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Il richiamo del mare profondo

C’è una geografia sotterranea che sfugge alle carte ufficiali degli Stati-nazione, fatta di faglie identitarie che non tremano per sussulti tellurici, bensì per un’atavica nostalgia delle onde. Esaminando la storia profonda delle grandi isole nostrane, Sicilia e Sardegna, attraverso le lenti taglienti di Carl Schmitt e del suo saggio “Terra e Mare” emerge come le pulsioni autonomistiche di queste terre non costituiscano semplici residui folcloristici o capricci periferici. Rappresentano, assai più radicalmente, il sintomo di un attrito spaziale mai sopito: il duello eterno tra il Nomos continentale, fondato sul suolo e sulla centralità dello Stato territoriale, e la vocazione talassocratica, erede di un imprinting mediterraneo che affonda le radici dai tempi delle guerre puniche.

Roma edificò la propria grandezza sul vincolo sacro con la terra, sulla centuriazione e sul controllo dei confini. Cartagine, per converso, fondava la propria potenza sulle rotte invisibili del mare, sugli empori e su una sovranità fluttuante. Nel momento in cui la penisola italiana si unificò nel 1861 sotto il segno di una dinastia e di una capitale marcatamente continentali, impose alle due massime isole un ordine spaziale estraneo alla loro essenza insulare. Non stupisce, dunque, che esse abbiano vissuto questa integrazione non quale compimento, bensì quale forma di subordinazione calata dall’alto.

Questa vocazione marittima ha trovato nei secoli espressioni geopolitiche sorprendenti, a partire dalla parentesi normanna in Sicilia: un regno insulare che, pur radicato nella cavalleria feudale, fece del Mediterraneo il proprio regno cosmopolita (nel senso classico del termine, il kosmos), di autonomia rispetto ai poteri dell’Impero e del Papato. Un asse atlantico-mediterraneo che si è idealmente rinnovato secoli dopo con l’ingombrante presenza britannica nell’isola, suggellata dal controllo economico (pensate ai fondatori delle grandi case vinicole marsalesi), e riemersa come suggestione geopolitica nei frangenti più critici del Novecento.

Durante la Seconda Guerra Mondiale e nell’immediato dopoguerra, il collasso dell’assetto statuale offrì alla Sicilia il palcoscenico per il parossismo del Movimento Indipendentista, spingendola ad accarezzare — tramite frange disperate o calcolatrici — il miraggio di un aggancio diretto con la superpotenza talassocratica globale del secolo breve: gli Stati Uniti, con il surreale ma sintomatico spettro della “cinquantunesima stella”. Fu l’istinto profondo di un territorio che tendeva a rifugiarsi nel dominio marittimo per eludere l’abbraccio della terraferma.

Analogamente, l’indipendentismo sardo, alimentato da un’antichissima opposizione alla matrice romana, continua a fare i conti con un isolamento che trascende la dimensione geografica per farsi ontologico. Nel corso dei secoli, la regione ha subito una successione di dominazioni esterne che l’hanno sovente ridotta a mero avamposto strategico o riserva di risorse, soffocandone la naturale inclinazione marittima.

Oggi, in un’epoca in cui i confini statali faticano a governare i flussi planetari e le distese d’acqua tornano a dettare legge, ripensare l’intera storia, in barba a quanto pronunciato da ex ministri della “transizione ecologica” sulla inutilità dell’insegnamento di eventi come le guerre puniche, agevola, forma e potenzia.

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