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Falcomatozzi, anni di politica al congiuntivo, ora se ne vadi!

C’è chi impara il congiuntivo per fare il politico e chi fa politica con i congiuntivi. Vorrei, farei, e via di articolate preposizioni coordinate per scansare sempre la certezza di un indicativo presente. *Faccio*, ci sarebbe bastato.

Non vorremmo evocare – dal diritto all’oblio che avevamo magnanimente accordato, o forse si trattava di rimozione post-traumatica – le impeccabili nomination della più grottesca delle amministrazioni italiane degli ultimi decenni. Non vorremmo davvero, ma i puntini sulle i del geometra Bonelli (un bacchettonismo in stile ragionier Filini o geometra Calboni di Fantozzi Ugo) e dei suoi accoliti della megaditta comunale, richiedono a forza un paragone con la controparte politica; scopriamo quindi se gli assi culturali sono davvero in mano al Falcomatà o se si sta bluffando sulle vesti sapienziali della sinistra, ormai una categoria misticheggiante fino alla parodia, auto-incoronatasi come alfabetizzatrice e civilizzatrice del globo terracqueo.

Se si parla di cultura e immagine, a parte le acconciature impeccabili, il nostro ex-sindaco, (che tuttora si impossessa del corpo del mansueto Battaglia per fargli inventare le cose più improbabili) gli apici della strategia falcomatiana per Reggio sono essenzialmente due:

Un assessorato alla cultura affidato a un Filippo Quartuccio. Un ragazzo qualunque con un’infarinatura di antifascismo, unico prerequisito se lo scopo è dipingere panchine di rosso e imbrattare le pareti della città magnogreca con murales made in Giambellino, di cui non ricordo una sola frase di senso compiuto. Oppure, in alternativa, organizzare il classico convegno utile a saziare il tempo e l’ego di qualche borghese annoiato.

La seconda è una delega all’immagine della città, affidata da Falcomatà al povero Giovanni Latella: un uomo dedito allo sport, dove pare si sia impegnato con qualche risultato nel calcio dilettantistico, tuttavia passato alla storia per la sua epica frase “ti mangiu ‘u cori” rivolta a un cittadino in protesta. Tra le tante risate regalate, è stato commovente sentirlo tentare l’inglese durante una serata “culturale” all’arena dello Stretto. Ricordo una puntata di Striscia a lui dedicata quando, in una delle sue migliori performance, espresse un formidabile “Da un governo a guida Melone mi sarei aspettato un piano marsel”.

Ma più delle facce, più delle stravaganti personalità, dato l’obiettivo di guardare i fatti – mi dico – e non alle apparenze nè alle formule di cortesia, perché altrimenti si rischierebbe un fantoccio da parata, o un Falcomatà bis, il niente bardato a festa, insomma, i risultati dell’amministrazione (si spera) uscente sono questi (prendo dei drammi a caso):

– L’affossamento della della città, immortalata come ultima in tutte le classifiche possibili e della sua vocazione culturale, culminata nella bocciatura di Reggio capitale della cultura non tanto perché la gloria di Rhegion era rappresentata da una bancarella confusa e quattro provincialissimi slogan, ma perché tutto questo non reggeva su una documentazione che rappresentasse un progetto per lo sviluppo culturale della città: che infatti non è mai stato concepito, vuoi per incapacità, vuoi per sciatteria;
– L’annientamento del 50esimo dal ritrovamento dei Bronzi, potenziale evento trampolino su cui la Regione ha trovato il deserto di una città che si attiva solo per concorrenza politica e per le attività di cortigianeria.

E come non ricordare, a proposito, la distibuzione di spazi culturali, del Teatro, di gallerie e pinacoteche, come mancette a pseudoartisti politicamente compiacenti, il teatro comunale senza aria condizionata, l’erbaccia tra le mura della Magna Grecia, nei siti archeologici, le tombe ellenistiche dimenticate…

Questo – sia chiaro – fa parte di un’unica traccia amministrativa: la sciatteria evidente in tutto se si escude lo sfoggio del mocassino lucido abbinato, l’assenza di visione e la mancanza di voglia per esserne capaci.

Del resto, il vocabolo “cultura”, per i politici animati dal più becero provincialismo e per i suoi vari accoliti pagnottisti, non si intende che la definizione nozionista, pressapochista, ottusa, che consente di impagliare la città, i suoi fermenti, il poco entusiasmo dei suoi pochi giovani, con targhe, encomi e leccate fuori scala ai titoli di dottori e avvocati appertenenti a lobbucce di vario genere; ed altresì allestire parate di retaggio ottocentesco, per poi attuare ricatti medioevali, che consentono di portare all’avvocato sindaco una manciata di voti.

Per un cittadino, per un politico, il bagaglio culturale, passa innanzitutto dall’amore rivolto al proprio ruolo; si deve capire – se si è sindaci, ma lo stesso vale se si è netturbini o altro – che quel ruolo non è occupare una poltrona ed uno stipendio. E solo con queste premesse a quel ruolo e da quel ruolo si procede per cultura: lo si è detto da cosa deriva cultura.Dal latino “colere”, si coltiva, si osserva, si fa crescere e si cresce; nel ruolo, che si sia di contadini o sindaci. Dunque la suprema forma di ignoranza, per un sindaco, la suprema maniera di essere incolto, che è anche un tradimento, consiste nel coltivare il proprio infimo interesse anziché la propria comunità assegnando nomine fasulle a soggetti improbabili.

Del resto l’avvocato Falcomatà, che masticava bene i congiuntivi ma – come si è detto – è scevro di certezze fattuali, non ha esitato a rimpastare assessori in maniera random senza il minimo scrupolo per le competenze.
Questa è la suprema forma d’ignoranza, l’ignoranza della meritocrazia e delle competenze nello stabilire la guida della città.

Basta quindi con le arrampicate sui congiuntivi, verbo del non saper che pesci pigliare, o peggio, di chi dorme e non ne piglia uno. La città vuole un’altra grammatica, una che esprima, per dirla alla Kierkegaard (che almeno aveva il cervello ed il mestiere per fare filosofia), una “forza indicativa”.

C.M.

 

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