C’è un’idea romantica, quasi bucolica, che continua a circolare nei salotti del nostro calcio e che ogni tanto riaffiora nelle interviste a favore di telecamera. È l’idea che per risolvere i problemi strutturali di un intero movimento basti guardare oltreconfine, prendere una formula magica preconfezionata e applicarla con un tratto di penna. Secondo questa visione, la ricetta per sfornare campioni sarebbe di una linearità disarmante: si prendono i ragazzi delle periferie, li si lascia giocare a pallone per strada da mattina a sera e, come per incanto, il gioco è fatto.
Questa narrazione, emersa chiaramente anche nelle recenti e discusse dichiarazioni di Renzo Ulivieri, suggerisce che i successi delle grandi nazionali straniere – Francia in primis – siano il diretto risultato di una combinazione geometrica tra riforme della cittadinanza e pomeriggi passati sui campi polverosi delle banlieue. Un’equazione suggestiva, certo, ma che rischia di confondere l’effetto con la causa, riducendo una questione complessa a una dinamica fin troppo elementare.
Il limite di questo ragionamento sta proprio nella sua ingenua pretesa di semplificazione. Liquidare il gap tecnico e atletico del calcio nostrano come una pura questione di “norme da adeguare” o di “strade da ripopolare” significa ignorare deliberatamente la reale macchina da guerra che sta dietro ai modelli vincenti. Paesi come la Francia non dominano la scena mondiale perché hanno trovato una scorciatoia burocratica o perché si affidano al talento spontaneo dei cortili; lo fanno grazie a investimenti massicci nei settori giovanili, a una rete di osservatori capillare, a strutture d’avanguardia e a percorsi di formazione tecnica e atletica standardizzati da decenni. Pensare che il talento nasca e cresca nel vuoto istituzionale, solo perché si passa la giornata a calciare contro un muro, è una suggestione d’altri tempi che non trova riscontro nel professionismo moderno.Continuare a cullarsi nel mito della “strada molto semplice” o aspettarsi che sia la politica a risolvere le lacune dei nostri vivai è il modo migliore per non cambiare nulla. Il calcio di oggi è programmazione, infrastrutture e competenza sul campo. Fino a quando continueremo a cercare risposte sociologiche a problemi che sono prima di tutto tecnici e organizzativi, rimarremo spettatori di un dibattito nostalgico, convinti che per vincere un Mondiale basti un pallone sgonfio e un pizzico di formalismo in più.
V.A.

