Articolo di SARA MANCINI
Siamo ai rigori. E proprio quando sul dischetto c’è un posto alla Camera, Domenico Giannetta decide di cambiare maglia e di raccontare tutto ciò che, a suo dire, non andrebbe in Forza Italia. Il problema, però, è che le contestazioni lanciate oggi dall’ex capogruppo azzurro non riguardano fatti esplosi nelle ultime settimane. Giannetta mette sotto accusa dinamiche e linee politiche che descrive come radicate nel tempo. Ed è proprio la tempistica, allora, a trasformarsi nel vero caso politico.
Perché dopo 24 anni in Forza Italia, incarichi di primo piano, quattro legislature in Consiglio regionale e, fino a pochi giorni fa, la guida del gruppo del maggiore partito del centrodestra calabrese, quelle stesse dinamiche diventano improvvisamente motivo di rottura proprio alla vigilia di una competizione che può riportarlo alla Camera dei deputati?
Giannetta oggi parla di scarsa meritocrazia, insufficiente democrazia interna, militanti storici penalizzati rispetto a esponenti provenienti dal centrosinistra e arriva persino a contestare l’ingresso nelle istituzioni di «parenti, cugini, amici». Accuse politicamente pesantissime. Ma, proprio perché riferite a un sistema che egli stesso descrive come tutt’altro che recente, rendono inevitabile chiedersi: dov’era questa denuncia ieri, quando Giannetta militava in Forza Italia e ne occupava posizioni di assoluto rilievo?
È una domanda che pesa ancora di più perché oggi, contemporaneamente all’addio agli azzurri, davanti a Giannetta si apre una nuova strada: Futuro Nazionale di Roberto Vannacci e la candidatura alle suppletive per un seggio alla Camera.
Ed ecco allora che la metafora dei rigori assume un significato tutto politico. Giannetta cambia maglia quando la partita è arrivata al momento decisivo e, dalla nuova squadra, comincia a contestare regole e comportamenti della formazione nella quale ha giocato per quasi un quarto di secolo. Perché soltanto adesso?
Le sue contestazioni potranno essere discusse e valutate nel merito. Ma la coincidenza temporale con una nuova opportunità parlamentare rende legittimo interrogarsi anche sulla presenza di interessi politici: sulla volontà, cioè, di conquistare un nuovo spazio, un ruolo di maggiore risalto e un ritorno in quell’“Olimpo” della politica nazionale rappresentato dal Parlamento.
Ed è qui che il contrasto politico con Francesco Cannizzaro diventa inevitabile. Mentre Giannetta tenta oggi la strada verso Roma, Cannizzaro ha compiuto il percorso inverso: ha lasciato volontariamente il seggio alla Camera per assumersi direttamente la responsabilità di governare Reggio Calabria. Uno prova a salire verso quell’Olimpo, l’altro da quell’Olimpo ha scelto di scendere per tornare nella propria città.
Per questo il punto non è soltanto cosa Giannetta dica oggi di Forza Italia. Il punto è quando abbia deciso di dirlo. Perché se i problemi denunciati erano davvero così profondi, storici e incompatibili con i suoi principi politici, resta una domanda alla quale la campagna elettorale difficilmente potrà sottrarsi: perché per 24 anni sono stati compatibili con la permanenza e gli incarichi in Forza Italia e diventano insostenibili proprio quando, dall’altra parte, si apre la porta per tornare alla Camera?

