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Hiroshima 81 anni dopo e l’affermazione del leviatano statunitense

Ottantuno anni fa, il cielo di Hiroshima si lacerava in un lampo di luce accecante, inaugurando l’era atomica con il sangue di centinaia di migliaia di civili inermi, un punto di non ritorno ufficialmente giustificato come l’estremo atto per spezzare la resistenza di un Giappone irriducibile e accelerare la fine del secondo conflitto mondiale. Ma la Storia, quando viene spogliata della sua retorica celebrativa, svela un mosaico ben più complesso, fatto di calcoli geostrategici, supremazia tecnologica e profondi risvolti spirituali. La storiografia ha – a lungo – dipinto i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki come l’unica alternativa ad un’invasione di terra sanguinosa, stimata in centinaia di migliaia di vittime americane, mentre l’analisi dei documenti svela uno scenario differente in cui l’Impero giapponese era ormai allo stremo, economicamente soffocato e militarmente isolato. In questo quadro di collasso imminente, una seconda variabile che decretava la caduta di Tokyo era l’avanzata imminente delle armate sovietiche, un’evenienza che minacciava direttamente la sopravvivenza stessa dell’istituzione imperiale, poi avveratasi due giorni dopo, l’8 agosto. La tenacia nipponica, d’altronde, non rispondeva solo a calcoli tattici, ma affondava le radici in un codice d’onore,  il Bushido, dove la resa rappresentava l’infamia assoluta e spingeva un’intera nazione, civili inclusi, a una difesa a oltranza. In questo scacchiere spietato, la bomba fu dunque tanto l’arma per piegare un nemico allo stremo quanto il primo, potentissimo vagito della Guerra Fredda, un avvertimento spedito direttamente a Mosca. Il fungo atomico fu il risultato una impresa scientifica e tecnologica concretizzata nel Progetto Manhattan, sfruttando il principio della fissione nucleare, ovvero il bombardamento di nuclei di Uranio con neutroni capace di innescare una reazione a catena esponenziale e devastante a partire da una minima alterazione energetica da cui si è applicata la celeberrima equazione E=mc². La condizione di vantaggio fu resa possibile grazie a un clamoroso esodo in cui il Vecchio Continente esportò menti importanti – tra cui Enrico Fermi – oltreoceano che, fuggite dall’Europa; esse consegnarono agli Stati Uniti le chiavi del dominio scientifico globale, in un’anticipazione perfetta di quella successiva rincorsa allo spazio che avrebbe visto contrapposti i blocchi del dopoguerra. C’è poi un livello che spesso sfugge all’analisi fredda dei libri di storia, ed è quello spirituale e trascendente, poiché osservando la geografia di quel 6 e 9 agosto emerge un paradosso di impressionante simmetria in cui, in un Giappone profondamente radicato nello Shintoismo e nel Buddhismo, i due unici bersagli atomici della storia umana furono proprio le culle storiche del cattolicesimo nipponico, con Nagasaki che custodiva la comunità cristiana più antica e radicata del Paese. Colpire quei luoghi precisi non ebbe soltanto un valore militare o di terrore psicologico fine a se stesso, ma assunse i contorni di un tragico rituale simbolico che dimostra come nella guerra moderna, spogliata di ogni idealismo, a scontrarsi sul campo non siano mai soltanto divisioni corazzate o risorse industriali, ma visioni del mondo, convincimenti e spiriti.

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