La giustizia, quando si tinge di vocazione e non si riduce a mera burocrazia, è un esercizio di altera solitudine. Come ricordava un celebre ritratto del giudice, a chi siede in un’aula di tribunale resta soltanto il peso delle proprie scelte, il confronto con le verità sfuggite, il pianto degli innocenti e la protervia dei malvagi. A questo destino di isolamento si sono votati i martiri della nostra storia contemporanea, uomini che, rifiutando la comoda neutralità degli azzeccagarbugli, hanno scelto di servire lo Stato con la schiena dritta.
La tragica vicenda di Antonino Scopelliti, che oggi ricordiamo a trentacinque anni esatti dalla sua uccisione, è speculare a quella di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte, a Scopelliti spettava un compito storico. Avrebbe dovuto rappresentare la pubblica accusa nel rigetto dei ricorsi in Cassazione per il primo Maxiprocesso a Cosa Nostra, confermando le pesanti condanne inflitte ai vertici della cupola mafiosa e blindando il monumentale lavoro istruttorio dei giudici palermitani. La mafia comprese che l’unico modo per fermare quella valanga era eliminare l’uomo che ne avrebbe suggellato la fine, orchestrando una sinergia criminale in cui la ‘Ndrangheta calabrese divenne il braccio esecutore per conto di Cosa Nostra.
La libertà non è mai una scelta passiva. In questo teatro bellico che è la storia, la libertà è una conquista. E in questa battaglia, la giustizia non può più permettersi di essere un feticcio da esibire nelle ricorrenze, né tantomeno una macchietta stanca e inefficace. Deve tornare a essere ciò per cui Scopelliti ha sacrificato la vita, ovvero un fronte per l’attivismo più intransigente, una trincea presidiata da chi rifiuta ogni compromesso.
Il cambiamento non può essere delegato esclusivamente a chi indossa la toga. Se la nostra terra è stata prosciugata da un parassitismo mafioso tollerato troppo a lungo, alimentato da rassegnazione e ostracismo culturale, è perché è mancata quella tensione morale e spirituale capace di arginarlo. La civiltà ha bisogno di sentinelle, non di sudditi.
Il cittadino deve smettere di essere un osservatore distaccato e farsi presidio costante, custode intransigente del vivere civile.
Se il lavoro di Scopelliti fosse giunto a compimento, oggi avremmo una terra meno segnata da quel latifondismo criminale che buona parte della popolazione subisce ancora oggi come un habitus. A trentacinque anni da quel giorno, onorare la sua memoria significa uscire dalla paralisi: la legalità, non il legalismo, si tutela ogni giorno con lo sguardo vigile, rigettando il torpore che costituisce un’ostica alleata della prepotenza mafiosa.

