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REGGINA – La farsa continua: scuse a porte chiuse e verità censurate

Cambia la piattaforma, non la sostanza. L’ennesima conferenza stampa della Reggina 1914, tenutasi stamattina al Sant’Agata alla presenza del direttore generale Praticò e del direttore dell’area tecnica Bonanno, si è trasformata — ancora una volta — in un esercizio di autoassoluzione.
Giustificazioni, narrazioni stantie e la solita arroganza di chi si ostina a rivendicare un “lavoro straordinario”, senza che i risultati, sul campo e fuori, ne abbiano mai dato prova.

Eppure, a colpire più delle parole, oggi è stato il silenzio.
Non quello degli interlocutori, ma quello imposto ai tifosi.
Sì, perché se la precedente conferenza — trasmessa su Facebook — era stata travolta da oltre un migliaio di commenti critici, questa volta la diretta è approdata su YouTube, con i commenti disattivati.
Un dettaglio solo in apparenza tecnico, ma che racconta molto più di quanto si vorrebbe: “Chiediamo scusa, ma non vogliamo sentire le vostre critiche”.
Un’ammissione implicita di debolezza, mascherata da “assunzione di responsabilità”: come lacrime di coccodrillo.
Un paradosso che svela, ancora una volta, il distacco crescente tra società e tifoseria.

La Reggina di oggi — quella che prometteva una rosa capace di “mangiarsi il campionato” — rischia, dopo tutte le illusioni, di vivere il quarto anno consecutivo in Serie D.
Un record amaro, se si pensa alla storia e al blasone di una piazza che ha respirato Serie A, passioni vere e stadi pieni, non conferenze blindate e streaming silenziati.

Ma il teatro dell’assurdo non finisce qui.
Nel tentativo di rassicurare, Praticò ha ribadito che “non vi è stata alcuna proposta di acquisto per la società”.
Una frase che, alla luce dei fatti, suona più come un tentativo maldestro di riscrivere la realtà.
Perché esiste una PEC, datata 12 luglio 2025, inviata da Stefano Bandecchi, con la quale veniva manifestato un interesse concreto all’acquisto della Reggina.
Un’offerta diretta, chiara, con l’impegno a valutare qualsiasi cifra richiesta.
Eppure, la risposta della società amaranto, arrivata tre giorni dopo, è stata un capolavoro di ambiguità diplomatica: “I miei Clienti non hanno manifestato la volontà – tantomeno la necessità – di una cessione; sono disponibili a valutare proposte che abbiano come caratteristica principale un progetto importante di crescita per la Reggina, nell’interesse dei tifosi e della città tutta”.
Traduzione: non vogliamo vendere, ma non possiamo dirlo apertamente.

Il 16 luglio, Bandecchi replica, con la lucidità di chi non intende prestarsi al gioco delle parole:

“Sarebbe sufficiente indicarci il valore che attribuiscono alla squadra, evitando di continuare con chiacchiere inutili e provocatorie. Se la società non è in vendita, lo si dica chiaramente.”

Fine della storia. O almeno, fine della trasparenza.
Perché la risposta chiara, quella vera, non è mai arrivata.

E allora, la domanda resta sospesa:
la Reggina è in vendita o no?
E se sì, a quanto?
Oppure, più realisticamente, a chi si vuole — o non si vuole — vendere?

Perché il sospetto è forte, e si chiama Palazzo San Giorgio.
Da Giuseppe Falcomatà a Paolo Brunetti, passando per i soliti noti della politica cittadina, i legami tra amministrazione e società sportiva appaiono sempre più evidenti.
Un sistema di interessi incrociati, dove la Reggina diventa strumento e non più simbolo: non la squadra di Reggio, ma la squadra di chi governa Reggio.

Così, tra dichiarazioni di facciata e negazioni smentite dai documenti, continua la parabola discendente di un club che fu grande e che oggi affoga nella mediocrità.
La Reggina non ha più bisogno di conferenze stampa. Ha bisogno di risposte vere.
E soprattutto di rispetto: per la storia, per la maglia, per i tifosi.

Fino ad allora, il silenzio imposto su YouTube sarà la metafora perfetta di questa gestione:
una società che non ascolta più nessuno, nemmeno chi continua ad amarla nonostante tutto.

SARA MANCINI

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