Articolo di D.C.
L’Unione dei Risparmi e degli Investimenti, erede della fallita Unione dei Mercati dei Capitali, poggia su una premessa contabile discutibile: considerare i dieci trilioni di euro depositati dalle famiglie europee come una risorsa inattesa e inutilizzata. L’etichetta di liquidità “pigra” attribuita a questi fondi ignora la funzione macroeconomica fondamentale che i conti correnti e i depositi a vista svolgono nei diversi ordinamenti nazionali, dove fungono da ammortizzatore primario contro la precarizzazione del lavoro e l’instabilità del reddito disponibile.
Il cuore del piano risiede nella volontà di convogliare questo imponente volume di risparmio privato verso il finanziamento delle imprese, dell’innovazione e della transizione ecologica, bypassando il tradizionale canale creditizio bancario. Trasferire capitali dai depositi garantiti ai mercati finanziari, tuttavia, altera radicalmente il profilo di rischio per l’investitore retail. A differenza dei conti bancari protetti dai sistemi di garanzia statali entro la soglia dei centomila euro, i prodotti finanziari legati al mercato dei capitali espongono il capitale nominale alla volatilità e al rischio di perdita totale o parziale.
La spinta verso la mercatizzazione del risparmio sposta il baricentro del rischio sistemico dai bilanci vigilati degli istituti di credito verso i portafogli dei singoli cittadini. In assenza di una struttura di tutele rafforzate e di una solida simmetria informativa, l’esposizione dei non professionisti ai meccanismi di borsa rischia di tradursi in una sistematica erosione del patrimonio privato, in particolare durante le fasi di correzione ciclica dei mercati.
Parallelamente, l’impostazione strategica promossa dal rapporto Draghi e recepita dalla Commissione Europea evidenzia una criticità strutturale sul fronte della politica industriale. L’affidamento al mercato dei capitali privato per colmare il divario di competitività tecnologica rispetto agli Stati Uniti e alla Cina sottrae allo Stato il ruolo di pianificatore e allocatore delle risorse strategiche. Invece di riformare i vincoli di bilancio e di mobilitare la leva fiscale comune per investimenti pubblici di lungo periodo, si demanda al risparmio diffuso il compito di sostenere la transizione industriale.
Il nodo centrale della riforma rimane la distribuzione asimmetrica degli oneri e dei benefici. Se la mobilitazione dei capitali privati dovesse generare rendimenti positivi, la remunerazione fluirà prevalentemente verso gli attori istituzionali e i grandi fondi di investimento in grado di gestire economie di scala e strumenti complessi. Al contrario, l’eventuale distruzione di valore graverà interamente sul risparmiatore finale, privato dei paracaduti tradizionali. Un’architettura finanziaria europea che intenda rafforzare la propria competitività non può fondarsi sulla socializzazione del rischio di mercato attraverso il coinvolgimento inconsapevole del ceto medio, ma richiede un bilanciamento rigoroso tra incentivi alla crescita e salvaguardia della stabilità patrimoniale individuale.
Capitalizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite: è un’ossessione dei riformisti.

