In un’epoca di stagnazione dovuta al sonno collettivo, la Vittoria Mutilata ci ricorda una lezione già impartita da Napoleone Bonaparte:
«Alessandro, Cesare, Carlo Magno ed io abbiamo fondato imperi; ma su cosa abbiamo poggiato le creazioni del nostro genio? Sulla forza.»
La forza dunque, pretestuosamente equiparata alla crudeltà, da individui che vogliono negare al prossimo il basilare istinto di difesa; né il dialogo, né le scartoffie.
Abbiamo avuto grandi maestri, da Augusto Padre della Patria, fino a Dante, Petrarca, Foscolo e Leopardi, cantori dello spirito di un’Italia che esisteva ancor prima della sua formazione politica.
Si pensi a italiani di cittadinanza austro-ungarica che non si curavano minimamente del discorso economico, di Trieste porto dell’Impero, bensì del proprio cuore che rivendicava la propria italianità e così si arruolarono per il tricolore.
In quel fervido laboratorio che fu il ‘900, le istanze irrazionali del coraggio e dell’onore, indispensabili per raggiungere sovrumane imprese, ebbero la meglio sui conti e sul fatalismo. Nacquero gli arditi, il primo vero reparto speciale della storia; Gabriele d’Annunzio si rese protagonista di un leggendario volo sopra Vienna. La lezione di Caporetto-Vittorio Veneto diede al popolo una nuova levatura: la reazione alla disfatta e gli straordinari risultati sul Monte Grappa e sul Piave da cui il celeberrimo “Non passa lo straniero!” cementificò l’evento nel Mito, nonché l’identità di un un “popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”.
Infine arrivò il politichese: il dialogo e le scartoffie. Per questo oggi parliamo di Vittoria Mutilata. Ma anche in quel caso sapemmo controbattere.

