Parlare di multiproprietà nel calcio italiano evoca immediatamente fantasmi, diffidenze e timori di subalternità. Le recenti vicende di Bari e i ricordi legati al trust della Salernitana spingono tifosi e addetti ai lavori a guardare con sospetto all’ingresso di Claudio Lotito nella Reggina. È una reazione umana, figlia di un racconto mediatico che ha dipinto la doppia proprietà come un peccato originale. Durante la conferenza stampa tenutasi ieri in un Granillo carico e in leggera trepidazione, Lotito ha posto la questione sul piano del dibattito sistemico: in Europa i modelli di multi-ownership (dal City Football Group alle galassie americane) sono la norma e generano valore economico, sinergie e valorizzazione dei giovani. Sostenere il ripristino o la revisione della regola non significa svilire la Reggina a “squadra B”, ma proporre una visione in cui la flessibilità normativa tutela gli investimenti nei territori anziché soffocarli.
La realtà, spogliata dal pregiudizio, racconta una storia diversa.
Bisogna ricordare da dove si parte. Piazze blasonate finite nel baratro del dilettantismo non hanno bisogno di illusioni vacue, ma di sostenibilità, solidità finanziaria e competenza gestionale.
Il “Caso Salernitana”: Dalla rinascita dai dilettanti al nodo della Serie A
Nel 2011, a seguito del fallimento del Salernitana Calcio 1919, la città di Salerno si ritrovò senza una squadra nei campionati professionistici. Claudio Lotito, insieme al cognato Marco Mezzaroma, rilevò il titolo sportivo fondando il Salerno Calcio (poi rinominato U.S. Salernitana 1919) per ripartire dalla Serie D. In quella fase, l’intervento di Lotito fu visto come un’ancora di salvezza indispensabile: un imprenditore di Serie A che metteva a disposizione liquidità, struttura societaria e credibilità finanziaria in un momento di totale azzeramento. Dal punto di vista puramente aziendale e sportivo, la gestione Lotito-Mezzaroma ha rappresentato un modello di efficienza: In dieci anni, la Salernitana è salita dalla Serie D alla Serie A (vincendo la Serie D, la Seconda Divisione di Lega Pro, la Coppa Italia di C e ottenendo la promozione diretta dalla Serie B nel 2020-2021); inoltre, Il club è stato gestito mantenendo i conti in ordine, sfruttando sinergie di mercato e prestiti senza generare i debiti devastanti che avevano causato i precedenti fallimenti. Il problema esplose nel maggio 2021 con la promozione in Serie A. L’articolo 16-bis delle NOIF vietava tassativamente la partecipazione allo stesso campionato di due club controllati dallo stesso proprietario (o da parenti entro il quarto grado). Per consentire l’iscrizione della Salernitana alla Serie A 2021/2022, le quote societarie furono affidate a un trust indipendente con il compito tassativo di vendere il club entro sei mesi (31 dicembre 2021), pena l’esclusione dal campionato Il club venne infine acquistato all’ultimo minuto utile dall’imprenditore Danilo Iervolino per circa 10 milioni di euro, una cifra ritenuta da Lotito nettamente inferiore al reale valore di mercato della società.
L’esperienza di Lotito a Salerno funse da motore che ha trainato un club dai dilettanti fino alla vetrina della Serie A. Definire quel percorso un fallimento significa ignorare la storia del campo. Se si guarda alla storia senza preconcetti, la gestione di Lotito a Salerno non è stata una limitazione, ma una cavalcata vincente: dall’Eccellenza/Serie D fino alla Serie A. Parlare di “fine tragica” per la Salernitana significa scambiare il fisiologico (e normativamente imposto) momento della vendita con il percorso, che ha riportato Salerno ai vertici del calcio italiano dopo decenni.
Il caso Bari / De Laurentiis.
La contestazione della piazza pugliese verso la famiglia De Laurentiis nasce dal timore di percepire il club come una “succursale” o un serbatoio di passaggio a favore del Napoli, limitato nel potenziale di crescita dal divieto di convivenza nella stessa categoria. Tuttavia, non si può paragonare l’intervento di Lotito a una semplice manovra speculativa.
In piazze ferite da fallimenti reiterati, la presenza di un solido imprenditore industriale garantisce solvibilità, liquidità e credibilità istituzionale. Senza un investitore strutturato, piazze storiche rischiano l’oblio o l’instabilità permanente.
Le parole del patron biancoceleste in conferenza stampa aprono un dibattito di politica sportiva che travalica il singolo club. Mentre nel resto d’Europa (esempio lampante la Premier League), la gestione integrata di più società rappresenta una leva fondamentale per attrarre capitali e valorizzare giovani talenti, l’Italia rischia di arroccarsi su divieti rigidi che spesso condannano i territori al vuoto societario, o su mistificazioni che attribuiscono a un determinanti sistema i fallimenti dei singoli soggetti.
La Reggina non ha bisogno di essere “salvata” per finta, ma di basi strutturate per tornare grandi. Giudicare un progetto industriale prima ancora che sia partito significa confondere la tutela formale delle regole con il bene reale del patrimonio sportivo di una città.

