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Libertà di stampa o dalla stampa? Crepuscolo del giornalismo

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“La libertà di stampa mi sta bene se è libertà DALLA stampa.” (Carmelo Bene)

Quanto io, tuo ipocrita ammiratore, sento nostalgia dei tuoi epiteti. Il tuo genio ci aveva ammoniti sui limiti e il cattivo gusto indotti dal feticismo per la libertà.

Si rivela sufficiente un titolo di pochi megabyte fissato su una pagina virtuale per inscenare un tribunale ed invogliare le masse a partecipare. Alcuni giornalisti, in merito, sono consapevoli del proprio potere e, talvolta, si dilettano nel manovrare i fili dell’opinione pubblica, ancora inibita da un principio d’autorità radicato nel medioevo.

Così introduco il caso di un pastore cristiano, il quale, offrendo un supporto spirituale, consiglia alla madre di una vittima di pedofilia il perdono del carnefice e, per tale ragione, viene gratuitamente accusato di aver convinto la signora a ritirare la denuncia.

Che piaccia o no un simile indirizzo morale, è il cristianesimo di cui più o meno tutti, in Europa, persino i più laici, ne rivendicano l’eredità.

Ma, riprendendo Carmelo Bene: “‘L’informazione informa ‘i’ fatti, non ‘sui’ fatti.”

Così è avvenuto nei confronti del Consigliere comunale Massimo Ripepi.

Dalla sentenza, infatti, non emerge alcun elemento verbale assimilabile alla persuasione. Non serve essere Kurt Gödel, il più grande logico della storia, per comprendere che l’azione interiore del perdono non coincida necessariamente con una sospensione fattuale dell’intervento di giustizia.

E, infatti, Ripepi non è neanche indagato.

Su questa ambiguità dialogica, però, è intervenuto un noto scribacchino, carico di irriducibili toni moralistici e pregni di quel suprematismo morale riconducibile alla stessa area politica che, su Bibbiano, indulgeva nel silenzio o decantava il più ferreo garantismo.

Anzitutto, il nostro intrepido ha sondato il terreno con un commento legittimo secondo le condizioni della piattaforma, ma contradditorio nella sua essenza, chiedendo “dimissioni qualora fosse verificato il fatto” e, al contempo, puntualizzando con una sonora esclamazione (“Vergogna!”) il proprio giudizio. Peccato che la magistratura avesse già deciso! Da qui, esclusa (sforziamoci!) l’ipotesi di un deficit cognitivo, si deduce il carattere incitativo dell’iniziativa.

Questo incitamento introduce alla seconda fase del modus operandi, dov’egli ha scattato diversi screenshot raffiguranti dei commenti avanzati dai membri della comunità “Gesù Cristo è il Signore” di Catona, con lo scopo di raccogliere i frutti dell’antipatia seminata nel primo intervento.

Lo scontro digitale (ci tengo a puntualizzarlo, perché il prode, attualmente, sembra non essersi mai confrontato apertamente con Ripepi) viene, dopo, trasferito nel suo profilo personale, presso il quale alterna minacce di querela ed ulteriori provocazioni sul filo dell’ambiguità retorica, agghindata da un lessico pedante generalmente utilizzato per intimorire o impressionare l’interlocutore, taggando, in sostegno alla propria crociata, i colleghi e sodali ideologici, e, appellandosi – addirittura – all’Ordine dei Giornalisti.

Nulla di nuovo sotto questo cielo. In radio, soprattutto, pullula di simili esempi. Evidentemente, il prode ha fiutato la chiave di una promettente carriera.

Importante sottolineare come egli scriva: “Allo stesso viene contestato (seppur non indagato) l’aver “suggerito” di ritirare la denuncia del fatto per “evitare” di “rovinare” una famiglia ed i soggetti attori principali della violenza.”, nonostante questo suggerimento non compaia affatto nella sentenza! Egli si è prodigato in un’interpretazione inquadrabile sotto i canoni dell’incitamento all’odio, sicché affianca coscientemente alla figura pastorale di Ripepi l’ombra di un immorale omertoso, sebbene insista con il paravento della formula ipotetica: palese, oltremodo palese, l’espediente del “tira a petra e muccia a manu”.

Premunitevi, cari lettori, di spirito critico, affinché siate capaci di scindere il giornalismo d’inchiesta dal gossip abietto. Oggi è capitato a Ripepi; domani, se intraprendeste un certo attivismo socio-politico sgradito, potrebbe capitare a voi.

Corsi e ricorsi storici, suol dirsi. La ghigliottina (allegoria eh, per i più tonti o in malafede) infatti, si ritorse contro lo spietato Robespierre. Credo che ai dotti invasati dallo stesso giustizialismo, sia banalmente sfuggito.

Alfine, potrete pensare: “Ehi, ma anche tu usufruisci, in questo momento, della stampa!”

Ma io, forte dell’insegnamento ricevuto dal Maestro, “non voglio più essere io”.

DC

 

 

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