beneficiano di minori tutele o di minori costi del lavoro, mettendo in difficoltà le nostre piccole e medie imprese.
Inoltre, l’integrazione monetaria e i vincoli di bilancio europei hanno imposto all’Italia decenni di politiche di rigore e di svalutazione interna. Mentre in Islanda la moneta sovrana ha permesso di attuare svalutazioni protettive durante le crisi, l’Italia, ingabbiata nella rigidità dell’euro e priva della leva monetaria, ha visto i salari reali ristagnare o arretrare, incapaci di tenere il passo con il costo della vita e con la crescita economica degli altri partner dell’eurozona.
Il rifiuto dell’Islanda non rappresenta un rigetto dell’Europa in quanto tale, ma il risultato di un lucido calcolo costi-benefici. Gli islandesi hanno guardato ai vicini europei e indirettamente ai problemi strutturali di economie integrate come quella italiana, preferendo la libertà di manovra alla camicia di forza di Bruxelles.
Il messaggio che arriva dal Nord Atlantico è chiaro perché l’integrazione spinta non è una strada a senso unico e priva di rischi. Di fronte alla prospettiva di veder diluita la propria forza, di subire regole calate dall’alto sulla gestione delle risorse e di rischiare una compressione del proprio modello di benessere, l’Islanda ha scelto di restare padrona a casa propria, offrendo un monito che, visto dall’Italia, riaccende inevitabilmente il dibattito sul prezzo reale pagato all’altare di un europeismo dal retrogusto rigidamente soviet.

