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L’eterno ritorno di Davide contro Golia

Quando Berlino si tinse di azzurro

Oggi è tempo che tutti gli italiani rispolverino l’album di famiglia e lo aprano in data 9/07/2006: quel giorno Berlino, l’Italia, il cielo e il mondo si tinsero di azzurro. La mezzanotte di oggi ha dato inizio ad una giornata di ricordo, quella di un Mondiale magico, capace di darci emozioni che poi avremmo potuto riscoprire solo nel più ontano 2021, con la vittoria di un Europeo.
Tante cose sono cambiate da allora, il calcio si è evoluto e la stessa Italia ha perso il monopolio di nazione più talentuosa del panorama calcistico mondiale. Ma già allora sapevamo tutti di star assistendo ad un’ impresa, degna delle 12 fatiche di Eracle.
L’Italia arrivava in quel di Berlino con la testa più pesante delle valigie, schiacciata dall’ ombra mediatica di Calciopoli, nonché dalle aspettative altissime che non mancano mai in un club di prestigio. Era il mondiale del Brasile del Joga Bonito, dell’ultimo canto di Zidane (e per tutti gli amanti del calcio viene da dire ” purtroppo”) e dell’esordio di un giovane Cristiano Ronaldo, che da lì a poco, avrebbe scalato la vetta dell’ Olimpo del Calcio. Nella formazione di Lippi il talento mica mancava; dalla porta all’ attacco, l’11 titolare dell’ Italia era una vera corazzata, desiderosa di riscattare la spregevole eliminazione subita nell’ edizione precedente in Corea Del Sud/Giappone 2002. Eppure, a detta dei media stranieri, mancava qualcosa; l’Italia non veniva considerata favorita ed era destinata ad una triste eliminazione. Si sa, però, che nel calcio le parole contano fino ad un certo punto, alla fine è il pallone a vestirsi da dea bendata e decretare chi ha ragione e chi ha torto e, con noi, quella volta fu più gentile che mai.
Il cammino degli Azzurri nel 2006 è stato un crescendo rossiniano, un’avventura in sette atti dove ogni partita ha aggiunto un mattoncino a un’impresa leggendaria. L’esordio è morbido ma deciso: 2-0 al Ghana con i gol di Pirlo e Iaquinta. La seconda partita contro gli Stati Uniti (1-1) è una battaglia feroce, segnata dall’espulsione di De Rossi e dall’autogol di Zaccardo (l’unico gol su azione subito dall’Italia in tutto il torneo). La qualificazione si blinda contro la Repubblica Ceca (2-0) grazie alle reti di Materazzi e Inzaghi in contropiede.

Contro l’Australia agli ottavi tocchiamo il dramma: Materazzi viene espulso all’inizio del secondo tempo e giochiamo in dieci. La risolve Fabio Grosso, che al 95° si procura un calcio di rigore sacrosanto, trasformato con freddezza glaciale da Francesco Totti. I quarti contro l’Ucraina sono accademia: un netto 3-0 firmato da Zambrotta e da una doppietta di Luca Toni.

La Semifinale è il capolavoro di Dortmund. Alle volte il fato si diverte a scrivere tragicommedie con gli uomini come protagonisti; in semifinale affrontiamo i padroni di casa, animati da un’aria di confidenza che già dalla vigilia della partita li ha trasportati con la testa a Berlino; la verità è un’altra però: prima della finale c’è un’ ultima partita da disputare. L’Italia lo sapeva ed è stata magnifica, unica, inimitabile. Gli azzurri giocano una partita perfetta contro i padroni di casa della Germania: centoventi minuti di intensità pura, dominati tatticamente da Lippi che chiude i supplementari con quattro attaccanti in campo.
Al minuto 119, Pirlo inventa un assist cieco per il tiro a giro di Grosso. Un minuto dopo, Cannavaro ringhia a centrocampo, fa ripartire l’azione e Gilardino serve Del Piero per il 2-0 definitivo. La Germania è battuta a casa sua, lo raccontiamo con le stesse parole di un giustamente fomentato Fabio Caressa: “Chiudete le valigie, andiamo a Berlino!”

Poi la finale, il Cielo sopra Berlino.
Se chiedete a qualunque italiano dove si trovasse la sera del 9 luglio 2006, vi saprà rispondere con precisione chirurgica. Ricordiamo il sapore della pizza ormai fredda, il sudore delle magliette incollate alla schiena, il silenzio surreale prima dei calci di rigore. Contro la Francia, inizia in salita: rigore di Zidane dopo pochi minuti. Ma l’Italia reagisce subito con il pareggio di testa di Materazzi. Poi la battaglia fisica, l’espulsione di Zidane nei supplementari per la testata allo stesso Materazzi e, infine, la lotteria dei rigori. Trezeguet colpisce la traversa, mentre gli Azzurri sono infallibili. Il rigore decisivo di Grosso mette la parola fine: l’Italia è Campione del Mondo per la quarta volta nella sua storia.

Per capire la grandezza di quel trionfo bisogna ricordare da dove siamo partiti. Non eravamo i favoriti, o meglio, eravamo i favoriti della cronaca giudiziaria. Invece, in quel fango, Marcello Lippi ha cementato un gruppo d’acciaio. Più cercavano di dividerci, più quei ventitré ragazzi diventavano una cosa sola. Celebrare il ventennale del 2006 non significa solo fare sterile nostalgia. Significa ricordare a noi stessi cosa siamo capaci di fare quando siamo uniti. Quell’Italia calcistica è lo specchio di un’Italia reale: fragile, caotica, spesso litigiosa, ma capace di tirare fuori un orgoglio smisurato e una bellezza commovente quando si ritrova con le spalle al muro.

Oggi il calcio vive di algoritmi, di Expected Goals e di campionati spezzettati su piattaforme streaming. I ragazzini nati in quell’estate magica oggi hanno vent’anni, sono adulti, e quel Mondiale lo hanno vissuto solo attraverso i racconti dei padri o le clip su TikTok. Quel cielo sopra Berlino, vent’anni dopo, è ancora un po’ nostro. E ogni volta che rivediamo scorrere quelle immagini, torniamo tutti ad avere vent’anni di meno, una bandiera sul balcone e la certezza che, alla fine, contro tutto e contro tutti, possiamo vincere noi. Ad oggi, dopo tre Mondiali di fila a casa, dopo un Europeo vinto a Wembley contro l’ Inghilterra, ancora una volta da sfavoriti, è doveroso ricordare che vi fu un tempo in cui il calcio parlava italiano, con la speranza e la fede di assistere brevemente ad altre notti magiche.

V.A

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