Articolo di D.C.
Un metronomo mefitico scandisce i cicli della geopolitica atlantica: ogni volta che i margini della diplomazia si assottigliano, i laboratori dell’allarmismo mettono a punto un copione catastrofico. L’ultimo saggio di questa ingegneria della paura vede la CIA ammonire Madrid, Parigi e Roma. Nei cieli del Mediterraneo si profilerebbe l’ombra spettrale di sciami di droni russi — i modelli Gerbera, con un raggio d’azione di ben 600 chilometri — pronti a decollare direttamente da navi mercantili per violare il ventre molle d’Europa. Un teorema da bollettino di guerra che trasforma improvvisamente le nostre coste in una propaggine avanzata del fronte orientale.
Dietro la cortina fumogena dei dossier riservati e dei vagiti d’allerta, la realtà somiglia molto di più a un artificio retorico che a una congiura balistica imminente.
Raccontare i recenti sussulti dell’intelligence come il tassello di un asse occulto — una presunta intesa bilaterale tra Stati Uniti e Russia ordita per commissariare o umiliare l’Europa — è una comoda mistificazione.
Non esiste alcun complotto d’oltreoceano per impedire all’Europa di emanciparsi: a frenare l’autonomia del Vecchio Continente non è una cabina di regia americana, quanto piuttosto la remissività con cui le classi dirigenti europee si consegnano spontaneamente agli Stati Uniti. D’altronde, senza i sistemi di difesa e l’ombrello strategico di Washington, Kiev sarebbe capitolata davvero in tre giorni sotto i colpi dell’invasione. Gli Stati Uniti gestiscono una realtà militare che l’Europa non ha mai avuto la forza o la volontà di sostenere in proprio, come palesato dai falchi del riarmo i quali hanno confermato il primato di Zio Sam come partner.
È in questo scenario che va ricollocato il viaggio furtivo del direttore della CIA John Ratcliffe a Mosca. Lontano dalle letture cospirazioniste, quella missione ha assunto i contorni di una mediazione d’alto rango per conto dell’Eurozona: un’incursione diplomatica sotterranea in cui i vertici dell’intelligence americana hanno dovuto chiedere garanzie stringenti sui confini dei paesi NATO, tentando di arginare un’escalation che la stessa Casa Bianca comincia a tollerare a fatica.
Ma la diplomazia sotterranea cammina a braccetto con la propaganda interna. Ed è qui che si innesta la profezia dei droni fantasma nel Mediterraneo: un allarmismo che non fotografa una minaccia imminente, bensì giustifica una necessità strutturale, ovvero il proseguimento di un’economia di guerra.
Per piegare le priorità di bilancio, drenare risorse dal welfare e imporre piani di spesa militare faraonici, occorre un clima di costante asfissia emotiva. La paura del drone invisibile che solca i mari serve a legittimare contratti miliardari per la cybersecurity, sistemi anti-drone e la militarizzazione dei porti, imbavagliando qualsiasi dissenso sotto il ricatto della sopravvivenza. Ci viene chiesto di interiorizzare il dogma della spesa bellica come unico viatico di salvezza, agitando lo spauracchio del barbaro alle porte.
Ipotesi ardite come questa poggiano del resto su una logica capovolta. Colpire direttamente potenze come Spagna, Francia o Italia equivarrebbe a varcare quella soglia di non ritorno che trasformerebbe una guerra per procura in un conflitto totale, un azzardo che Mosca sa di non poter compiere senza innescare la propria dissoluzione.
Si insiste su questa minaccia asimmetrica perché funzionale a un disegno di governo interno all’Occidente: mantenere l’opinione pubblica in uno stato di perenne allerta e normalizzare imminenti scontri con areali più esotici, vedi Cina e Taiwan. Non siamo di fronte a una premonizione, ma all’ennesimo saggio apologetico, pensato per abituare le nostre democrazie a convivere con lo stato d’eccezione – Carl Schmitt insegna – e a considerare l’ansia collettiva come il pilastro irremovibile del PIL.

