Vannacci sceglie lo scudo crociato per far svoltare a destra Reggio.
I vannacciani reggini, a quanto pare, dovranno farsene una ragione: la loro militanza, almeno per il momento, sembra contare poco. Per incarnare i valori della nuova destra nazionale nella sfida politica di Reggio Calabria, infatti, il generale Roberto Vannacci punta su Domenico Giannetta, democratico-cristiano di Oppido Mamertina, già sindaco e già capogruppo di Forza Italia.
Una scelta che, più che una svolta, rischia di assomigliare a un corto circuito politico.
E forse, a ben vedere, Giannetta non era davvero compatibile con la Forza Italia di Cannizzaro. Perché la discrasia tra i due percorsi politici è difficile da ignorare. Da una parte Francesco Cannizzaro, che lascia l’Olimpo della politica nazionale e il suo scranno da deputato per tornare a Reggio Calabria e scegliere di fare il sindaco della propria città, con l’ambizione dichiarata di provare a risollevarla. Dall’altra, un percorso che sembra muoversi nella direzione esattamente opposta: lasciare il proprio partito, spostarsi più a destra e tradire la propria storia proprio mentre all’orizzonte si profila la possibilità di un posto in Parlamento.
La distanza, prima ancora che politica, è nell’idea stessa della politica: c’è chi rinuncia a Roma per Reggio e chi, per arrivare a Roma, sembra disposto a cambiare persino la strada percorsa fino al giorno prima. Se davvero fosse questa la ragione della conversione, allora più che un’incompatibilità con Forza Italia sarebbe un’incompatibilità con quella concezione della politica che antepone il territorio alla poltrona.
Fino a ieri, l’“inox” berlusconiano Giannetta non aveva manifestato particolari insofferenze nei confronti della linea del suo partito. Nessuna clamorosa rottura, nessun pubblico ripensamento, nessuna presa di distanza dai valori del centrodestra moderato che hanno accompagnato l’intera sua carriera politica. Poi, improvvisamente, il cambio di casacca.
Che cosa sia successo nel frattempo è difficile da sapere. Ma forse non è necessario scomodare i servizi segreti, né chiamare in causa Ranucci e Report, per trovare una spiegazione. A volte, nella politica italiana, basta molto meno: l’inebriante prospettiva di un seggio blindato alla Camera alle prossime elezioni politiche può essere un incentivo sufficiente a trasformare in un istante un solido liberal-conservatore in interprete della destra più intransigente.
Ed è proprio qui che nasce il paradosso.
La candidatura di Giannetta alle suppletive del collegio di Reggio Calabria, lasciato libero dal neo sindaco Francesco Cannizzaro, viene presentata come una scelta destinata a imprimere una svolta a destra alla città. Ma la domanda che inevitabilmente si affaccia è un’altra: che cosa ne sarà dell’entusiasmo dei primi militanti della nuova destra nazionale?
Quelli che hanno fondato circoli, animato comitati, organizzato iniziative e raccontato Vannacci come l’uomo nuovo capace di restituire alla destra italiana identità, orgoglio e coerenza, oggi si ritrovano rappresentati da un uomo che, fino a pochissimo tempo fa, apparteneva a una tradizione politica tutt’altro che sovrapponibile a quella del generale.
Il punto non è mettere in discussione il diritto di Giannetta a cambiare idea. In politica, cambiare posizione è legittimo. Il punto è capire quando e perché avvenga il cambiamento. Perché se il nuovo corso vannacciano reggino deve essere incarnato proprio dall’uomo dello scudo crociato di Oppido Mamertina, allora qualcuno dovrebbe spiegare ai militanti della prima ora che fine abbiano fatto tutti quei valori identitari e quella radicalità politica che erano stati annunciati come la cifra distintiva della nuova destra.
Il paradosso è servito: per far svoltare a destra Reggio Calabria, Vannacci si affida a un esponente che arriva da una storia politica diversa, costruita nel centrodestra berlusconiano e nella tradizione democristiana.
Dovranno spiegare ai loro militanti perché, per aprire una nuova stagione, si sia scelto di affidarsi a un protagonista della stagione precedente.
Forse è semplicemente la politica, con le sue alleanze, i suoi compromessi e le sue convenienze. Oppure è la dimostrazione che, quando si arriva al momento decisivo, tra la purezza dei principi e la concretezza di una candidatura il confine può diventare improvvisamente molto sottile.
Resta, però, un’immagine difficile da ignorare: il nuovo corso della destra vannacciana a Reggio Calabria parte dallo scudo crociato di Oppido Mamertina.
E adesso la parola passa proprio a tutti coloro che della prima ora che avevano creduto nell’uomo nuovo, nella rottura con il passato e in una destra finalmente diversa. Saranno loro a decidere se questa è davvero una svolta o soltanto l’ennesimo capitolo della vecchia politica italiana.
Con nuovi simboli, nuovi slogan e gli stessi protagonisti.
SARA MANCINI

