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L’illusione europea e la questione dei flussi migratori

La polvere, spazzata con colpevole miopia sotto il tappeto delle cancellerie europee per decenni, ha finalmente invaso la stanza e i flussi migratori imponenti che premono alle frontiere dell’Unione vengono ormai inseriti nel grande scacchiere della guerra ibrida e non convenzionale, dove la pressione demografica e i movimenti di popolazione fungono da leve di destabilizzazione strategica, ma è proprio qui che il discorso pubblico unionista rischia di scivolare in un comodo e pericoloso depistaggio. Una certa vulgata europeista, ossessionata dall’idea di un’autonomia strategica da costruire a tavolino, punta sistematicamente il dito verso l’esterno, volendo pretestuosamente addossare a Mosca e a Washington la responsabilità esclusiva di attaccare il Vecchio Continente tramite i conflitti in Ucraina, nel Sahel e in Medio Oriente, un copione perfetto quanto consolatorio che permette alle classi dirigenti europee di praticare una forma sistematica di auto-assoluzione per giustificare il fallimento clamoroso di politiche inadeguate e incapaci di fare i conti con la realtà strutturale del fenomeno. La dimostrazione plastica di questo cortocircuito è sotto gli occhi di tutti con un’Europa che, incapace di elaborare una visione comune, si trincera dietro la logica dei vasi non comunicanti mentre i paesi membri litigano tra di loro tra recinti di Schengen rimessi in discussione, bracci di ferro sulle quote di redistribuzione e nazionalismi di facciata che riaffiorano non appena la pressione sale. Il vero fallimento, tuttavia, affonda le radici in un errore storico e culturale, ovvero la pretesa di gestire il continente come se fosse un unico Stato federale sul modello statunitense, ignorando che l’Europa non è un melting pot nato dalla tabula rasa, ma un mosaico millenario di stati-nazione, ognuno con confini culturali profondi, memorie storiche specifiche e demografie radicalmente differenti a cui si pretende di imporre dall’alto politiche migratorie uniformi. Quando Bruxelles legifera ignorando le specificità identitarie e territoriali produce inevitabilmente reazioni di rigetto e l’Unione si scopre fragile non solo perché aggredita da attori esterni spregiudicati, ma perché priva di una coesione interna fondata sul rispetto della propria natura profonda. Continuare a giustificare l’immobilismo politico con la foglia di fico della guerra ibrida altrui non salverà l’Europa, perché Mosca, Washington e anche Pechino fanno semplicemente il loro gioco geopolitico, mentre il vero punto cieco è proprio ciò che l’Europa non fa, nascondendo il dito dietro la formula della società aperta che sceglie di non scegliere. Si rivela così per quello che è, un gigante fittizio che fissa la propria identità sul negotium, sulle arti lucrative, fingendosi alternativo al modello statunitense anziché ammettere di non fare altro che imitarlo. Finché l’Unione scambierà la retorica dell’integrazione forzata per governance reale e continuerà a calpestare l’architettura degli stati-nazione che la compongono, rimarrà un gigante economico vulnerabile e politicamente inerme, perché la polvere è ormai sul tavolo e o l’Europa impara a guardarla senza filtri, o rischia di rimanerne soffocata.

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