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L’emergenza invisibile: perché curare chi cura è diventata una missione

Articolo di D.C.

Troppo spesso il camice bianco o la divisa blu si tramutano in un bersaglio. I dati sulle aggressioni e sui maltrattamenti ai danni del personale sanitario, con particolare riferimento agli infermieri, restituiscono l’immagine di un sistema sanitario sull’orlo di una crisi di nervi. Derubricare questi episodi a mere bravate o a problemi di ordine pubblico costituisce un errore miope. Quello a cui assistiamo rappresenta il sintomo di una frattura profonda tra la retorica del sistema sanitario d’eccellenza e la cruda realtà di chi quel sistema lo sostiene quotidianamente, spesso a mani nude.

C’è un cortocircuito inaccettabile nel modo in cui la nostra società tratta gli infermieri. Da un lato la normativa riconosce pienamente l’autonomia e la complessità di una professione intellettuale, fondata su un percorso di studi universitario e specialistico. Dall’altro nella pratica quotidiana assistiamo a una svalutazione sistematica del loro ruolo, aggravata da condizioni operative insostenibili. Gli infermieri affrontano quotidianamente un rapporto numerico disperato tra operatori e pazienti, costretti a coprire turni straordinari infiniti, notti consecutive di lavoro e riposi sistematicamente non rispettati a causa delle voragini d’organico. A tutto ciò si somma la piaga costante del demansionamento, che li obbliga a svolgere mansioni estranee al proprio profilo professionale per tappare i buchi di un’organizzazione al collasso. A fronte di competenze elevate, responsabilità enormi e salari tra i più bassi d’Europa, questa mortificazione sistematica alimenta un logoramento psicologico e fisico devastante.

Le corsie d’ospedale e i reparti di emergenza-urgenza si sono trasformati in luoghi di frontiera. La stragrande maggioranza delle aggressioni — prevalentemente verbali, accompagnate da una preoccupante deriva fisica che colpisce soprattutto le donne e il personale più giovane — trae origine da precise criticità strutturali. Dietro la rabbia dell’utente o del familiare esasperato si celano sempre le cicatrici di un welfare in affanno, oppure una forma mentis deviata: liste d’attesa interminabili, pronto soccorso ridotti a sale d’attesa permanenti, carenze croniche di organico, ma anche culto della prepotenza, del vizio o del privilegio. L’infermiere finisce così per agire da primo ammortizzatore o capro espiatorio. Costituisce il volto più vicino al cittadino e per questa ragione diventa il bersaglio più facile. Quando un paziente rimane senza risposte per ore, il grido di dolore si trasforma in violenza, e a pagarne le conseguenze è chi si trova in prima linea a gestire l’emergenza privo di risorse adeguate.

Le recenti strette legislative e l’inasprimento delle pene per chi aggredisce gli operatori sanitari rappresentano un segnale politico doveroso, mentre la deterrenza penale da sola risulta insufficiente a curare le radici del male. Diventa indispensabile un cambio di rotta culturale e strutturale radicale. La politica e la società devono scegliere se investire realmente sulla sanità pubblica o se continuare a eroderla, condannando i professionisti alla solitudine operativa. Rispettare realmente gli infermieri significa assumere personale per ristabilire un rapporto sicuro tra infermieri e pazienti, cancellare turni massacranti e garantire il rispetto rigoroso dei riposi, fermare ogni forma di abuso restituendo pieno valore alle competenze specialistiche, adeguare concretamente i salari alla reale complessità della professione, e restituire piena dignità al lavoro di cura, smettendo di considerare la sanità un costo da tagliare e tornando a riconoscerla come il pilastro fondamentale della coesione sociale.

Bistrattare chi si prende cura degli altri significa minare le fondamenta stesse della nostra civiltà. Se la cura si ammala di violenza e abbandono, a perdere non risulta soltanto la categoria degli infermieri, bensì l’intera collettività.

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