Possiamo stracciarci le vesti e con esse tutto l’armadio, ma lo sport È politica.
Esso, in quanto servizio, sarà sempre soggetto ad amministrazione pubblica. Vi sono esempi efficienti come l’azionariato pubblico del Real Madrid ed altri meno, come la retrograda organizzazione italiana. Lungi dal fare manicheismo e creare un dualismo buoni contro cattivi, sottolineiamo solo la recidività di alcuni vizi nostrani; ovvero del portarci nei luoghi di lavoro i soliti amici, i soliti cortigiani, nonché il culto dei vitelloni dove un calciatore di 24 anni è ancora ritenuto “giovane promessa”, per poi importare dal continente nero calciatori dal dubbio valore, dall’identikit più atletico che calcistico e infine far giocare i “figli di”.
L’esperimento di Maldini dura meno di una poesia ermetica. Il tanto osannato Malagò boccia la candidatura di Pirlo per ragioni politiche – di cortigianeria, chiaro – e riporta Mancini imponendo la sua scelta, dunque l’istituzione sopra le figure competenti che vengono spogliate del proprio ruolo e della propria ragion d’essere.
La restaurazione è compiuta, le poltrone barcollano ma non mollano. Ci vediamo all’Europeo per l’ennesima riflessione sui bambini che non giocano più nei cortili.

