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La schiavitù non è finita: dalla memoria della Calabria alla tratta di persone, una sfida ancora aperta per l’umanità

Il 30 luglio si celebra la Giornata Mondiale contro la Tratta di Persone, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2013 per richiamare l’attenzione su una delle più gravi violazioni dei diritti umani del nostro tempo. Milioni di persone continuano a essere reclutate, trasferite e sfruttate attraverso reti criminali che trasformano la vulnerabilità in profitto, alimentando una moderna forma di schiavitù.

Questa tragedia non appartiene soltanto al presente. Anche la Calabria conserva nella propria memoria una pagina significativa della storia mediterranea. Tra il IX e il XVII secolo, le incursioni dei corsari saraceni e ottomani colpirono ripetutamente le coste calabresi, dove intere comunità furono saccheggiate e numerosi uomini, donne e bambini vennero catturati e deportati nei mercati degli schiavi di Algeri, Tunisi e Costantinopoli. Le torri costiere che ancora oggi caratterizzano il litorale regionale furono costruite proprio per avvistare le flotte nemiche e proteggere la popolazione da queste razzie.

Tra le vicende più emblematiche vi è quella di Giovanni Dionigi Galeni, nato a Le Castella nel 1519. Catturato in giovane età dai corsari ottomani, fu ridotto in schiavitù sulle galee, si convertì successivamente all’Islam e divenne Uluç Ali Pascià, uno dei più influenti ammiragli dell’Impero Ottomano e protagonista della battaglia di Lepanto del 1571. La sua storia testimonia quanto profondamente il fenomeno della tratta abbia segnato anche il Mezzogiorno d’Italia.

 

La schiavitù ha accompagnato l’intera storia dell’umanità, dalle civiltà dell’antico Oriente e del mondo classico fino alla tratta transatlantica che, tra il XVI e il XIX secolo, deportò milioni di africani nelle Americhe. L’abolizione giuridica della schiavitù non ne ha però cancellato le dinamiche: oggi il controllo delle persone si manifesta attraverso forme di sfruttamento meno visibili, ma altrettanto violente.

Il Protocollo di Palermo delle Nazioni Unite del 2000 definisce la tratta di persone come il reclutamento, il trasporto, il trasferimento o l’accoglienza di individui mediante violenza, minaccia, inganno o abuso di una condizione di vulnerabilità, con finalità di sfruttamento. Tra le principali forme figurano il lavoro forzato, lo sfruttamento sessuale, l’accattonaggio organizzato, i matrimoni forzati, il reclutamento di minori nei conflitti armati e il traffico illecito di organi.

Le evidenze scientifiche confermano la gravità delle conseguenze. Gli studi di medicina, psicologia, criminologia e neuroscienze mostrano che le vittime sviluppano frequentemente disturbo da stress post-traumatico, depressione, ansia, disturbi dissociativi e patologie fisiche legate alle violenze subite. I traumi prolungati alterano i meccanismi neurobiologici della risposta allo stress, rendendo indispensabili percorsi di assistenza sanitaria, sostegno psicologico, tutela legale e reinserimento sociale.

La tratta di esseri umani rappresenta oggi una delle attività illecite più redditizie al mondo. Le organizzazioni criminali sfruttano povertà, conflitti, migrazioni forzate, discriminazioni, violenza di genere, crisi umanitarie e nuove tecnologie per reclutare persone vulnerabili con false promesse di lavoro o di una vita migliore. Nessun Paese può considerarsi estraneo a questo fenomeno, che coinvolge territori di origine, transito e destinazione.

La risposta richiede cooperazione internazionale, strumenti investigativi efficaci, protezione delle vittime e politiche capaci di ridurre le condizioni che favoriscono lo sfruttamento. Accanto all’azione delle istituzioni, è fondamentale il contributo della società civile nel promuovere una cultura fondata sul rispetto della persona e dei suoi diritti.

La Giornata Mondiale contro la Tratta di Persone invita a guardare oltre i numeri e le statistiche, ricordando che dietro ogni vittima vi è una storia di libertà negata. La memoria delle deportazioni che hanno interessato anche la Calabria dimostra che la schiavitù non è soltanto un capitolo del passato, ma una realtà che continua a evolversi. Conoscerne la storia significa comprendere meglio il presente e rafforzare l’impegno affinché nessun essere umano possa essere ridotto a merce.

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