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L’estate di pietra della Calabria: se la gelosia diventa possesso

Articolo di L. M.

 

Tra pietre e fughe disperate, i delitti di Ferragosto nel Cosentino smascherano l’illusione dell’emergenza: non è follia isolata, ma il fallimento culturale di una terra in cui il possesso si fa ancora sangue.

 

C’è una ferocia arcaica che continua a sfigurare la Calabria, una violenza che non si cura delle stagioni e che quest’anno ha scelto proprio i giorni di Ferragosto per ricordare all’Italia intera quanto sia profonda, e drammaticamente strutturale, la piaga del femminicidio. Nel giro di poche ore, la provincia di Cosenza è diventata il palcoscenico di un orrore rurale e cittadino che demolisce ogni retorica estiva, restituendoci l’immagine di una terra in cui il corpo delle donne è ancora considerato un territorio di conquista, possesso e, all’occorrenza, distruzione.

I fatti parlano la lingua primordiale del sangue. Ad Amendolara, la quarantaseienne Ornella Forastefano è morta per le conseguenze di una “inaudita e spropositata violenza”, dopo essere stata lasciata agonizzante davanti all’ospedale di Trebisacce, prima che il suo compagno tentasse una disperata fuga verso l’Albania, interrotta al porto di Bari dall’intervento dei Carabinieri. Nemmeno il tempo di elaborare il lutto e, nel Cosentino, a Corigliano-Rossano, la settantaduenne Carmela Bifano è stata uccisa in un agrumeto. Il marito, dopo aver inizialmente raccontato di due misteriosi aggressori in fuga, ha poi ammesso le proprie responsabilità: avrebbe usato delle pietre per spegnere la vita della donna che gli camminava a fianco da una vita.

È fin troppo facile catalogare tutto questo sotto la voce del “raptus”, della follia isolata, o peggio, di una subcultura d’altri tempi legata all’isolamento geografico. Ma la verità è un’altra, ed è molto più scomoda. Come è stato sottolineato anche a livello istituzionale di fronte a questa “carneficina che ferisce la Calabria”, non siamo di fronte a un’emergenza estiva, ma a un totale fallimento culturale. Le oltre 1.300 chiamate registrate nell’ultimo anno al numero antiviolenza 1522 nella sola regione non sono solo numeri: sono il termometro di un terrore quotidiano, silenzioso, che abita nei salotti, nelle cucine e nei campi della nostra normalità. Di fronte a questa realtà, l’assessora regionale alle Pari Opportunità e al Welfare, Pasqualina Straface, sottolinea la necessità di una vera svolta culturale, fondata soprattutto sulla prevenzione e sulla capacità di intervenire prima che i segnali di violenza si trasformino in tragedia. Da donna e da cittadina calabrese, oltre che da rappresentante delle istituzioni, afferma di sentire il dovere di non accettare come inevitabile questa drammatica catena di femminicidi e violenza.

«La Regione Calabria ha scelto di fare la propria parte senza riserve», afferma l’assessore, ricordando il rinnovamento, dopo vent’anni, della normativa regionale e l’approvazione di un Piano triennale da oltre 8 milioni di euro destinato a rafforzare la rete dei 13 Centri antiviolenza e delle 11 Case rifugio presenti sul territorio. Un impegno che punta a trasformare l’indignazione di fronte alle tragedie in strumenti concreti di prevenzione, protezione e sostegno alle donne. Secondo Straface, la violenza può cambiare forma e strumento, ma conserva la stessa radice: la «malata pretesa di possesso» e «l’incapacità di accettare la libertà femminile».

Uccidere a colpi di pietra non è un gesto improvviso: è l’ultimo atto di una catena di controllo ossessivo, gelosia tossica e silenzio complice. Quando persino la Chiesa locale, attraverso la voce di monsignor Savino, si ritrova a invocare un “esame di coscienza collettivo” sulle parole e sui gesti di ogni giorno, significa che il problema non è più solo giudiziario o di ordine pubblico. È un problema di alfabetizzazione emotiva.

Finché continueremo a stupirci del sangue solo quando macchia le pagine dei giornali, senza decostruire quel senso di proprietà che troppi uomini ancora nutrono verso le donne, le pietre di Corigliano-Rossano continueranno a pesare sulla coscienza di tutti. La Calabria non ha bisogno di nuove leggi securitarie da sbandierare nei talk show; ha bisogno di sradicare la convinzione, antica e dura a morire, che il rifiuto di una donna valga meno della vita stessa.

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