Nel corso dell’ultimo Consiglio comunale di legislatura, l’Aula “Pietro Battaglia” ha discusso e approvato il Regolamento sui Comitati di quartiere, uno strumento che punta a rafforzare la partecipazione dei cittadini alla vita amministrativa. Un tema importante, da tempo al centro del dibattito politico cittadino e, non a caso, già inserito nel programma del centrodestra. Alla fine, però, è stata la maggioranza di centrosinistra a portarlo in approvazione: un dato che evidenzia, ancora una volta, le dinamiche di un bipolarismo politico in cui le idee spesso viaggiano oltre gli schieramenti, ma anche le contraddizioni che ne derivano.
Ci sono interventi che non passano inosservati. E quello di Massimo Ripepi è stato uno di questi: diretto, netto, senza giri di parole. Un attacco frontale, che mette in discussione non tanto il merito del provvedimento, quanto la coerenza politica di chi lo propone.
«L’ipocrisia del PD supera quella degli scribi e dei farisei. Approvano il ‘listone della vergogna’ che impedirà a centinaia di cittadini di candidarsi alle circoscrizioni e, contemporaneamente, approvano i comitati di quartiere dichiarandosi a favore della partecipazione popolare. Mai così in basso. Il nostro voto è favorevole solo perché siamo a favore della vera partecipazione popolare. Approvare questo provvedimento proprio alla fine della legislatura, inoltre, puzza solo di clientelismo» – affonda durissimo Ripepi.
Parole pesanti, certo. Ma che si inseriscono in un contesto che merita una riflessione più ampia e meno superficiale di quanto si voglia far credere.
Perché il nodo non è il regolamento sui comitati di quartiere, che anzi rappresenta uno strumento potenzialmente utile e condivisibile. Il punto è un altro: la tempistica. Dodici anni di amministrazione, dodici anni in cui certi strumenti di partecipazione sono rimasti nel cassetto, e poi – improvvisamente – tutto si accelera a ridosso delle elezioni.
Una coincidenza? Difficile sostenerlo con convinzione.
La politica, quando arriva a fine legislatura e comincia a “produrre” in modo compulsivo, rischia di trasformare anche le buone idee in strumenti sospetti. Perché ciò che conta non è solo cosa si fa, ma quando e perché lo si fa.
Ed è qui che l’accusa di ipocrisia, pur nella sua durezza, trova terreno fertile. Da un lato si introducono meccanismi che, di fatto, restringono la partecipazione – come nel caso del cosiddetto “listone” – dall’altro si sbandierano nuovi strumenti di coinvolgimento popolare. Due direzioni opposte che difficilmente possono convivere senza generare perplessità.
Se questo non è fumo negli occhi, allora è lecito chiedersi cosa lo sia.
Il rischio, concreto, è che i cittadini vengano chiamati a partecipare solo quando serve. Solo quando si vota. Solo quando è utile consolidare consenso.
Ed è proprio su questo punto che il dibattito politico dovrebbe essere più onesto, più trasparente. Perché la partecipazione non è uno slogan da campagna elettorale, ma un processo continuo, che si costruisce nel tempo, non negli ultimi mesi di mandato.
Ripepi ha scelto toni forti. Forse anche divisivi. Ma ha posto una questione che difficilmente può essere liquidata con sufficienza.
E adesso la parola passa ai cittadini. Con una consapevolezza in più: guardare non solo agli annunci, ma ai tempi e alle coerenze con cui arrivano.

