Articolo di S.S.
Farrokh Bulsara era nato a Zanzibar da famiglia parsi di religione zoroastriana. Cresciuto in India presso la St. Peter’s Church of England School di Panchgani, fu esposto fin da giovanissimo ai canti liturgici e all’iconografia cristiana.
Quando scrisse Jesus, Mercury non stava abbracciando un dogma religioso specifico, ma osservava la figura storica e spirituale di Gesù di Nazaret con la fascinazione dell’artista outsider. Brian May avrebbe poi ricordato come la mente di Freddie fosse sempre attratta da storie allegoriche, miti e grandi narrazioni universali
Gli uomini passano, con le loro fragilità e il loro destino imprevisto, ma rimangono le opere. E nelle pieghe delle grandi opere si nascondono spesso dettagli dimenticati, quasi dei sussurri che rivelano l’anima di chi le ha create prima che il successo ne alterasse la percezione pubblica.
L’umiltà prima della leggenda
Molti oggi disconoscono o dimenticano che nel primissimo album dei Queen, pubblicato nel 1973, compare una canzone intitolata semplicemente Jesus.
Prima delle giacche di pelle, prima delle corone da re, prima di riempire gli stadi di tutto il mondo e diventare un’icona immortale, c’era Farrokh Bulsara — un ragazzo giovane, di origine zoroastriana, cresciuto tra culture lontane — che con disarmante naturalezza decide di scrivere e cantare un brano interamente dedicato alla figura di Gesù Cristo.
“All the people came from miles around / To see the Lord Jesus”
(Tutti accorrevano da ogni dove / per vedere il Signore Gesù)
Indipendentemente dal fatto di essere credenti o meno, c’è qualcosa di immensamente poetico e spiazzante in questa scelta. Iniziare una carriera rock negli anni ’70 — un’epoca in cui la musica giovanile cercava spesso la provocazione o la rottura iconoclasta — affidando il proprio debutto a una lirica così candida richiede una buona dose di umiltà. Nessun calcolo d’immagine, nessun condizionamento di mercato, nessun pregiudizio: solo la pura meraviglia di un artista affascinato da una storia universale di speranza e guarigione.
Trattare un tema così imponente con quella semplicità è stato, probabilmente, un bellissimo trampolino di lancio.
Ricordare chi nella musica non c’è più significa allora fare questo viaggio a ritroso: spogliare il mito dai suoi panni da gigante per ritrovare l’uomo nello scantinato, mentre canta di Gesù Cristo con la sola forza di una chitarra e della sua voce indomabile.
I fatti restano, impressi nel vinile, a ricordarci che le vere leggende nascono sempre da un gesto di sincera umiltà.

