Articolo di L.M.
Tra supercomputer grandi come condomini, avvocati che sudano freddo e il timore che l’algoritmo decida di fare insider trading, Sam Altman congela lo sbarco a Wall Street e riscopre l’inestimabile valore del controllo umano. Almeno fino alla compilazione del prossimo prospetto informativo.
C’è un momento, nella vita di ogni grande impresa tecnologica, in cui bisogna fermarsi, guardarsi allo specchio e porsi una domanda fondamentale: «Siamo davvero pronti per andare in Borsa o il nostro prodotto potrebbe improvvisamente diventare più intelligente del consiglio di amministrazione?». Sam Altman ha infatti fatto sapere che, per il momento, quotare la società sarebbe «sconsigliabile». Una scelta prudente, considerando che l’azienda si occupa di costruire sistemi sempre più autonomi mentre cerca contemporaneamente di convincere il mondo che, tranquilli, va tutto benissimo.
È una situazione di rara eleganza. Da una parte ci sono miliardi di dollari, data center sterminati e modelli capaci di ragionare e svolgere compiti complessi. Dall’altra ci sono gli esseri umani. Quelli che devono ancora ricordarsi la password del Wi-Fi.
E pensare che il cinema ci aveva avvertiti con largo anticipo. Nel 1968 c’era HAL 9000, nel 1984 Skynet: allora sembravano fantascienza; oggi sembrano quasi una previsione con qualche effetto speciale.
Il problema è capire quanto l’IA possa diventare intelligente prima che gli investitori inizino a chiedersi chi, esattamente, sia il capo. Perché finché l’algoritmo risponde alle nostre domande, tutto bene. Quando comincia a pianificare autonomamente senza chiedere il permesso, la faccenda cambia. Soprattutto se, contemporaneamente, si sta preparando uno sbarco a Wall Street.
Ed è qui che le cose si fanno meravigliosamente paradossali.
Nel suo capolavoro del 1973, A spasso per Wall Street, l’economista Burton Malkiel lanciava una provocazione rimasta nella storia: una scimmia bendata che lancia freccette sulle pagine finanziarie di un giornale può scegliere, completamente a caso, un portafoglio di azioni capace di ottenere nel lungo periodo rendimenti simili a quelli selezionati dai migliori esperti di Wall Street.
La scena è volutamente umiliante per l’industria finanziaria: da una parte analisti che studiano bilanci, grafici, indicatori e previsioni; dall’altra una scimmia che non sa distinguere un titolo tecnologico da una pubblicità di detersivo e decide il proprio portafoglio tirando freccette. Eppure il risultato può essere sorprendentemente simile.
Il punto non è che le scimmie siano diventate esperte di finanza. È che, quando il futuro è imprevedibile, distinguere una previsione geniale da una previsione fortunata diventa molto più difficile di quanto piaccia ammettere ai maghi della finanza.
Il cortocircuito per Altman è servito.
OpenAI sta letteralmente investendo risorse astronomiche per costruire un super-algoritmo predittivo globale, una macchina capace di analizzare quantità mostruose di dati e individuare pattern invisibili a qualsiasi essere umano. Eppure rischia di sbarcare a Wall Street solo per scoprire che un modello neurale costato capitali immensi ha, davanti all’inafferrabile futuro dei mercati, esattamente le stesse probabilità di fare centro di uno scimpanzé bendato dello zoo comunale.
Senza contare il piccolo dettaglio emerso dai corridoi della Silicon Valley, dove alcuni ricercatori sostengono seriamente che l’IA potrebbe arrivare a rappresentare un rischio esistenziale per l’umanità già entro la fine del decennio. Un tempismo perfetto, che rende la redazione di un piano industriale a lungo termine decisamente acrobatica: diventa infatti parecchio complicato vendere azioni a investitori che, nel giro di pochissimi anni, potrebbero non esistere più per riscuotere i dividendi.
Dopo aver costruito l’intelligenza artificiale più sofisticata della storia, insomma, potremmo aver semplicemente inventato il modo più costoso al mondo per lanciare le freccette.
«La nostra tecnologia è rivoluzionaria e autonoma». Benissimo. «E adesso vorremmo anche che qualcuno ci desse un prezzo per azione». Ecco perché gli avvocati hanno cominciato a sudare.È un po’ come costruire un’automobile senza volante e poi rimandare la vendita perché improvvisamente ci si è accorti che sarebbe utile sapere dove va.
La difficoltà, però, è che con l’intelligenza artificiale bisogna valutare qualcosa che cambia mentre lo stai valutando. Oggi un modello scrive un programma. Domani scrive il programma che serve a migliorare il modello. Dopodomani qualcuno organizza una conferenza per spiegare agli investitori perché tutto questo è sotto controllo. E probabilmente il modello partecipa alla conferenza come relatore.
Anche la politica osserva la scena con il consueto tempismo. Governi studiano normative, commissioni producono documenti pieni di parole come «governance», «rischio sistemico» e «framework». Nel frattempo l’intelligenza artificiale continua a evolversi.
È probabilmente l’unico settore nel quale una commissione parlamentare può impiegare sei mesi per definire il problema e, nel frattempo, il problema può diventare dieci volte più intelligente.
A quel punto il problema diventa quasi filosofico. Chi possiede davvero un’azienda che costruisce sistemi capaci di fare sempre più cose da soli? Gli azionisti? Il fondatore? Oppure l’intelligenza artificiale, che per ora non può comprare azioni ma ha già imparato a scrivere il comunicato stampa che spiega perché dovrebbe poterlo fare?
Il rinvio dell’IPO potrebbe quindi essere molto più significativo di quanto sembri. Non perché Wall Street faccia paura a OpenAI. Wall Street, in fondo, è abituata alle cose incomprensibili. Il vero problema è forse un altro: prima di vendere al pubblico una fetta dell’azienda, bisogna almeno essere ragionevolmente sicuri di sapere che cosa si sta vendendo.
La buona notizia è che, per ora, a decidere quando OpenAI andrà in Borsa sono ancora gli esseri umani. La cattiva è che nessuno ha ancora verificato se siano gli esseri umani a decidere.
Ed è forse qui che sta il vero paradosso.
Quanto vale un’azienda quando il suo prodotto potrebbe, un giorno, essere più capace del suo amministratore delegato a compilare il prospetto per la Borsa?
Per ora, la risposta è semplice: non abbastanza da rischiare di doverlo spiegare agli azionisti.

