L’esame retrospettivo della gestione pandemica offre un quadro composito in cui le inchieste, i documenti desecretati e le audizioni parlamentari delineano una sequenza di criticità profonde, estendendosi dalle alte sfere della diplomazia internazionale fino alle corsie degli ospedali italiani. Negli Stati Uniti, la figura di Anthony Fauci è rimasta al centro del dibattito a seguito della pubblicazione dei suoi diari privati, i quali hanno rivelato che l’ipotesi di un incidente di laboratorio a Wuhan era stata presa seriamente in considerazione dalla comunità scientifica fin dall’inizio del 2020, salvo poi essere ridimensionata nella comunicazione pubblica ufficiale, rafforzando la torbida ambiguità della vicenda. La forte polarizzazione politica attorno a questa vicenda è culminata nelle audizioni al Senato presiedute da Rand Paul, dove Fauci ha scelto di avvalersi del Quinto Emendamento per sottrarsi alle domande.
Sul fronte europeo, la gestione dei contratti di fornitura dei vaccini ha trovato il suo epicentro nel caso noto come “Pfizergate”, caratterizzato da trattative condotte direttamente tramite messaggi di testo tra la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e i vertici di Pfizer. La successiva sentenza del Tribunale dell’Unione Europea ha censurato l’amministrazione comunitaria per il rifiuto di garantire l’accesso a tali comunicazioni, evidenziando una marcata opacità nella gestione di accordi miliardari finanziati con fondi pubblici. Dinamiche che smentiscono – come se ce ne fosse il bisogno – l’aura di Europa autonoma ed emancipata da Washington.
In Italia, l’attenzione si è concentrata sui lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta e sulle precedenti verifiche giudiziarie che hanno coinvolto l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, chiamato a rispondere delle scelte compiute durante la fase più acuta dell’emergenza. Sotto la lente d’ingrandimento sono finite le misure restrittive calate dall’esecutivo attraverso la decretazione d’urgenza e l’utilizzo rigido e astratto dell’indice Rt, il quale ha imposto blocchi territoriali e commerciali spesso svincolati dalla reale pressione sulle strutture sanitarie locali. A livello clinico e assistenziale, le direttive iniziali basate sul protocollo della “vigile attesa” e sull’uso esclusivo della Tachipirina sono state giustamente biasimate per aver ritardato gli interventi terapeutici domiciliari, aggravando le condizioni dei pazienti, incrementando i ricoveri e i decessi.
Nei reparti ospedalieri, inoltre, si sono registrate gravi carenze nella gestione dei malati non-Covid, spesso isolati e privati dell’assistenza di base, mentre il sistema di conteggio dei decessi — che includeva nei bollettini chiunque risultasse positivo al virus indipendentemente dalla causa primaria della morte — ha alimentato una percezione distorta della mortalità reale. Questo clima di eccezionalità è stato accompagnato da una narrazione mediatica fortemente ansiogena, sostenuta da esperti televisivi protagonisti di interventi aggressivi tesi a delegittimare il dissenso scientifico, e si è riflesso anche nella gestione degli appalti pubblici, segnata da sprechi notevoli come quello dei banchi a rotelle distribuiti negli istituti scolastici e rapidamente accantonati, sui quali piombano sospetti di speculazione e affarismo.
Alla luce di tali avvenimenti divisi si rende necessaria la riflessione sull’approccio fideistico attorno al paradigma scientifico e il paradigma dello stato di emergenza come finestra manipolatoria.

