Nella storia – come organismo vivente – esistono dei traumi, dei punti di rottura che sconvolgono il tessuto umano e sociale di un territorio.
È curioso come in patria nostra la rivolta, che ebbe una portata rivoluzionaria di livello europeo, sia così sottovalutata. Lasciamo perdere, anzitutto la malafede di oppositori che usano il feticcio della ‘ndrangheta per screditare l’evento. Meritano meno di una pernacchia.
Proprio dall’estero si ha avuto invece una comprensione più lucida dei Moti, inquadrati come fenomeno locale, nazionale e addirittura continentale, perché spinto da uno slancio identitario simile, ad esempio, alle rivolte di Budapest e Praga, dove l’avversario era sempre uno stato centrale ingiusto. Ed è qui che si rivelano gli animi, divisi tra collaborazionisti e combattenti, secondo le dinamiche di una vera e propria guerra civile.
Benché si sia tentato, in passato ed oggi, di transitare la Storia sotto il vaglio dei tribunali, gli effetti sono ancora sotto gli occhi vigili: la sottrazione del capoluogo ha avuto un effetto depressivo, narcotizzante e ha incattivito la città nel senso puramente etimologico della cattività; l’ha spogliata di ambizione e livellata al ruolo di “paesino extra large”.
Come se il sangue versato dai nostri concittadini uccisi Bruno Labate, Angelo Campanella, Carmine Jaconis fosse stato congelato dall’apatia e dalla rassegnazione.
Si apprezza, ad ogni modo, lo spirito di iniziativa del nuovo Sindaco Francesco Cannizzaro il quale, in prima persona, ha deciso di presenziare alla stele di Ciccio Franco per deporre un omaggio floreale; un gesto che ha la valenza del fiore che sboccia dal cemento. Da piccoli passi la rivoluzione riprende a correre.

