L’increscioso arresto di Henry Nowak, vittima in realtà di un’aggressione a mano armata da parte di un uomo di etnia Sikh lo scorso 3 dicembre, il cui video è emerso dalle bodycam degli agenti, fa parte di una lunga serie di attentati inflitti a cittadini europei autoctoni.
Sono atti esplicitamente ostili, sempre liquidati sotto l’ombrello della psichiatria o di altre discipline strumentalizzate per fini politici ed economici.
Esiste una vera e propria condotta diffamatoria nei confronti dell’uomo bianco, veicolata dalla (falsa) cultura, chiamata “White guilt”: l’insinuazione del senso di colpa, quindi la moralizzazione indebita di fenomeni storici, sociali e antropologici.
Quello che è letteralmente successo al giovane Nowak, il quale è stato accoltellato e poi stigmatizzato dall’aggressore – consapevole del clima dottrinale favorevole – attribuendogli un fantomatico atteggiamento razzista; da lì l’arresto violento e la morte.
Il razzismo oggi è la chiave passepartout per spalancare tutte le porte del paese dei balocchi che è diventata l’Europa. La tattica manipolativa è semplice, perché consiste nel rovesciamento del rapporto vittima-carnefice, e al tempo stesso prepotente perché si serve di imponenti sovrastrutture istituzionali, culturali e spirituali che offendono chi subisce e tutelano chi offende.
Nei paesi nordici e anglosassoni tutto ciò è stato agevolato dall’humus liberale delle zone, ma anche il sud Europa inizia ad avere problemi importanti causati ugualmente da persone clandestine o legalmente integrate, persino in una realtà periferica come la nostra Reggio Calabria.
Allora sottolineiamo due punti essenziali: le violenze perpetrate vanno riconosciute per quelle che sono, ovvero gesta prevaricatrici volte a sottomettere la controparte. Dopodiché, iniziamo a riconoscere come ostilità anche le giustificazioni di questi crimini ai limiti dell’apologia, perché chi passa – metaforicamente – sopra un cadavere per i propri interessi rema contro la collettività.

