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Il tempo ritrovato e la pace aspra nella poetica estiva di Eugenio Montale

Nell’opera di Eugenio Montale la stagione estiva si traduce in un metafisico e vertiginoso rallentamento del tempo, racchiuso in quel meriggio immobile e rovente dove l’universo intero sembra trattenere il fiato, in un’attesa che si oppone radicalmente alla frenesia e al divertissement ereditati dalla civiltà dei consumi e alla ricerca di un edonismo superficiale, custodendo al tempo stesso il sapore remoto delle felici infanzie perdute. Sotto la luce implacabile di un sole che brucia ogni illusione e abbaglia la vista, i ritmi accelerati del mondo “civile” si dissolvono per lasciar spazio a una calmo silenzio, aspro e solitario, che costringe l’uomo a fare i conti con la propria interiorità. È proprio in questa apparente immobilità che la poesia montaleana svela una pace paradossale, fatta di raccoglimento e di una percezione che si affina proprio quando il mondo esterno sembra spegnersi, come accade in Meriggiare pallido e assorto dove il poeta attraversa il paesaggio «presso un muro d’orto / che ha cima citrigna, a cocci aguzzi di bottiglia». La ferita inflitta alla materia diventa il simbolo visibile di una necessaria maturazione e di una crescita interiore che passano inevitabilmente attraverso la sofferenza. Il pungolo di quei vetri taglienti custodisce e protegge uno spazio di sosta, ricordando che la vera consapevolezza non nasce da un cammino indolore, ma dall’urto contro il limite e dal superamento delle spine dell’esistenza, dove si impara ad «ascoltare tra i pruni e gli sterpi / schiocchi di merli fruscii di serpi». Qui il rallentamento del tempo coincide con la sospensione dell’essere, dove l’afa estiva diventa l’unico elemento capace di unificare il paesaggio in una sorta di incantamento statico, nel quale persino il mare, descritto come «sfarfallio», si fa visione lontana di una pienezza già nota, rendendo ogni respiro del mondo una testimonianza di «tutta la vita e il suo travaglio». In questo tempo sospeso, in cui i perimetri chiudono fuori il frastuono della storia e gli impegni della modernità, la natura svela la sua verità più profonda e offre al poeta un varco verso una serenità che scaturisce dall’accettazione del limite, un silenzio che ritorna anche nei versi de L’estate quando il tempo sembra dilatarsi tra il «volo del gheppio» e il «guizzo» di una trota in una polla d’acqua, dove la vita pare arrestarsi in una contemplazione quasi minerale che fa eco alla purezza di un tempo aurorale. La pace, nella visione montaleana, germoglia spontanea dal distacco e dalla ferita, come una forma di lucida sbocciatura che si accoglie solo quando, nel pieno della canicola, ci si rende conto che «occorrono troppe vite per farne una» e che l’autentica essenza delle cose risiede proprio in quell’istante di stasi, in quella sospensione dove l’animasi fa cassa di risonanza, permettendo di sostare nel cuore stesso dell’esistenza con la meraviglia limpida di chi ha attraversato il dolore e la noia per ritrovare la via di casa.

 

D.C.

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