Tutti i manifestanti che da oltre due settimane scendono in piazza contro il regime iraniano rischiano ora di essere trattati come “nemici di Dio”, una qualifica giuridica che in Iran comporta la pena di morte. A dichiararlo è stato il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad, le cui parole sono state rilanciate dai media statali iraniani e riportate anche da fonti internazionali. Secondo Azad, l’accusa di mohareb non riguarderà soltanto coloro che il regime definisce “rivoltosi” o “terroristi” accusati di danneggiare beni pubblici o mettere a rischio la sicurezza nazionale, ma verrà estesa anche a chiunque offra loro supporto, diretto o indiretto. Il procuratore ha inoltre invitato le procure a velocizzare i procedimenti giudiziari e a non mostrare “alcuna clemenza, compassione o indulgenza” nei confronti degli imputati.
Nel frattempo, il bilancio della repressione appare sempre più drammatico. Secondo quanto riferito dal Guardian, a Teheran numerosi manifestanti sarebbero stati colpiti da armi da fuoco. Testimonianze raccolte sul posto parlano di cecchini posizionati sui tetti e di centinaia di corpi nelle strade. Un attivista ha raccontato di aver assistito a sparatorie indiscriminate contro la folla, descrivendo un numero di vittime “molto elevato”.
Sul piano militare e della sicurezza interna, la tensione è ulteriormente salita. L’ayatollah Ali Khamenei avrebbe disposto per i Guardiani della Rivoluzione uno stato di allerta superiore persino a quello adottato durante il conflitto di giugno con Israele e i raid statunitensi. Lo riferisce il Telegraph, citando fonti interne alla Repubblica islamica, secondo le quali il leader supremo avrebbe ordinato ai Pasdaran di mantenere il massimo livello di prontezza operativa. Khamenei, sempre secondo queste fonti, si affiderebbe quasi esclusivamente ai Guardiani della Rivoluzione, ritenendo minimo il rischio di defezioni al loro interno, a differenza di quanto avvenuto in passato in altri apparati dello Stato. Una scelta che conferma come il destino del regime sia ormai strettamente legato alla repressione militare delle proteste e al pugno di ferro contro ogni forma di dissenso.

