Articolo di D.C.
I commentatori e gli analisti di geopolitica di fede europeista, ultimamente, evocano uno spirito guerriero, un dovere morale e una chiamata alle armi per difendere i valori della civiltà. Questa narrazione patriottica e mitologica serve unicamente a imporre una visione falsata e manichea del conflitto russo -ucraino, che trasforma la dura realtà della guerra in una favola edificante in cui si combatte per puri ideali aristocratici, azzerando ogni input di lucidità.
La propaganda maschera un cinico affare finanziario che si regge su un debito losco. Il nostro Paese contrae un prestito di circa otto miliardi di euro attraverso i meccanismi comunitari: un’operazione che significa indebitare direttamente lo Stato e caricare il peso del capitale e dei relativi interessi futuri interamente sulle spalle dei contribuenti. È il paradosso grottesco di una classe dirigente che blatera incessantemente di “autonomia strategica europea” e di sovranità continentale, salvo poi correre a rafforzare i contratti d’approvvigionamento con i colossi d’oltreoceano, legando a doppio filo la sicurezza di casa nostra alle decisioni di Washington. Questo fiume di denaro pubblico esce dalle casse nazionali per finire nei bilanci dei grandi conglomerati produttivi, alimentando commesse milionarie per l’acquisto di radar, sistemi missilistici avanzati come i SAMP/T e piattaforme pesanti che arricchiscono le filiere di competenza estera e interna.
Nei reparti operativi, la situazione smentisce in modo drammatico qualsiasi celebrazione eroica. La fanteria affronta il terreno e le missioni con equipaggiamenti cronicamente inadeguati, budget ridotti all’osso per l’addestramento quotidiano e una penuria strutturale di risorse vive che mortifica la dignità del personale. Parallelamente, le caserme e i comandi falliscono sistematicamente nel reclutare e trattenere figure tecniche indispensabili nei conflitti moderni, come ingegneri cibernetici, analisti di dati e specialisti dei velivoli senza pilota, perché l’apparato militare offre compensi del tutto non competitivi rispetto al settore privato e un’organizzazione formativa obsoleta.
Si spende una marea di risorse per alimentare una catena tecnologica di vertice, lasciando però chi veste l’uniforme privo delle tutele necessarie per sopravvivere sul campo. Questo non costituisce un teatro di valori superiori, bensì una transazione commerciale spietata e una speculazione calcolata sulla pelle di chi combatte. Si monetizza la distruzione e si converte la vita dei soldati nel dividendo silenzioso di un comparto industriale intoccabile, adoperando la menzogna patriottica come alibi morale per giustificare flussi di denaro che arricchiscono le aziende sulla carne di chi muore, nonché per salvare la baracca senza capo né capo né coda dal nome “Unione Europea”.
E chi si oppone a questa mangiatoia viene definito “pacifinto, disertore, vigliacco, collaborazionista”, il più delle volte da coloro che, un’arma, l’hanno impugnata solo al poligono o – peggio – alla festa di paese, o da chi ha fatto qualche rissa e adesso si sente Achille piè veloce.
Il tutto nella cornice di un’operazione apologetica di matrice certamente “operativa”. L’Italia subisce ancora ingerenze che gravano sulla nostra indipendenza a tutela della dominazione atlantica e la morsa sembra ancora irriducibile.
Non è questione di appoggiare un blocco o un altro, ma di cavalcare la tigre, con sapienza e competenza, a nostro favore; ovviamente con interpreti idonei.

