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Non di questo mondo: La verticalità dello Spirito nella storia dell’uomo

“La linea orizzontale ci spinge verso la materia, quella verticale verso lo Spirito” (Franco Battiato, Inneres Auge)

 

Il processo umano di civilizzazione, nel corso della storia, va di pari passo con la tensione alla verticalità, ovvero al divino, in un lungo sentiero di nostalgica rincorsa a Dio.

I primi grandi monumenti, infatti, le ziqqurat mesopotamiche e le piramidi egizie, furono costruiti proprio con l’intenzione allegorica di avvicinarsi al cielo ed essi avevano funzione religiosa.

L’impronta di Dio nell’uomo vive e sussulta, nonostante il progressivo allontanamento, e lo spinge a creare variegate culture nei tentativi di conciliare materiale e trascendente, come si evince dai riti funebri o dall’equiparazione tra funzioni amministrative e sacre.

Nel nostro continente fioriscono e si evolvono le dottrine platoniche e aristoteliche – dove il concetto di anima trasuda appunto una memoria animica – utilizzate dalle teologie cattoliche e ortodosse sempre per un fine sincretista, da coniugare con la rivelazione cristiana.

Lo sviluppo filosofico stimola ma non risolve i dilemmi spirituali dell’uomo, che si perde perché si specchia un po’ troppo, lasciando pur tracce artistiche che tradiscono ancora quel bagliore celeste, e non si accorge di come si sta perdendo. Un genio come Wolfgang Goethe riuscì a carpire questo conflitto e scrive il Faust, il cui protagonista – guarda caso – studia gli astri per elaborare il senso di infinito e con una chiara sensibilità europea – in questo caso rinascimentale – cerca Dio, fallendo, sempre nella conoscenza.

La storia della verticalità prosegue ai giorni nostri e si manifesta anche nel desiderio di compiere imprese quali scalare le montagne più elevate; un approccio studiato da Julius Evola in “Meditazioni delle vette”.

Eppure Gesù Cristo palesò il tutto in maniera piuttosto chiara: noi siamo nel mondo, ma non DI questo mondo e il nostro tesoro sta appunto in Cielo. Un insegnamento rivelato intenzionalmente con semplicità volto a scardinare il maledetto orgoglio che ci ha indotto alle sofferenze e ai capitomboli odierni, per i quali l’uomo si mostra recidivo.

E in perfetta continuità e coerenza l’Apostolo Paolo ci spiega: “Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui”; l’uomo non è e non può essere autosufficiente per sua natura, perché così è la connaturazione del suo essere. Per questo si ammala di nostalgia o entra in corto circuito quando non vuole più essere immagine di Dio, ma Dio stesso.

Non è un caso che nelle culture antiche manchi l’aspetto della salvezza, peculiarità della rivelazione Cristiana, la quale ci ha permesso, come civiltà, di essere un faro anche nelle nostre contraddizioni.

 

 

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