Skip to content

La morte in autoplay: dentro la pornografia del dolore

Articolo di D.C.

C’è una cattiva creanza, secondo cui la morte smette di essere la fine della vita terrena e diventa semplicemente un contenuto in autoplay. Succede quando scorriamo la bacheca dello smartphone e, tra un reel leggero e una pubblicità, compare l’agonia in diretta di una persona sconosciuta. Non c’è più spazio per il silenzio o per la pietà: la tragedia viene servita in alta definizione, pronta per essere consumata, giudicata e archiviata nello spazio di tre secondi.

È il trionfo di quella che la critica culturale definisce da tempo “pornografia del dolore“: lo sfruttamento sistematico e spettacolare della sofferenza umana ridotta a merce digitale e pettegolezzo. Ma la vera mutazione antropologica non sta tanto nel fatto che la crudeltà venga esibita — la televisione ci aveva già abituati ai plastici e ai talk show del cordoglio — quanto nella capillarità e nell’intrusività dei social media, capaci di trasformare ogni utente in un anello di una catena di montaggio dell’orrore.

Il caso limite, ormai drammaticamente frequente, è proprio quello della famiglia che apprende della morte improvvisa di una figlia scorrendo una bacheca, perché il video della tragedia ha corso più veloce delle autorità e della decenza. È il punto di rottura definitivo: la tecnologia che prometteva di connetterci tutti finisce per recidere il più elementare dei legami umani, calpestando la dignità del lutto e sostituendo il rispetto con la perversione.

Perché accade? Perché si continua a guardare, a condividere, a fare di una tragedia un trend?

La risposta affonda le radici in un cinismo diffuso e in un iper-razionalismo freddo e calcolatore, che riduce l’esistenza a metrica, a dati da analizzare, a performance algoritmica. In questo schema, la morte perde ogni sacralità e diventa un evento statistico o un picco di engagement. A questo si aggiunge la spettacolarizzazione permanente, che trasforma ogni dramma in una fiction di cui siamo contemporaneamente giudici e spettatori, e un’assuefazione di massa che ha logorato la nostra soglia di reazione. Più la violenza si fa spessa e ravvicinata, più la nostra empatia si spegne, richiedendo dosi sempre maggiori di orrore per destare la nostra attenzione.

A muovere i fili c’è anche la biomeccanica della nostra attenzione: la dopamina. I social media replicano il meccanismo delle slot machine. Ogni volta che facciamo scroll, il nostro cervello sperimenta l’attesa di una ricompensa imprevedibile. Un contenuto a forte impatto emotivo garantisce un picco di stimolazione immediata. Per chi pubblica, la valuta di scambio sono i numeri; per chi guarda, è la scarica effimera di un’emozione forte che interrompe la noia del flusso.

In questo loop, la distanza digitale ci protegge dal sangue reale, dagli odori, dalle urla vere, riducendo un’esistenza spezzata a una figurina da consumare e archiviare, giusto il tempo di scivolare al video successivo. Siamo diventati spettatori, registi e distributori inconsapevoli di un circo macabro in cui la morte altrui è il carburante che tiene accesi i server. Fino a quando non saremo noi, o qualcuno a noi caro, a finire in quel tritacarne digitale.

Recuperare un briciolo di umanità in questo scenario non significa solo invocare regole più rigide o algoritmi meno predatori da parte delle piattaforme — sebbene non sia più rinviabile un intervento normativo netto contro la mercificazione del dolore. Richiede soprattutto un sussulto culturale e spirituale: reimparare il valore del silenzio, rifiutare il voyeurismo del lutto altrui e ricordarsi che dietro ogni pixel c’è una vita che merita rispetto, non un like.

VeritasNews24 è un Quotidiano Online Registrato al Tribunale di Reggio Calabria n°7 del 28/09/2015

Editrice di VeritasNews24 è la TXT Soc. Coop. Soc.

sita a Reggio Calabria in Via Trapani Lombardo, 35 – 89135 – Reggio Calabria

contatti

REDAZIONE@VERITASNEWS24.IT   –    0965.371156

©2021 veritasnews24 – tutti i diritti sono riservati – SITO WEB REALIZZATO DA TXT COMMUNICATION