Recenti analisi tecniche sui otto container bloccati al porto di Gioia Tauro, a causa di sospetti riguardo a materiali bellici destinati a Israele, hanno escluso qualsiasi “contenuto di rilievo penale”. Pertanto, il carico può proseguire verso la sua destinazione finale.
Le controversie hanno avuto origine da un’informativa relativa ai container provenienti dall’India. Questa segnalazione evidenziava la possibilità che barre d’acciaio, presenti nei container e di diversa forma, potessero essere utilizzate per la produzione di armamenti.
Contesto dell’indagine sui container a Gioia Tauro
La problematica è stata sollevata da un’inchiesta giornalistica, supportata dai movimenti Bds, nonché dai sindacati Usb e Orsa, i quali avevano messo in guardia su potenziali passaggi di “materiale bellico” attraverso il porto calabrese verso Israele.
In precedenza, era emerso che le barre d’acciaio non erano destinate a un’industria bellica, come inizialmente ipotizzato, ma piuttosto a un’agenzia di intermediazione, “Banyan Group International”, che gestisce tipicamente scambi commerciali tra India e Israele.
Attività di controllo della Procura di Palmi e delle autorità competenti
Di fronte al pericolo che potesse trattarsi di una copertura per l’invio di materiali d’armamento, la Procura di Palmi, in sinergia con la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane, ha avviato una perizia tecnica sul carico.
L’analisi ha confermato l’assenza di carichi sospetti che avrebbero necessitato di autorizzazioni per il transito, come stabilito dalla legge 185/90 che regolamenta l’esportazione di armi verso Paesi in conflitto. Di conseguenza, è stata autorizzata la ripartenza del carico verso Israele.

